Mafia in Tanzania

Il passaporto in teoria dovrebbe esser l'amico più stretto e fedele di ogni viaggiatore che si rispetti. Io con lui invece ho un rapporto turbolento. Mi accadono i peggio disastri...Nel 2008 ho assistito alla nascita di mio figlio Leonardo in Messico per puro miracolo. Ero in Italia il 14 Agosto e poche ore prima di partire per Fiumicino non lo ritrovo. Impazzito, disperato ed in pieno delirium tremens lo cerco dappertutto: quando ritorno dai miei viaggi lo lascio sempre nel solito posto, in un cassetto, ma niente, non c'è...Perdo il volo, ma riuscirò sotto ferragosto, quando in Italia puoi anche morire ma nessuno ti si caga perché tutto è chiuso, a rifare il passaporto a tempo di record, grazie a San Zio Massimo da San Beach che convince il prefetto di Ascoli a tornare dalle ferie...parto il 19 ed arrivo il 20. Il 21 Agosto a Leòn Guanajuato nasce mio figlio, lo prendo in braccio per la prima volta e piango come un bambino, scaricando in quel pianto tutto l'incredibile turbine di emozioni degli ultimi mesi vissuti a 300 all'ora...il mio passaporto, non so come, ma stava in Messico dentro la valigia utilizzata da Gaby per il ritorno nel suo paese dall'Italia. In Belize mi addormento in un autobus scassato, mi scivola dalla tasca posteriore dei pantaloni e lo perdo...grazie all'aiuto di una ballerina di lap dance garifuna che mi sta dietro come un cagnolino, rintraccerò l'autista del pullman ed andrò a casa sua, dentro un grande deposito di crack destinato al mercato statunitense...brutti ceffi in quella casa, ma la ballerina la conoscevano bene e riottenni il mio documento senza problemi; finirà a tarallucci e vino con i narcotrafficanti. Alle Galapagos poi non ti dico! Mi derubano a Quito utilizzando un incredibile tecnica; nello zainetto non c'era nulla, tranne il computer subacqueo, un paio di mutande...ed ovviamente il passaporto! Divenni il miglior amico del console italiano in Ecuador e di una funzionaria, Santa Mara Gerevasi che mi aiutò davvero molto e mi permise di volare nell'incantato arcipelago di Colombo senza il documento d'identità.

Anche il viaggio in Tanzania programmato per le festività natalizie del 2020, le ultime normali pre-covid, comincia turbolento. Non so come ma avevo il passaporto dentro la tasca dei pantaloni che Gaby prende per mettere in lavatrice. Disastro, una settimana solo prima del viaggio. La questura di San Benedetto del Tronto mi dice subito che il passaporto elettronico non è buono perché il chip non è più leggibile, anzi è proprio saltato, così attivo immediatamente una procedura di urgenza per avere il duplicato. A tempo di record, solo due giorni prima della partenza riesco avere il nuovo documento ed conseguentemente posso fare la richiesta online dei visti per entrare in Tanzania, procedura che normalmente richiede una settimana per l'autorizzazione ma che prima ovviamente non potevo fare. A Roma incontriamo un traffico assurdo: è quasi Natale d'altronde e si sta spostando il mondo e quell'altro...prendiamo l'aereo veramente per miracolo perché faremo il check-in solo 10 minuti prima della chiusura del volo, un'ora ed un quarto prima della partenza...a Dar Es Salaam sarà poi un delirio per entrare nel paese: i visti elettronici, ovviamente fatti all'ultimo, non risultano. Con pazienza, mostrando gli addebiti sulla carta di credito, le ricevute di richieste visti inoltrate e quant'altro, riesco a convincere la dogana a farci passare. Ma che fatica! E poi la valigia con la mia attrezzatura subacquea non arriva, sono lentissimi a scaricare l'aereo...sono le 4.15 di pomeriggio, ancora siamo al terminal internazionale ed alle 4.30 abbiamo l'aeroplano per l'Isola di Mafia in altro terminal piuttosto distante. Alle 4.30 riusciamo ad avere l'unica valigia imbarcata e facciamo una corsa assurda verso l'area delle partenze nazionali, confidando in un ritardo del volo...il piccolo aeroplano con a bordo soltanto il pilota ed un paio di locali, ci stava aspettando a motori già accesi! Alle 5 atterriamo nella piccola pista dell'aeroporto di Mafia. Miracolo esser arrivati. Madonna che stress...Le mie partenze in ogni caso, spesso vanno così...Gaby poverina, ne sa qualcosa...prima di viaggiare ho sempre una miriade di questioni da chiudere, lavorative e non. Una volta ci si incazzava pure, ora non più. Tanto sa che mi va quasi sempre bene.

L'isola di Mafia

Dopo tutta questa fatica, arriviamo in paradiso? Macché. Il tempo è abbastanza brutto, pioggia e vento. La spiaggia non è un gran ché, sporca e con mare alto e scuro...ma l'isola, assai lontana dai classici clichè turistici, è autenticissima. Autenticità e lontananza da rotte turistiche. Quello che sempre cerco in viaggio.

Aeroporto dell'isola di Mafia

Isola di Mafia in Tanzania è situata nell'Oceano Indiano a circa 25 km dalla costa e dal delta del grande fiume Rufiji; conosciuta anche come Chole Samba, è una delle tre “isole delle spezie” insieme a Penba e Zanzibar, per via della coltivazione diffusa di piante di chiodi di garofano. Le origini del suo nome "mafioso", che ovviamente non ha nulla a che vedere col significato italiano, sono incerte; sembrano derivare dalla parola "Morfiyeh", arcipelago in lingua araba, oppure dalla lingua locale "Mahalia pa afya" che significa luogo di salute. Ma alcuni isolani sostengono che derivi da "Maf", acqua dentro e "Fia", dentro l’isola, per via di pozze d'acqua dolce che si trovano all'interno, dove è possibile anche avvistare ippopotami. E uomini che parlano con ippopotami.

E' una meta assolutamente fuori dall'ordinario, incontaminata e lontana dai circuiti turistici di massa, dalla finzione e dagli eccessi della ben più nota Zanzibar; un luogo selvaggio, intatto, incontaminato e senza tempo, dove si può respirare la vita del vero villaggio marino africano, dove la gente va avanti nelle attività tradizionali, vivendo di ciò che riesce a coltivare e pescare, lasciando al resto del mondo la follia e la frenesia della vita consumista. Mafia è una perla che può esser apprezzata solamente dai pochi che vivono il viaggio come incontro autentico con luoghi e persone e non cercano con ossessione il classico paesaggio da cartolina. Perché qui, semplicemente non c'è.

Segnaletica nel paese di Kilindoni

Qui c'è l'Africa vera, ingenua e pulita da tutti quei meccanismi e relazioni perverse che inevitabilmente porta con sé il turismo. A differenza della costa del Kenya e di Zanzibar, dove i locali convivono giornalmente con orde di turisti, qui le persone non sono per nulla abituate a vedere stranieri in giro: così spesso gli isolani ti si avvicinano per semplice curiosità, stanno fermi ad osservarti, ti salutano e ti sorridono a 32 denti ma senza voler nulla in cambio; i bambini in particolare, i bellissimi bambini di Mafia sempre felicissimi e festosi che ti vedono come una sorta di extraterrestre, un alieno venuto da altro pianeta, tanto sei diverso da loro, nel colore della pelle, negli abiti che indossi, nella lingua, nel modo di comportarti. A Mafia non ci sono bar, negozi, ristoranti, movida serale, animazioni e resort: è insomma una vera isola africana dove gli abitanti vivono di pesca, coltivazione di riso, ortaggi, frutta e la produzione della copra, ovvero la polpa essiccata della noce di cocco dalla quale si ottengono grassi ed oli.

Mafia è verdissima, mangrovie in riva all'oceano, alberi giganteschi di mango con all'ombra casette di paglia e fango, baobab dappertutto e villaggi sperduti dove il tempo sembra essersi fermato. In tutta l'isola, silenzi infiniti intervallati dalle puntualissime litanie coraniche e dal rombo di qualche motorino o camioncino. Un paio di strade soltanto: la Kilindoni-Utende, l'unica asfaltata, e quella sterrata che punta verso il vecchio faro a nord, entrambe piene di voragini ed in pessime condizioni. Per arrivare a destinazione e non finire in buche di mezzo metro col tuk tuk o con la bicicletta affittata, devi procedere non dritto ma a sinusoide; se ti distrai un secondo è la fine.

