Rapa Nui

Dopo una folle corsa, tra autobus che si rompono e traffico impazzito, sudato ed ansimante arrivo finalmente all'aeroporto di Lima. Tra solo 30 minuti parte un cessna per l'Amazzonia peruviana più selvaggia; è davvero tardi e non ho neppure il biglietto. Ma confido sulla mia grande fortuna in viaggio nonché sul ritardo cronico dei voli sudamericani, soprattutto quelli nazionali. L'idea è prendere da Iquitos un battello per navigare tutto il Rio delle Amazzoni fino all'Oceano Atlantico passando per Manaus e Santarèm in Brasile. Rio delle Amazzoni...il solo nome mi mette i brividi! Sono però preoccupato, so che l'aeroplano è piccolo ed ha solo una decina di posti passeggeri disponibili...D'altronde chi ci va fin lì? Qualche avventuriero come me, o qualcuno alla ricerca di un'esperienza mistica a base di Ayahuasca con qualche sciamano. Chissà forse potrei provarla anche io se ci sono le condizioni e le sensazioni giuste...

Vaffanculo, check in chiuso! Oggi la puntualità spacca il secondo! Ma sto in Svizzera o in Perù?! C'erano pure ancora posti disponibili nell'aereo...domani invece no, il volo è pieno. Che sfiga, che delusione...Non posso aspettare oltre, l'intero viaggio in battello richiede non meno di una settimana e devo tornare in Messico dove mi attendono moglie e figli per poi tornare insieme in Italia. Mio malgrado, devo salutare il Rio delle Amazzoni. Sarà per un'altra occasione.

Vado a prendermi un caffè. Mi giro e vedo che Lan Chile a poche decine di metri sta imbarcando passeggeri per Easter Island. La mia mente è però totalmente assente, ancora inviluppata su quell'aeroplano per Iquitos che non dovevo perdere.

Forse però potrei ripiegare su Puerto Maldonado, nel sud del Perù, comunque nell'Amazzonia più profonda, ma da lì il Rio delle Amazzoni non lo raggiungo in nessun modo; l'idea della navigazione completa del fiume più grande del mondo fino all'Atlantico, comunque va abbandonata. Potrei sempre scalare qualche vetta delle Ande, perché no? Ma non sono pronto, né acclimatato e non ho neppure l'attrezzatura dietro. Dovrei affittare tutto, scarponi inclusi. Quello che so per certo è che qui a Lima, in questo schifo di città, uno dei posti più brutti mai visti al mondo, non ci voglio stare un minuto di più. Forse potrei andarmene in Bolivia al Salar de Uyuni o in Cile nel deserto di Atacama...Penso e penso ancora. Mi giro ancora una volta a vedere il gate della Lan Chile. Mmhmm...Easter Island...Easter Island...Ma che cazzo è Easter Island?

Ancora evidentemente, dormo. Il cervello ancora scollegato. Poi la luce. Un bagliore improvviso. Un assone funzionante, due neuroni che finalmente comunicano e l'illuminazione. Noooo! Non è possibile! Easter Island è l'Isola di Pasqua! Non credo ai miei occhi perché questo volo, parte solo un paio di volte a settimana da Santiago del Cile. Chiedo conferma. Tutto vero! Oggi e solo oggi c'è un diretto Lima-Hanga Roa! Segno del destino. A check-in quasi terminato spunto un last-second a dir poco eccezionale, pagando la metà, circa 500 euro “ida y vuelta”, un biglietto che è molto costoso, avendo la LAN il monopolio sulla tratta. Ritorno tra una settimana. Senza volerlo, senza averlo programmato né minimamente immaginato, mi ritrovo, a fine gennaio del 2011, dopo quasi 6 ore di Boeing 767 a 800 km orari, tra i moai giganti della surreale Isola di Pasqua, Rapa Nui in lingua nativa. Altro che viaggio di Ayahuasca, l'esperienza sarà ben più psichedelica. La mia “liana degli spiriti” saranno le misteriose statue giganti monolitiche ed antropomorfe del luogo più isolato del mondo.

Dovevo esser in Amazzonia...invece sono qui, nel sito di Rano Raraku davanti ai moai dell'Isola di Pasqua!

Madonna dove cazzo sono arrivato! Quanto ho fantasticato su tale isola! Acquistai il dvd del film Rapa Nui di Kevin Reynolds e da quel momento il desiderio di visitarla è stato sempre fortissimo, cosiccome la consapevolezza che farlo sarebbe stato difficilissimo, se non impossibile, data la grande lontananza. Ora invece sono qui e non credo ai miei occhi. L'aereo atterra dopo 4000 chilometri ininterrotti di mare blu nella pista di Mataveri, una delle più lunghe del mondo, costruita dagli americani perché progettata per far atterrare una navetta spaziale in caso d'emergenza. Ammiro dall'alto la caldera di Rano Kau, una delle visioni più sbalorditive della mia vita: il trip di Ayahuasca comincia qui. Tocco il suolo di Rapa Nui e mi sento come se fossi atterrato su Marte. Un brivido corre lungo la mia schiena. Pochi posti al mondo sono capaci di suscitare emozioni così forti. Gaby, ora è in Messico dai genitori con i bambini e sa che sto in Amazzonia. Devo trovare un internet-point e chiamare per avvertirla che sono invece all'Isola di Pasqua. Non so se ci crederà...