Il baretto dell'Afro Beach Bungalows

I paesini principali dell'isola sono Kilindoni nella costa ovest, dove si trova la pista d'atterraggio ed Utende nella costa est, turisticamente più sviluppata a causa della presenza del parco marino e delle maree decisamente meno intense. La ricettività turistica di Kilindoni, si limita a qualche sparuta e semplicissima guest house nella spiaggia, perfettamente integrata con il paesaggio e la natura: pochi, piccoli ed economici bungalow sotto l'ombra delle palme a due passi dalla riva con la regolarità delle onde del mare che scandiscono il tempo in maniera lenta e rilassante. La zona ovest è zona di mangrovie e spiagge con forti escursioni di marea. Passeggiate infinite, corse a perdifiato di giorno sul bagnasciuga e succulenti pasti a base di pesce locale arrostito la sera quando cala l'oscurità e ci si ritrova con una manciata di locali e di viaggiatori, nel ristorantino sulla sabbia, rigorosamente scalzi e birra in mano, intorno ad un tavolino pericolante; una luce fioca al centro e via con racconti di viaggi, avventure nel mondo e divagazioni in diverse lingue sul pianeta, sull'uomo, sulla società. Tanto più deliranti quanto più sale il livello alcoolico.

Prelibata cena in arrivo...

La vita di Kilindoni si concentra tutta attorno alla spiaggia. I bambini giocano scalzi, ma partecipano divertiti anche alla messa in mare delle grandi reti da pesca, gli adulti riparano le barche davvero malmesse. Le donne, bellissime con i loro vestiti colorati ti riempiono di sorrisi mentre friggono, essiccano il pesce o riparano reti e vele; i pescatori in un'incessante andirivieni, caricano e preparano i loro dhow, la tradizionale barca a vela swahili tipica dell'Africa orientale...la spiaggia è una distesa di barche in secca per la bassa marea e di pesce messo ad essiccare; ogni tanto compare qualche carcassa di tartaruga con i cani randagi che divorano gli ultimi resti; l'odore è forte ed avvolge tutto. Alla fine della spiaggia ed all'inizio del paese, i negozianti mettono in mostra la poca merce, coperta dalle mosche, su banchi di legno improvvisati, mentre ogni tanto salgono le litanie coraniche perché si prega nelle moschee vicine. Tutto il pesce scaricato la mattina dai pescatori viene portato al mercato sulla spiaggia, praticamente una piattaforma liscia di cemento coperta da una tettoia di lamiera, che diviene per un paio d'ore il centro della vita dell'isola. Inizia lo spettacolo della contrattazione, tra urla, offerte, discussioni, gente che va e viene, bambini incuriositi tutt'intorno, donne che parlano tra di loro e tante risate di un'umanità che è lontanissima dai problemi dello stress e della frenesia della vita consumista occidentale. Anche se di problemi poi ne ha tanti altri. Sicuramente diversi.

Donne con i loro bellissimi vestiti colorati nella spiaggia di Mafia lavorando il pesce

L'isola di Mafia si raggiunge da Dar Es Salaam in aereo con un cessna dalla capitale in modo rapido, facile anche se piuttosto costoso. In realtà è possibile raggiungere l'isola anche via mare ma il viaggio è un autentico calvario, richiede tanto tempo e fortuna perché arrivare a destinazione non è affatto scontato; diciamo che è consigliato solamente a viaggiatori abbastanza scafati. E' necessario da Dar Es Salaam raggiungere in pullman il paese di Nyamisati nel delta del Rufiji. L'unico pullman parte alle 6 di mattina, con orari che in Tanzania però sono solo indicativi: la partenza, prevista alle 6, può benissimo ritardare diverse ore. Il viaggio di 150 km è un autentico calvario di svariate ore perché il bus si fermerà ogni secondo per caricare ogni sorta di oggetto animato, umano ed animale, ed inanimato; qualcosa di paragonabile agli interminabili tragitti in chicken-bus del centro-sud America. Se si ha la fortuna di arrivare, perché spesso il bus si rompe lungo la strada, occorrerà pernottare alla buona nel paese perché la barca della speranza per Mafia partirà alle 6 del mattino successivo; ma ovviamente nulla di cui stupirsi se parte 3 ore dopo o non parte per niente perché il capitano ancora è sbronzo. I paesi poveri sono così, viaggiando con mezzi pubblici non si ha alcuna garanzia di arrivare a destinazione. Siamo in Tanzania d'altronde, non in Svizzera.

Isolani in partenza per Nyamisati...arriveranno??

La barca della speranza per Mafia è una carretta del mare, una bagnarola puzzolente stracarica che non risponde neppure lontanamente ai minimi standard di sicurezza, totalmente inadeguata ad affrontare la forza dell'Oceano Indiano. Sembra uno di quei barconi di migranti per Lampedusa, stracarichi di disperati e con giusto un paio di salvagenti a bordo. La navigazione dura la bellezza di 4 ore, 4 ore per far solo poche decine di miglia di mare. Se si ha la fortuna di arrivare, perché spesso accadono disastri e le barche affondano, si è a Mafia, dopo praticamente più di due giorni pieni di viaggio. Se fossi stato solo, sicuramente sarei venuto in barca ma con moglie e figli e poco tempo a disposizione, l'aeroplano è stata praticamente una scelta obbligata.

Le barche provenienti da Nyamisati attraccano nel lunghissimo pontile di legno e ferro, che si vede ovunque, tanto è lungo e pacchiano; inevitabilmente lungo a causa del fondale che degrada dolcemente e delle maree che sono davvero intense e per più di mezza giornata mettono in secca tutte le barche sulla spiaggia. Cominci a camminare lì sopra e la fine non arriva mai...cammini, cammini, sempre però con occhio vigile ed attento, ben rivolto a terra, perché molte assi di legno sono rotte e marce oppure mancano proprio; spesso si aprono voragini. Ed i tuk tuk comunque lì sopra sfrecciano instabili a tutta velocità.

Cartello informativo al centro di Kilindoni sugli squali balena

Proprio nel tratto di mare davanti al pontile, da dicembre a marzo c'è la possibilità di avvistare lo squalo balena, animale davvero misterioso che inseguo un po' in tutto il mondo. Stazionano veramente vicini alla costa anche se comunque bisogna uscire in barca per trovarli. E' il pesce più grande del mondo, un gigante che può raggiungere i 19 metri di lunghezza. Malgrado l'apparenza che può indubbiamente incutere timore, è totalmente innocuo per l'uomo, perché si nutre quasi esclusivamente di plancton e piccolissimi pesci, filtrando il cibo con le branchie. L'esperienza di nuotare a pochi centimetri da questi bestioni tanto grandi quanto pacifici è talmente forte ed intensa che è davvero difficile da descrivere a parole. L'emozione è incontenibile. Esattamente come avvenuto due anni prima in Indonesia, avrò la fortuna di poter incontrare tali giganti buoni proprio il 27 dicembre...

Festeggiando il mio compleanno all'Afro Beach

Chi mi conosce sa bene che i compleanni per me non esistono proprio. Non posso e non voglio stargli dietro. Non ricordo le date e non ho neppure facebook. Per me sono giorni come altri, trovo piuttosto stupido festeggiare una data prestabilita, una stupida convenzione: non c'è nulla di speciale nell'invecchiare. E' inevitabile, succede e basta. E soprattutto succede senza alcuno sforzo da parte nostra. Ogni giorno, ogni secondo. La penso dunque un po' come gli aborigeni australiani che non festeggiano i compleanni ma un grande risultato raggiunto, una crescita spirituale personale, il completamento di un percorso che ha richiesto fatica ed impegno. Avrei festeggiato ad esempio due giorni di fila dopo gli 11 giorni di trekking spaccagambe che mi hanno portato da Lukla al campo base dell'Everest e poi ai laghi di Gokyo sopravvivendo all'attraversamento del ghiacciaio Ngozumpa, un giro che normalmente richiede ai ben allenati almeno 5-6 giorni in più...avevo davvero superato me stesso andando oltre i miei limiti. Lì sì che c'era da festeggiare!

I compleanni, soprattutto i miei, dunque li sopporto poco. Ed anche le feste preorganizzate, tipo i capodanni in cui uno si deve divertire per forza quando invece starebbe bene a legger un libro in totale solitudine. Adoro invece quelle improvvisate e spontanee. Ma con mia moglie messicana, tutto ciò è impossibile! I compleanni sono sacri! E così nel pieno dell'Africa nera, la mattina del 27 dicembre Gaby si metterà a cercare candeline e dolce per festeggiare il mio compleanno. Facciamo una gran bella colazione all'Afro Beach con i bambini, gli amici Illy, Pier ed una coppia di ragazzi simpaticissimi, Nico e Vale, rimandando tuttavia il brindisi alcolico alla sera: ci aspettano in acqua i giganti buoni del mare!

Squalo balena in immersione davanti al pontile di Mafia

Ne avvisteremo tanti e passeremo due intere mattinate con loro. In acqua c'è molto plancton, la visibilità dunque non è ottimale, l'acqua è verde e gli squali nuotano velocissimo tanto che per stargli dietro si fa parecchia fatica...gli incontri sono numerosi ma brevi e fugaci, comunque sempre incredibilmente emozionanti anche perché con la bassa visibilità ti trovi di fronte improvvisamente questi giganti senza quasi accorgertene! Una botta d'adrenalina all'improvviso! Tuttavia il tempo passato in barca alla loro ricerca è di gran lunga superiore rispetto al tempo trascorso in acqua e purtroppo in mare ci sono molte meduse piccolissime, poco visibili ed abbastanza urticanti: Leonardo, non so perché, ma le meduse le attira in modo assurdo. Quando siamo al mare a San Benedetto, di venti bambini in acqua, pizzicano sempre solo lui, non sappiamo perché! Leonardo ama immensamente lo squalo balena: si veda a tal senso l'incredibile video dell'incontro con i tanti “gorano” della Papua nella sezione Viaggi e continente Oceania. Suo malgrado, dopo un paio di nuotate, massacrato dalle meduse, senza muta ed assai triste rinuncerà a buttarsi in acqua. Non c'è niente da fare: l'esperienza vissuta nella Papua indonesiana, in uno dei luoghi più sperduti, sconosciuti ed irraggiungibili del pianeta, resta assolutamente ineguagliabile; un'incredibile ed irripetibile combinazione di alta visibilità ed acqua calda, assenza di meduse, squali balena numerosi, stanziali e concentrati sotto una piattaforma di legno di pescatori, ore in acqua a giocare con loro... nulla di organizzato, nessuna finzione, tutto molto autentico e casuale, nessun tour turistico che ti obbliga ad orari di ritorno e ti limita nel tempo perché dormivamo in una “capanna infestata” a pochi minuti di barca dalla piattaforma. Un'esperienza che potrei definire solo in un modo: psichedelica. Estasi totale per il corpo e la mente. Il Nirvana. Un pianoforte a coda Fazioli dentro la capanna infestata ed avevo fatto bingo!

Nei pomeriggi “mafiosi” tipicamente vagabondo e volutamente mi perdo. Lascio i bambini soli a giocare in spiaggia, le donne sono in totale relax nel ristorantino sulla sabbia dell'Afro Beach mentre Pier, che cuoco lo è dentro dunque pure in vacanza, maneggia con pentole e pesci in cucina, disquisendo con i locali sulle migliori tecniche di cottura del pesce. E mi avventuro solo nell'isola alla ricerca di persone, incontri, sorrisi, emozioni e situazioni. Quello che più amo fare. Vagabondare alla ricerca di conoscenza ed incontri. Rigorosamente solo, senza nessuno che mi vincoli nei tempi e nei modi. I "mafiosi" mi accolgono con gioia e curiosità ma nessuno purtroppo parla inglese a dimostrazione del fatto che l'isola è tutto tranne che turistica. Così passando per la scuola coranica vicino alla spiaggia, raggiungo il centro del paesino ed abbraccio quell'incredibile popolo dell'isola di Mafia: cammino e mi sento come il papa, tutti mi sorridono ed annuiscono con un cenno del capo invitandomi ad entrare nella loro casa di paglia e fango.

I bambini di Mafia mi fanno impazzire, che spettacolo che sono! Quando passo urlano, agitano le mani, ti salutano sbracciando vistosamente; poi interrompono i loro giochi e con sorrisoni incredibili a 32 denti che ti riempiono il cuore di felicità, cominciano a correre verso di te. Ma non vogliono nulla, al contrario di quello che accade molto spesso in altri paesi poveri dove invece sono educati dai genitori a chiedere soldi ai turisti. No, qui a Mafia questo non accade. Ancora non accade. Pura spontaneità e grande cuore. Mi si strugge il cuore. Ma anche no...qui a Mafia sono poveri ma conducono comunque una vita libera, sana e dignitosa: indubbiamente vivrebbero molto peggio negli slum di Dar Es Salaam.

Gioco a biliardo con ragazzi del posto e nel giro di 5 minuti, intorno a quel tavolo che ha solo qualche centimetro quadrato rimanente di panno verde, arriveranno tutti i ragazzi del paese...Mi fermo poi una mezzoretta a vedere una partita di calcio della Premier League in un baretto di legno e paglia dove gli isolani si ritrovano per eventi sportivi, disquisendo a gesti, di tecniche calcistiche con gli uomini del posto. Da come ho capito, qui sono tutti un po' malati di calcio inglese, retaggio forse di un passato coloniale non troppo lontano.

In centro incontro sempre Humprey, ragazzo autista di tuk tuk, spesso staziona di fronte alla grande rotonda di Kilindoni con i due squali balena, vicino al mercato. E' diverso dagli altri, sempre molto curato, pettinato e ben vestito. Anche il suo mezzo a differenza di quello di altri è sempre pulito, internamente ed esternamente, anche se abbastanza vecchio e sgarrupato. Ci tiene molto alla sua presenza, soprattutto di fronte a stranieri. Ci stiamo subito molto simpatici a vicenda e ci mettiamo d'accordo per la mattina del 26 dicembre: faremo un lungo ed intenso giro verso il faro a nord dell'isola col suo tuk tuk. Appuntamento in tarda mattinata, verso le 11 davanti alla rotonda con i due bestioni.

Passo casualmente per la centrale elettrica ed entro a dare un'occhiata. Incontro l'ingegnere locale che parla un inglese assai stentato e cominciamo a disquisire sulle potenze dei generatori e le linee elettriche dell'isola. Cerco di fargli capire che sarebbe facilissimo decarbonizzare Mafia perché nell'isola ci sono tutte, ma proprio tutte le condizioni migliori ed ideali per riuscire a coprire l'intero fabbisogno mediante energia rinnovabile: Mafia infatti non è turistica, dunque il carico elettrico è pressoché costante, non altamente variabile a causa della stagionalità ed aleatorietà dei flussi turistici; il costante carico elettrico è oltretutto piuttosto basso perché le necessità energetiche degli isolani sono assai limitate. C'è abbondanza e costanza di sole e vento, tecnologie tra di loro perfettamente complementari perché quando cala una fonte, aumenta l'altra e viceversa: si pensi all'alternanza delle stagioni, ma anche a quella del giorno e della notte...sarebbe piuttosto facile realizzare un grande parco solare ben integrato nel territorio, mettere un paio di generatori eolici in zone dove l'impatto visivo è minimo e prevedere un sistema di accumulo in batterie e di back up o emergenza mediante piccoli generatori diesel. Il tutto supportato da microsistemi domestici, sia stand-alone che grid-connected, sparsi per l'isola in piena filosofia di generazione non centralizzata ma distribuita. Dati gli alti costi di trasporto e stoccaggio del combustibile, vista l'abbondanza e la costanza delle fonti solari ed eoliche ed i bassi costi sempre più in caduta libera delle tecnologie rinnovabili, il tempo di rientro dall'investimento sarebbe assai rapido, e la redditività assai alta. Non solo, i costi di manutenzione sarebbero minimi, l'isola si affrancherebbe dalle variazioni di prezzo del combustibile, si offrirebbe lavoro qualificato a molti giovani attirandoli sul posto e si sarebbe da esempio per l'intero paese. L'ingegnere mi fa cenno di sì con la testa ma penso non abbia capito veramente una mazza di quanto detto.

Ujamaa, il socialismo africano di Julius Nyerere

In spiaggia e nel paesino di Kilindoni vedo spesso bandiere verdi. Probabilmente sono di un partito politico locale perché hanno un simbolo che rimanda alla falce e martello comunista, una specie di X formata da due accette gialle su sfondo verde. Indago e chiedo, ma la comunicazione con i locali è davvero difficile: tutti sono carinissimi e molto gentili ma nessuno sa una parola d'inglese. L'unico è il mio amico Humprey, capisce tutto e si fa capire. Lo incontrerò nel centro del paesino, di fronte alla bella rotonda con le sculture dello squalo balena, aspettando qualcuno da scarrozzare in tuk tuk, sempre con la sua camicia pulita, sempre curato ed elegante, sempre diverso da tutti gli altri che sono scalzi, trascurati e un po' straccioni. Humprey sarà fonte di informazioni preziose.

La bandiera del CCM (Chama Cha Mapinduzi), ovvero il partito della rivoluzione fondato dal grande Julius Nyerere

La bandiera verde è la bandiera del CCM, il Chama Cha Mapinduzi, che in swahili significa "Partito della Rivoluzione": è il principale partito politico della Tanzania, fondato dal suo primo presidente, nonché "padre fondatore della patria", Julius Nyerere, un uomo di grandi capacità, abilità oratorie, diplomazia, coerenza ed integrità.

Era un uomo semplice ma colto, profondamente cattolico e socialista, sempre schierato a difesa degli ultimi e dei più deboli, uno dei pochissimi veri grandi leader africani che non si sono mai arricchiti sfruttando la politica per tornaconto personale. Sempre umile e mai toccato da nessuno scandalo o accuse di corruzione, sempre profondamente coerente col suo credo patriottico e socialista. Veniva chiamato "Mwalimu", ovvero maestro in lingua swahili, come riportato anche nella banconota da 1000 scellini che lo ritrae. Giù il cappello signori di fronte a questo uomo.

Egli riuscì ad ottenere l'indipendenza del suo paese dalla Gran Bretagna nel 1962 liberandolo così per sempre dalle catene del colonialismo e recitò un ruolo assolutamente fondamentale nell'annessione al neo stato continentale della Tanganika dell'arcipelago di Zanzibar, il quale da poco aveva ottenuto l'indipendenza rovesciando mediante un colpo di stato il sultano dell'Oman Abdullah Bin Khalifa. Dall'unione della Tanganika con Zanzibar nacque nel 1964 il neo stato della Tanzania del quale Nyerere fu presidente per circa un ventennio fino al 1985. Egli sempre si batté nella sua vita contro le ingerenze imperialiste e colonialiste occidentali ma in modo pacifista e non violento, seguace com'era del credo ghandiano; si batté a favore di una federazione di stati socialisti indipendenti africani con valori ed ideali comuni di pace, solidarietà e cooperazione internazionale al fine di attuare una progressiva smilitarizzazione dei singoli stati e la creazione conseguente di un unico esercito comune di pura difesa: una specie di NATO per l'Africa, ma socialista e pacifista, non imperialista e guerrafondaia come quella occidentale. Durante la guerra fredda ed i vari conflitti che devastavano il continente, egli riuscì sempre con incredibile equilibrismo tattico a mantenere la neutralità della Tanzania e buoni rapporti con ambo le parti in gioco cercando contemporaneamente di far da mediatore per il raggiungimento della pace; suo malgrado fu costretto ad una guerra di difesa dall'aggressione ugandese, stato confinante che invase la Tanzania sul Lago Vittoria. Ritiratosi dalla presidenza, Julius Nyerere cominciò attività di promozione dei vari movimenti panafricani e di mediazione tra i paesi in guerra del continente africano, perennemente devastato da conflitti e genocidi, cercando la pace attraverso il dialogo. Egli era profondamente convinto che senza unità i popoli africani non avrebbero avuto alcun futuro e sempre sarebbero stati vittime dell'imperialismo occidentale. Insomma, questo Nyerere era davvero un grande uomo. Ripeto nuovamente, giù il cappello signori.

Julius Nyerere incontra J. F Kennedy nel 1963

Il suo partito, il CCM, dalla nascita della Tanzania è rimasto costantemente al governo del paese, dapprima come unico partito, poi dal 1992, attraverso la sistematica vittoria di tutte le consultazioni elettorali pluripartitiche. Nyerere descrisse la propria visione di socialismo ideale, non solo per la Tanzania ma per tutto il continente africano, nella "Dichiarazione di Arusha" del 1967, documento nel quale si illustravano i principi generali a cui avrebbe dovuto ispirarsi la politica di sviluppo economico e sociale del suo paese. Il concetto base era riassumibile in una parola: "Ujamaa" che in lingua swahili significa "famiglia estesa". Ogni individuo è a servizio della comunità e viceversa, la comunità è, e deve esser a servizio di ogni cittadino, il tutto finalizzato e funzionale all'avanzamento collettivo, non solo economico, ma anche culturale e spirituale. Per Nyerere occorreva attuare una "villaggizzazione" del paese mettendo al centro del progetto la comunità che doveva diventare come una famiglia estesa, basata sui valori socialisti di solidarietà e cooperazione e non su quelli capitalistici di competizione economica e mero profitto. Nulla a che vedere comunque con un rigido sistema comunista: la proprietà, l'arricchimento personale e l'impresa privata non sono proibiti, ma comunque devono esser subordinati all'interesse della collettività e vengono privilegiati, attraverso ad esempio la formazione di cooperative di lavoratori, il possesso comune delle risorse primarie, come terra e mezzi di produzione nonché ovviamente una più equa distribuzione della ricchezza prodotta. Tutte le principali industrie ed i settori chiave e strategici di utilità ed interesse nazionale, come salute, trasporti, energia ed istruzione sono rigorosamente nazionalizzati; si eliminano contemporaneamente i possibili conflitti d'interesse vietando ai leader politici di possedere azioni o incarichi in imprese private. Ovviamente il diritto alla salute è garantito per tutti e l'istruzione è gratuita ed obbligatoria, funzionale anche all'educazione politica di sensibilizzazione ai principi dell'Ujamaa. Insomma, educazione alla cooperazione, educazione alla solidarietà e non ai principi capitalistici dell'individualismo e del consumo sfrenato. Educazione al socialismo, anche e soprattutto attraverso un sistema monopartitico con al vertice il Chama Cha Mapinduzi. La Tanzania deve esser unita e coesa in un obiettivo comune, il socialismo africano della Ujamaa, non ricercare falsa ed effimera democrazia in un pluripartitismo che poi sfocia sempre in un "totalitarismo liberale", come accade in occidente. Oggi un radical chic del PD magari sorseggiando in una terrazza pariolina un aperitivo solidale, considererebbe Nyerere un fascista antidemocratico.

Un altro concetto chiave dello sviluppo del socialismo di Nyerere era l'educazione all'autosufficienza, in quanto unica vera garanzia di autonomia ed indipendenza dello Stato da fattori ed attori esterni. Il raggiungimento del "self-reliance" per la Tanzania dal punto di vista economico, alimentare, energetico ed anche culturale era di primaria importanza, "condicio sine qua non" per il definitivo affrancamento ed emancipazione dalle potenze imperialiste occidentali. I tanzaniani avrebbero dovuto imparare a liberarsi dalla dipendenza straniera anche e soprattutto nella testa, innanzitutto rivendicando con orgoglio la propria identità culturale, sempre nel pieno rispetto degli altri popoli ed in piena armonia con altre culture. Occorreva chiudersi alla globalizzazione per proteggere la propria economia dai vandali del capitalismo, ma aprirsi, come stato sovrano, indipendente e socialista, alla cooperazione ed alla solidarietà internazionale. Sì, oggi quel radical chic del PD, terminato l'aperitivo solidale nell'attico pariolino, magari citando Saviano o Scalfari, insulterebbe probabilmente Nyerere, dandogli del fascista antidemocratico di destra, sovranista e populista. Aggiungiamoci anche, così, tanto per non scontentare nessuno, no vax, negazionista, razzista, no tav, nazista, comunista mangiatore di bambini.

Julius Nyerere in visita in olanda nel 1985

Con il tempo tuttavia la forte e fiera spinta iniziale si affievolì anche a causa di una serie di congiunture sfavorevoli, interne ed esterne al paese, come la crisi petrolifera, il crollo dei prezzi delle esportazioni di beni come caffè e canapa, la guerra con l'Uganda, il probabile inasprimento dell'ideologia socialista ed un partito sempre più autoritario e meno comprensivo e tollerante. I capitali entravano nel paese con sempre maggior difficoltà e fu necessario ben presto cedere alle pressioni degli usurai, cedere ai demoni ed agli squali di Bretton Woods, quelle istituzioni che ogni qual volta entrano in gioco nei paesi in via di sviluppo, seminano povertà e devastazione, quelle organizzazioni terroristiche ed assassine che vincolano per sempre i popoli del terzo mondo alla schiavitù ed al sottosviluppo: in due parole, Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo, alias Banca mondiale (BM). Esse certamente aiutano e prestano denaro, non lo regalano sia ben chiaro, ma al solito, subordinando gli aiuti all'accettazione totale ed incondizionata della loro ideologia politica, ovvero alla messa in atto dei loro famosi PAS, Programmi d'Aggiustamento Strutturale: le cosiddette "riforme". Le riforme...parola che qui in Europa sentiamo dire da ogni politico di ogni governo di destra e sinistra indifferentemente...parola che sentiamo ripetere alla nausea da decenni, soprattutto quando si parla di Europa. "E' urgente fare le riforme!" Oramai anche il radical chic più indottrinato dalla propaganda massmediatica, ha capito cosa significano "le riforme": lo ripeto affinché sia chiaro una volta per tutte anche magari alla mia carissima Daniela, con la quale mi scanno politicamente all'inverosimile. Le "riforme", ovviamente sempre presentate come strumento indispensabile e miracoloso per lo sviluppo, la crescita del PIL e l'uscita dalla crisi, non significano altro che la messa in atto di misure economiche liberiste, cioè privatizzazioni, liberalizzazioni di settori statali, deregolamentazioni finanziarie, austerità fiscale, divinizzazione del concetto di “libero mercato” mediante abolizione di dazi e barriere doganali e commerciali, limitazione del controllo dello stato sull'economia ovvero progressiva depoliticizzazione economica, riduzione della spesa pubblica a danno principalmente di sanità ed istruzione soprattutto attraverso il ricatto del debito, supremazia del settore privato su quello pubblico, limitazione dei salari per l'aumento della competitività delle imprese, riduzione generale dei diritti dei lavoratori e delle loro tutele, anche mediante favoreggiamento dell'immigrazione irregolare clandestina finalizzata alla creazione di eserciti industriali di riserva di marxiana memoria.

Questo accade dovunque i diavoli del neoliberismo di FMI, BM, ed UE mettono le mani.

Il CCM di Nyerere inevitabilmente, poco a poco perse nel tempo la sua identità, si dovette "ammorbidire" e gradualmente modificare le proprie posizioni aprendosi ai sacri principi dell'economia di mercato. La famosa “economia sociale di mercato” di cui si riempiono la bocca le persone di destra e sinistra, senza ancora aver capito che le parole "sociale" e "mercato" sono ossimori, senza ancora aver capito che il capitalismo è un mostro che non può esser controllato e non può diventare “sociale”. Insomma, il CCM ha fatto quello che hanno fatto, chi più chi meno, tutti i partiti di sinistra del mondo, hanno venduto l'anima al diavolo. Il solito "laissez-faire" neoliberista che col tempo però ha destabilizzato il paese facilitando corruzione, illegalità diffusa e progressivo generale impoverimento della popolazione a vantaggio della ricchezza di pochi che invece aumentava sempre di più. E' il capitalismo signori. E' il neoliberismo, del quale i maggiori portavoce mondiali sono proprio FMI, BM ed UE: i demoni del mondo che seminano povertà, disuguaglianze e guerra. Miki pensaci tu, sfodera la tua spada!

Il popolo della Tanzania, si fece convincere dalla propaganda occidentale a passare ad un sistema più democratico e dunque pluripartitico con il risultato che oggi esiste in Tanzania un CCM oramai contaminato e lontano dalla purezza socialista iniziale ed altri partiti apertamente liberisti. Dunque dal monopartitismo socialista si è passati ad un "totalitarismo liberale", in cui la democrazia è solo pura apparenza: esattamente ciò che accade nei paesi occidentali, Italia compresa, in cui la destra della Lega, FI e FdI e sinistra del PD, IV, +Europa e LeU solo in apparenza si fanno la guerra ma in realtà sono uniti dalla stessa ideologia, dalla stessa malattia europeista e liberista. Non una malattia qualsiasi sia ben chiaro, non il coronavirus. Un cancro al pancreas in stadio 4. Una peste nera. Un ebola.

Con il progressivo ritiro di Nyerere, sparirono soprattutto i due elementi chiave dell'ideologia, la Ujamaa e l'autosufficienza. La Tanzania si apre alla globalizzazione dei mercati. E guarda caso il PIL, questo pessimo indicatore economico che tutto misura tranne che il livello di benessere di un popolo, aumenta perché la ricchezza aumenta e si concentra sempre di più nelle mani di pochi, ma la povertà dei tanti dilaga: l'indice di sviluppo umano ISU si abbassa e le disuguaglianze, ben rappresentate numericamente dall'alto coefficiente di Gini, aumentano sempre di più.

Entrano gli squali di FMI e BM, entra il dragone cinese, imperialista al pari se non peggio degli altri, pur travestito con il sacro simbolo della falce e martello (di lui parlerò abbondantemente nell'ultimo post sulla Tanzania, Selous Game Reserve). Il paese si apre alla globalizzazione ed al liberismo economico, col risultato che oggi la Tanzania è uno dei dieci paesi più poveri del mondo. E questi demoni continuano a perpetuare il loro fallimentare paradigma economico ed i loro crimini contro l'umanità indisturbati, forti di un'autorevolezza, di un rispetto, di un'affidabilità che gli vengono ancora internazionalmente riconosciuti nonostante i ripetuti, innegabili, inconfutabili fallimenti; continuano ad imporre le loro dissennate regole al mondo con l'appoggio di tutte le sinistre radical chic mondiali, ben fedeli all'idea di ..."economia sociale di mercato".

Julius Nyerere muore nel '99 di leucemia. E' stato indubbiamente un grandissimo leader africano, oserei dire gigantesco, uno dei pochi che non si è fatto ammazzare dalle potenze occidentali per aver portato avanti idee socialiste. Non potevano ammazzarlo come hanno fatto i francesi con Thomas Sankara, leader buono rivoluzionario del Burkina Faso, il Che Guevara d'Africa. Era incredibilmente popolare ed aveva il totale appoggio della popolazione. Era come loro, uno di loro. Come loro, tra l'altro era anche profondamente cattolico, una fede sincera e profonda che spesso integrava con la pratica del digiuno. Durante i suoi numerosi viaggi spesso si assentava e cercava una chiesa per assistere alla messa, sostenendo sempre che senza celebrazione eucaristica per lui sarebbe impossibile compiere il suo lavoro. Attualmente è in corso una causa di beatificazione. Nyerere ha scardinato convinzioni e stereotipi primo fra tutti il fatto che socialismo e cattolicesimo non possano convivere. Non ho mai capito invece come tale religione possa convivere benissimo con l'individualismo, la forte competizione ed nichilismo capitalista, in barba ad ogni considerazione di carattere umano, etico, sociale ed ambientale. Se qualche ecclesiastico anima pia e generosa, mi risponde gliene sono grato. Attendo veramente con ansia.

Nella chiesa cattolica di Mafia assistendo alla messa di Natale con Che Guevara

A proposito di cattolicesimo, siamo a Mafia ed è Natale. Gaby è un po' come Nyerere, dovunque sta in viaggio deve cercare una chiesa per la domenica. Gli manca solo l'ultimo step, convertirsi al socialismo, ma ci sto lavorando e buoni risultati già li ho ottenuti. Risultati alquanto nulli invece con Daniela, ma non mollo.

Mafia è in parte cattolica ed in parte musulmana, qui etnie e religioni diverse convivono in pace, senza tensioni particolari: il pacifismo è un valore ben radicato nelle persone ed il merito culturale di questo è indubbiamente soprattutto del "maestro".

A Kilindoni, tra una baracca e l'altra, lungo l'unica strada asfaltata che va verso Utende, troviamo un chiesa cattolica, così accompagno Gaby ed i bambini alla messa natalizia. Anche io, notoriamente allergico ai luoghi religiosi, mi trattengo perché l'atmosfera è veramente caratteristica e coinvolgente. Gli uomini siedono tutti nel lato destro mentre le bellissime donne in abiti coloratissimi, sono tutte a sinistra. Il prete parla poco, la messa è principalmente cantata e tutti ballano o comunque si muovono nel loro posto: tanto folklore, tantissimo colore e calore umano, gioia e felicità ovunque. Tutti sono vestiti elegantemente a festa, tutti tranne me ed un simpaticissimo ragazzino rivoluzionario con una maglia rossa del Che che mi è a fianco e con cui mi intratterrò a fine messa per due chiacchiere.

L'istruzione in Tanzania e la rivoluzione di Zanzibar

Adiacente alla chiesa cattolica di Kilindoni c'è la scuola primaria, purtroppo chiusa a causa festività. Ma siamo fortunati perché il preside era a messa vicino a noi. Incuriosito nel vedere stranieri bianchi in quella zona dell'isola, si avvicina con educazione e cordialità per proporci una visita alla scuola. Ha le chiavi del portone d'ingresso dietro, così entriamo subito. Con un entusiasmo davvero contagioso ed un'inglese abbastanza stentato ma comprensibile, ci mostra le stanze, i bagni, le aule, le pagelle degli alunni...anche i catorci di vecchi computer utilizzati nelle aree informatiche, computer che qui da noi non varrebbero manco 5 euro e lì invece fanno tutta la differenza del mondo. Ci racconta degli enormi sforzi fatti per far studiare i bambini dell'isola: la situazione di dispersione ed abbandono scolastico a Mafia è critica ma comunque più facile che altrove, soprattutto nelle aree rurali interne del continente dove i bambini devono fare ogni giorno anche 10-15 km a piedi per andar a scuola.

Scuola di Kilindoni

La Tanzania ha avuto uno dei tassi di alfabetizzazione più alti dell'Africa raggiungendo un picco massimo nella quantità e qualità dell'educazione tra il 1978 ed il 1980 sotto le politiche socialiste di Nyerere. A partire da questi anni, però la situazione peggiorerà inesorabilmente, entrano nel paese BM ed FMI che impongono “riforme liberiste”: sospensione degli aiuti, riduzione del budget riservato all'istruzione pubblica a favore di quella privata, aumento delle tasse scolastiche, riduzione degli stipendi della classe docente ed innalzamento delle ore lavorative. Tutto ciò secondo loro per aumentare l'efficienza del sistema scolastico. Qual è stata la conseguenza? Alcuni numeri semplicissimi da capire: 70 bambini per classe, 5 studenti per banco, cioè 4 bambini su 5 siedono per terra ed un solo libro di testo ogni 15 bambini. E poi insegnanti sempre meno preparati che, a causa dei tagli nello stipendio, sono costretti a fare secondi lavori e famiglie che non riescono più a sostenere le spese scolastiche dei figli. Si registra conseguentemente una forte tendenza ad abbandonare gli studi, soprattutto da parte delle ragazze figlie dei contadini, tra l'altro probabilmente incinte già a 12-13 anni. Il progressivo abbandono da parte dello stato del suo ruolo di finanziatore principale del sistema scolastico tanzaniano, insomma il progressivo abbandono di politiche di stampo Keynesiano a favore del sistema liberista imposto dai demoni di Bretton Woods, ha determinato una netta diminuzione della frequenza scolastica e del tasso di alfabetizzazione, passato da quasi il 95% del 1980 a meno del 70% oggi. E' sempre così, dovunque lo stato indietreggia a favore del libero mercato, succedono solo disastri. Continuate cari radical chic euroinomani ad invocare cessioni di sovranità ad enti liberisti sovranazionali non eletti e vedrete ben presto dove andremo a finire anche noi.

In Tanzania, la progressiva riduzione di fondi da destinare all'educazione si sommava poi ad altri problemi cronici: lo sviluppo dell’istruzione è difficile in aree rurali con popolazione molto sparpagliata perché è difficile avere scuole elementari a distanza di cammino ragionevoli; non a caso per Nyerere era fondamentale un processo di “villaggizzazione” della Tanzania, ovvero di unione di più unità rurali in contesto più ampio, non cittadino ma sempre comunitario, in cui tuttavia la condivisione dei mezzi di produzione e l'accesso all'educazione dei bambini e dei ragazzi sarebbero stati più facili, cosiccome il loro ingresso progressivo nel mondo del lavoro. Le difficoltà linguistiche poi erano molte, perché nel momento dell'indipendenza negli anni '60, in Tanzania l'inglese continuava ad esser la lingua dell'istruzione ma nei villaggi rurali si parlavano una miriade di altre lingue con lo swahili lingua principale nazionale; i bambini a 7 anni entrando nella scuola primaria, avevano grosse difficoltà di comprensione. Oggi si è capito, soprattutto grazie all'incredibile lavoro di Nyerere, che sempre si batté per l'orgoglioso riconoscimento della propria identità culturale e linguistica, che forzare gli studenti ad esprimersi in una lingua che non è a loro familiare è una sorta di violenza culturale e che lo studio dell'inglese va bene ma come seconda lingua a partire dalla secondaria. A livello culturale inoltre la donna ancora non è emancipata e la chiesa cattolica è incredibilmente e colpevolmente latitante in tema contraccezione e controllo nascite: ben presto le bambine che frequentano la scuola rimangono incinte così davvero in poche riescono a raggiungere il grado di istruzione di scuola secondaria inferiore.

In Tanzania la scuola elementare viene riconosciuta come base dell’istruzione e, per questo motivo, le viene attribuita una importanza primaria. Le poche risorse disponibili vengono inevitabilmente giustamente dirottate qui, col risultato che la scuola secondaria statale viene un po' lasciata a se stessa. I pochi istituti privati cittadini sono cari per i ragazzini delle campagne. Se l'abbandono scolastico durante la primaria è superiore al 30%, dopo è praticamente quasi totale, addirittura il più alto del mondo. Questo è il risultato delle politiche liberiste attuate da FMI e BM: una netta riduzione sia della quantità che della qualità dell'istruzione.

Gironzolo tra le aule della scuola ed improvvisamente un poster, alla destra di una lavagna, colpisce la mia attenzione: vicino alla foto di Nyerere, ci sono immagini di fosse comuni riguardanti la rivoluzione di Zanzibar. Un capitolo buio e triste della storia recente della Tanzania che non conoscevo, un vero e proprio genocidio tutt'ora impunito, come tanti altri d'altronde nel continente africano. Il preside, sempre molto gentile e disponibile, mi spiega a grandi linee quanto successo: una storia orribile che avrò modo di approfondire al mio ritorno in Italia.

Poster nella scuola di Kilindoni sulla storia recente della Tanzania

Zanzibar ottenne l'indipendenza dal Regno Unito soltanto un anno dopo la Tanganika continentale, diventando una monarchia costituzionale governata da un sultano e da una élite politica araba. I due partiti principali del paese entrambi di stampo socialista avevano come obiettivo la caduta del sultanato e la conseguente annessione dell'isola alla Tanganika. Mentre i leader dei due partiti si trovavano fuori Zanzibar per chiedere aiuto e supporto al presidente Julius Nyerere, una sollevazione popolare improvvisa ed inaspettata di poche ore, portò ben presto alla conquista da parte dei rivoltosi di tutti gli edifici chiave di Stone Town; il sultano fuggì illeso nel Regno Unito con la sua famiglia e i suoi ministri.

Negli eventi di quelle ore, per la verità molto confusi e difficili da decifrare per gli osservatori internazionali, si mise in luce un personaggio piuttosto misterioso, controverso, quasi inverosimile che nell'isola faceva l'operaio ma si spacciava per generale: un ugandese di nome John Okello, uno squilibrato, un mitomane sanguinario che non aveva alcun legame con i due partiti al governo e nulla probabilmente aveva a che fare con la rivoluzione: semplicemente cavalcò l'onda e la confusione di quei momenti per acquisire notorietà, potere e la leadership del movimento rivoluzionario. Tramite la propaganda della radio, egli montò l'odio degli africani contro gli arabi e gli indiani dell'isola, odio sopito ma ancora evidentemente presente in modo feroce, nonostante fossero passati oramai 90 anni dall’abolizione della tratta degli schiavi, esercitata principalmente dai mercanti arabi. Fu la miccia di accensione di una orribile bomba. Le comunità degli arabi discendenti dei negrieri, e degli indiani, unici detentori del commercio locale, erano il simbolo dell’odioso passato coloniale, delle angherie, dei soprusi, dello sfruttamento e della sofferenza passata: andavano sterminati. In tre notti di terrore ed orrore, quasi ventimila persone, donne incinte e bambini compresi, furono trucidati per strada e nelle loro case, fucilati, stuprati, decapitati, orribilmente torturati e mutilati. Era l'orribile vendetta generazionale dei figli e dei nipoti degli ex schiavi contro i discendenti dei loro aguzzini. Le uniche prove dei massacri di Zanzibar oltre ovviamente ai cadaveri sul posto ed alle numerosissime testimonianze dei presenti, sono le riprese video incredibilmente in diretta che provengono da “Africa Addio”, uno scioccante, controverso, durissimo ed assai violento documentario italiano del 1966 di Jacopetti e Prosperi, visionabile benissimo per intero su YouTube. Il carattere razzista del filmato è evidente fin da subito: si descrivono gli africani come persone primitive ed assai violente, quasi bestie che hanno bisogno per esser controllate del dominio coloniale occidentale. Tuttavia il filmato, visualizzabile per intero su YouTube, è l'unico che cattura la tragedia dell’evento, dai minuti 60 a 67 circa. In diretta, incredibilmente.

Okello era un pazzo, ciò non basta tuttavia a giustificare la popolazione africana che lo ha seguito nell’orribile bagno di sangue. E' un mistero come persone comuni e sempre pacifiche siano potute in una notte soltanto diventare spietati mostri assassini; sicuramente odio represso, psicologia della folla e propaganda razzista hanno recitato un ruolo di primaria importanza. Né risulta ancora chiaro, come e da dove siano giunti quel migliaio di fucili che resero possibile, rapido e implacabile, il genocidio.

Rientrati in patria, i leader dei due partiti, sbalorditi per quanto successo ed accolti dal pazzo sanguinario con la nomina di presidente e primo ministro, disconobbero immediatamente l'autorità di Okello e lo condannarono all'esilio. Immediatamente ebbero inizio le trattative per la fusione di Zanzibar con la Tanganika di Julius Nyerere ed il 26 aprile del 1964 nacque la Tanzania.

Esco dalla scuola un po' frastornato. Anche in Cambogia avevo visto civili e bambini improvvisamente diventare spietati assassini. La cattiveria e la malvagità del genere umano mi lasciano davvero sconvolto ed incredulo.
Il pranzo di Natale lo faremo con dei bambini locali acrobati, felicissimi di esser con noi, in un chioschetto sgarrupato di kilindoni a base di birra, tanta birra, patatine e pop-corn. Altro non c'era.

Verso il nord dell'isola

Cazzo, quasi scordavo! E' la mattina del 26! Avevo dato appuntamento ad Humprey per il giro dell'isola! Richiamo i bambini che giocano in spiaggia e ci prepariamo in tutta fretta. Pronti, via! Una bella passeggiata a base di larva migrans sul bagnasciuga per arrivare in centro dove incontriamo Humprey, sempre così curato e ben vestito. Ormai i bambini lo conoscono e riconoscono anche il suo tuk tuk, che loro però chiamano tik tok. Partiamo! L'isola sembra piccola ma non lo è perché da Kilindoni alla punta nord dove sta il faro sono ben 40 km di strada sterrata e dissestata: in tuk tuk significa praticamente un'ora e mezza buona da un capo all'altro, un'ora e mezza in cui si balla soltanto la samba, con il sacro fondoschiena messo a durissima prova. Ma sarà divertentissimo coi bambini. Come sempre, viaggiare con loro è uno spasso.

In tuk tuk con Humprey verso il nord dell'isola di Mafia

Humprey è davvero un bravo ragazzo, vive da solo perché la sua ragazza, con cui ha una figlia di 3 anni, sta studiando a Dar Es Salaam per diventare maestra della primaria....sono cristiani cattolici e sognano un giorno di potersi sposare. Anche lui vorrebbe riprendere a studiare e nel mentre si guadagna un po' da vivere da autista di tuk tuk. Provo ad offrirgli della birra ma è astemio. Non beve, ma non perché mussulmano: purtroppo ha avuto una terribile esperienza in famiglia. Suo padre alcolista picchiava la madre e si è giocato tutto, lavoro, casa e le poche cose che avevano.

Puntiamo verso nord, senza un meta in particolare, fermandoci spesso nei villaggi, che altro non sono che un raggruppamento di tre o quattro case di paglia e fango senza luce, acqua potabile e fogne. Con i bellissimi bambini di Mafia che ci corrono dietro.

Altro che cellulari e tablet...arco e carretti per i bambini di Mafia!

L’interno dell’isola è un trionfo di lussureggiante vegetazione, le mangrovie della costa lasciano spazio a verdi arbusti e baobab giganteschi. E poi ovunque quei bellissimi alberi di mango, con i loro fusti estremamente corti, le folte chiome dalla forma tondeggiante e l'immancabile capanna di paglia e fango sotto la sua ombra. Ogni anno una pianta può arrivare a fare anche più di 5.000 frutti. Noi a Mafia faremo scorpacciate assurde di mango, in ogni momento della giornata dalla mattina alla sera: con l'equivalente di un euro nelle bancarelle per strada ne puoi comprare ben sei. Da noi, in Italia è il contrario: 6 euro per un mango e non è nemmeno buono. Mangerei nei paesi esotici solo mango e frutto della passione, come in Cambogia, quando al mercato, se volevo mangiare, avevo due opzioni: frutto della passione o tarantole fritte.

I giganteschi baobab dell'isola di Mafia lungo la strada sterrata verso nord

Nel centro dell'isola ci sono delle pozze d'acqua dove stazionano gli ippopotami. Ci fermiamo ma da lontano non vediamo nulla. Humprey prende il cellulare, un vecchio Nokia di quelli con schermo piccolo e display in bianco e nero. Fa una chiamata. Solo una persona può sapere dove stanno gli animali. E' un signore che vive in una capanna sulle pozze che parla con gli ippopotami. Giuro. Ci ha vissuto fin da piccolo, conosce questi animali meglio di chiunque altro, praticamente ci vive in simbiosi, da non credere ma è così. Lo incontriamo nella sua umile dimora in riva all'acqua. Lo chiamano “hippo man” o anche “hippo master”; è un uomo molto magro sulla sessantina, ma magari, anche se il volto è scavato dalle rughe, è molto più giovane. In swahili comunica con Humprey e scuote la testa. Oggi è molto difficile vederli perché fa molto caldo, il sole picchia, nei giorni passati ha piovuto molto e le pozze sono piene; loro sono a pelo dell'acqua ben nascosti nella vegetazione e piuttosto lontani. Maggiori speranze di vederli ci sarebbero al tramonto, non ora all'una di pomeriggio!

Il famoso Hippo-master di Mafia!

Comunque facciamo un tentativo e ci addentriamo negli acquitrini, seguendo le orme e gli escrementi degli ippopotami con la speranza di arrivare a qualche bel punto d'osservazione. L'hippo man si arrampica sugli alberi con una rapidità ed un'agilità che ci lascia letteralmente sbalorditi, incredibile davvero per la sua età; e comincia il suo show, fatto di versi, grida, fischi, strane parole e lunghe attese. E le bestie lontane rispondono! Uno spettacolo nello spettacolo della natura nella quale siamo immersi. Un personaggio pazzesco. Non vedremo gli ippopotami, ma la vera attrazione del posto forse era lui, l'Hippo man, non le bestie! Tra l'altro dopodomani partiremo da Mafia per una 3 giorni di safari nei parchi del nord della Tanzania e lì sicuramente ci saranno occasioni d'avvistamento migliori.

Nel punto più estremo a nord dell'isola, attraversando belle foreste di grandi baobab, raggiungiamo un antico faro costruito dai tedeschi durante la prima guerra mondiale. Mafia infatti, prima di esser inglese era colonia tedesca, dal 1880 al 1919. Poi la Germania perse la prima guerra mondiale ed ovviamente le sue colonie passarono alle potenze alleate dell'intesa. Niente da fare, però, i tedeschi non capiscono proprio! Rinascono nuovamente, più imperialisti ed agguerriti che mai, come "terzo reich". Perdono anche la seconda guerra mondiale. Stalin in Russia gli da una bella suonata. E non gli basta ancora. Perché sono talmente tanto convinti della loro superiorità razziale, che nuovamente rinasceranno come “quarto reich” dopo Maastricht: il nuovo Führer non ha più i baffetti ma stavolta ha bionde e non proprio aggraziate sembianze femminili...Tranquilli, la storia si ripete sempre, nel bene e nel male. Perderanno ancora, dopo aver nuovamente, per l'ennesima volta in 150 anni, devastato mezza Europa. I tedeschi ci sono abituati. Lottano come mai, ma perdono come sempre. In ogni caso, a prescindere da queste teutoniche divagazioni, la vista dell'isola di Mafia dall'alto del faro sarà bellissima.

Il faro tedesco dell'Isola di Mafia

Nel viaggio di ritorno Humprey si ferma a prendere delle uova da una coppia di amici tedeschi trasferiti a Mafia. Di solito accade il contrario, ovvero africani che vogliono venire in Europa. Connie e Manfred, entrambi intorno alla sessantina, 4 anni fa hanno deciso di mollare tutto, la comodità, il consumismo, lo stress, in poche parole lo stile di vita imposto dal sistema capitalista per vivere nel nulla assoluto della foresta di Mafia, lontani da tutto e tutti. Hanno costruito delle capanne con legno, fronde di palme e conchiglie, addirittura una graziosissima dining room con pavimento di fine sabbia bianca, sopra ad una selvaggia spiaggia dell'isola, con una vista pazzesca sull'Oceano Indiano.

Ingresso della casetta nella foresta di Connie e Manfred

Pannelli solari per quel poco di elettricità necessaria, recupero dell'acqua piovana e filtri potabilizzatori...Manfred purtroppo ha problemi di salute, un ictus lo ha lasciato con problemi alle gambe, poi soffre anche di cuore così spesso deve tornare in Germania a curarsi...ma per quel poco che abbiamo visto, sembra comunque in forma, quando siamo arrivati stava tagliando della legna con grande energia per costruire una nuova capanna. Connie è infermiera, ha allestito un piccolo ricovero dentro una tenda dove curare le persone ed i bambini dei villaggi vicini; si prende cura anche degli animali, il randagismo è un grosso problema nell'isola così lei, tra le tante altre cose, si occupa anche su richiesta, della sterilizzazione dei cani. Entrambi hanno addirittura già preparato le loro tombe: vogliono rimanere lì per sempre, nel giardino oltre la dining room. Vista oceano.

La zona di Mafia turisticamente più sviluppata, il che significa praticamente un solo paio di piccoli ma costosi hotel nascosti nella vegetazione, è quella situata in zona Utende nella costa sud-orientale, in corrispondenza della piccola isola di Chole dove solo 150 anni fa si incarceravano gli schiavi, una specie di grande deposito in attesa di scambi e della loro partenza verso l'India e l'Arabia Saudita. Ogni anno, infatti, fino a buona parte del XIX secolo, decine di migliaia di schiavi passavano per le isole delle Spezie, Mafia, Pemba e Zanzibar. Quest'ultima in particolare, ospitava il più importante mercato di schiavi dell’intera Africa orientale. La manodopera nera da impiegare soprattutto nei lavori più massacranti delle miniere e delle piantagioni, aveva il grande vantaggio di resistere ai climi caldi, costare poco o nulla ed esser praticamente inesauribile. Gli schiavi erano trattati peggio delle bestie, catene ai piedi, frustati, umiliati, torturati e gettati in mare se malati. La vendetta degli africani guidati da Okello, un secolo dopo la fine della tratta, fu terribile e spietata; si abbatté come una furia cieca sugli innocenti discendenti dei mercanti negrieri che nulla c'entravano con gli orrori dei loro padri e dei loro nonni.

Incontro con una tartaruga in immersione nei fondali di Utende

Le immersioni a Mafia si fanno praticamente tutte nella Chole Bay, dove si concentra la bella barriera corallina. Grazie anche all'istituzione del parco marino che copre una area di diverse centinaia di km quadrati, il mare è un vero paradiso con centinaia di specie di pesci di barriera e pelagici, coralli, tartarughe marine e delfini; è ricco di fauna, particolarmente colorato in alcune zone, con un bel reef in buono stato di conservazione e visibilità discreta anche se non eccezionale. Le immersioni sono sempre molto piacevoli ma in tutta sincerità, nulla a che vedere con la mia amata Indonesia. Inoltre sono piuttosto care perché oltre al prezzo dell'immersione, già di per sé piuttosto alto, ogni persona non residente, ogni giorno anche per una sola ora di diving, deve pagare 25 dollari per entrare nel parco e stare nella zona di Utende, in un paese dove lo stipendio medio mensile è di 150 dollari. Ovvia la volontà del governo di spremere al massimo i pochi viaggiatori che si avventurano fino a Mafia: il nuovo presidente ha imposto in tutta la Tanzania una tassazione molto alta per gli stranieri, unica fonte di valuta estera del paese. Le formalità burocratiche per entrare nell'area marina ogni volta sono assurde e vanno ripetute da capo, il pagamento deve esser fatto obbligatoriamente mediante carta di credito per la tracciabilità e la lotta alla corruzione ma la linea internet praticamente non c'è mai. Questo significa ogni giorno, molto tempo di inutile attesa per far un pagamento al fine di poter entrare in una zona dell'isola che non ha nulla di diverso rispetto a quella occidentale, se non un costoso diving per far immersioni, le quali sono sì carine, ma sicuramente non eccezionali ed indimenticabili: dopo essermi immerso nei migliori posti del mondo come Komodo, Tubbataha, Raja Ampat, Belize, Maldive, Galapagos, Mar Rosso, Cuba e tanti altri, i miei standard sono inevitabilmente molto alti. Così ad Utende andrò solo un paio di mattinate per fare 4 immersioni e mai più.

I 5 giorni a Mafia scorrono veloci; è ora di partire. Un aeroplano ci riporta nuovamente nella capitale Dar Es Salaam e Maya avrà il piacere di sedersi nel volo di ritorno a fianco del pilota. Tutti però cominciamo ad avvertire un fastidioso prurito ai piedi. Forse abbiamo pestato inavvertitamente qualche corallo urticante nel mare...o forse l'irritazione dipende da punture di zanzare o insetti strani. Purtroppo la spiaggia dell'isola ci lascerà per diverse settimane un ricordino un po' più fastidioso di semplici punture di insetti: un parassita chiamato “larva migrans” presente nelle feci dei cani e dei gatti randagi, che sopravvive nei terreni caldi ed umidi come quelli sabbiosi dei paesi tropicali sviluppandosi a livello di larve infettive. La trasmissione avviene per contatto diretto della cute con il suolo contaminato, provocando eritemi e papule nella sede d'ingresso. La maledetta larva poi non sta ferma! Non gli basta entrare nel piede...no! Nel tentativo infruttuoso di penetrare all'interno del corpo umano per raggiungere gli organi, scava sottopelle dei cunicoli lungo un percorso casuale, lasciando una tortuosa eruzione cutanea filiforme di colore rosso-brunastro. L'infezione dura diverse settimane e si risolve spontaneamente con la morte della stessa, ma crea grande fastidio ed dolore, soprattutto un insopportabile prurito. La terapia è a base di un antiparassitario, l'ivermectina...forse un segno del destino per quello che avverrà nel mondo in pochi mesi...nonostante quello che oggi, marzo 2021, dicono EMA ed AIFA, le quali indubbiamente hanno un conflitto d'interessi grande come una montagna con le case farmaceutiche e dunque, almeno per quanto mi riguarda, credibilità scientifica pari a zero, l'economicissima Ivermectina si rivelerà uno dei migliori e più promettenti rimedi, sia in fase di prevenzione che di cura a qualsiasi stadio della malattia, per l'infezione da coronavirus e senza alcun effetto collaterale, anche in caso di abnorme sovradosaggio. I risultati di diversi studi, mostrano un deciso abbassamento del livello di infiammazione, una riduzione netta della degenza ospedaliera e grande attività preventiva.

Maya copilota nel volo di ritorno Mafia - Dar Es Salaam

Larve migrans a parte, l'avventura in Tanzania è soltanto agli inizi. Ci aspetta un safari indimenticabile in tenda e sacco a pelo nel regno di Simba, negli incredibili parchi del nord del Tarangire, Serengeti e Ngorongoro.

Gaby ed i bimbi poi, nel pomeriggio del 31 dicembre 2020 ripartiranno per l'Italia, festeggiando il capodanno nel centro medico aeroportuale di Addis Abeba in Etiopia a causa del dolore sempre più intenso provocato dal maledetto parassita della sabbia. Io invece resterò in Tanzania un'altra settimana. Ma anche io non sto bene ed ho difficoltà a camminare: ho un grande fastidio alla pianta del piede sinistro ed una insopprimibile voglia di grattarmi; vorrei scorticarmi il piede con un coltello, tanto intenso è il prurito. Ed ho, soprattutto, un piccolo problemino: tra poche ore, la mattina prestissimo del primo gennaio 2021, parto per la scalata dei 5895 m della montagna più alta d'Africa, una delle “seven summits”. Tento di arrivare, larva migrans al seguito, in vetta al Kilimangiaro.

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