Mappa dell'Isola di Pasqua con principali punti di interesse

L'Isola di Pasqua ha forma quasi perfetta di triangolo isoscele, modellata dai processi di erosione marina ed eolica, lenti ma costanti data l’assenza di una barriera corallina; ha una base di 23 km ed un'altezza di 12 circa con ai vertici i tre vulcani del Rano Kau, del Poike e del Munga Terevake. Non è grandissima dunque, ed una semplice bicicletta affittata mi permetterà di girarla più o meno comodamente tutta quanta donandomi libertà estrema. Sicuramente un motorino sarebbe stato più comodo e pratico, ma si sa, in viaggio, come nella vita di tutti i giorni, a me piace sfiancarmi di sport all'aria aperta e la bicicletta è sempre, quando possibile, il mio mezzo di trasporto preferito.

L'Isola di Pasqua è il luogo al mondo più lontano da qualsiasi insediamento umano, trovandosi a 3800 km di distanza dalle coste del Cile e 4600 da Tahiti. La terra abitata più vicina è l'isola di Pitcairn a 2000 km di distanza con appena una cinquantina di abitanti, tutti discendenti degli ammutinati del Bounty. A sud ci sono circa 7000 km di mare aperto fino all'Antartide, mentre a nord dopo 5000 km si incontra il Messico. Fino al 1967, anno del primo volo verso il nuovo aeroporto di Mataveri, ancora ci arrivava solo una nave da guerra all'anno per rifornire la popolazione di viveri e materiale. E' piuttosto brulla e desertica, quasi totalmente coperta d'erba bruciata, anche se vicino ad Hanga Roa ed alla cava di Puna Pau ci sono dolci colline verdi con erba rasa, stranissime in tale contesto, che ricordano i tipici paesaggi scozzesi o irlandesi. Non è un'isola paradisiaca nel senso comune del termine: restano ben pochi alberi, qualche palma, qualche eucalipto ed una sola bellissima piccola spiaggia di sabbia bianca con acqua piuttosto fredda. Cavalli selvatici ovunque al pascolo. Sassi, terra bruciata e roccia lavica con il mare che gli schiuma addosso. Il clima è subtropicale, abbastanza caldo ed umido tutto l'anno, temperato da piacevoli brezze. Ecco, il sole ed il vento sono i veri traditori di Rapa Nui: si passa molto tempo pedalando lungo le strade sterrate e camminando nei siti archeologici vagando sbalorditi in pieno trip allucinogeno e ci si trasforma in aragoste nel giro di poco, non rendendosi conto che il sole picchia fortissimo perché il vento soffia costante. Sole, brezza marina e tanta, tantissima luce: sarà il mare che sta ovunque, l'erba secca ma la luce è davvero abbagliante ed andare in giro senza occhiali da sole è impossibile. Un silenzio profondo pervade ogni angolo: non è suggestione, senti davvero di essere totalmente isolato dal mondo e lontano da tutto e tutti. Madonna quanto mi piace questa sensazione! La sua ricerca in viaggio per me è diventata una droga, un'ossessione.

Le sorprese all'Isola di Pasqua sono continue, tanto a livello archeologico e culturale quanto a livello paesaggistico. Magari, in pieno vagabondaggio tra le stradine sterrate, ti perdi nel bel mezzo dell'isola e ti siedi un attimo a riposare...sei solo, in aperta campagna...alzi lo sguardo e ti trovi di fronte totalmente isolato, non indicato ed abbandonato, un gigante di pietra, coperto di funghi che poi scopri essere l'unico moai al mondo con 4 mani: l'Ahu Huri nella zona di Urenga.

Il Moai isolato di Ahu Huri, unico con 4 mani nel centro dell'isola di Pasqua

L'isola conta circa 4000 abitanti, di cui la metà sono cileni continentali arrivati per sfruttare un turismo crescente; simpaticissimo davvero il loro accento spagnolo. Nell'insieme i pasquani sono largamente meticciati, solo poche decine di persone hanno genetica polinesiana al 100%, i giovani che sembrano usciti da un quadro di Gauguìn, sono fieri ed bonariamente arroganti, orgogliosi sempre di più della loro identità. Il numero dei visitatori, pur contenuto, è raddoppiato negli ultimi anni e ciò solleva non pochi problemi, di spazio, di equilibrio architettonico, umano e sociale. L'isola è piccola, la costruzione di nuovi alberghi romperebbe l'omogeneità del posto e l'identità dei pasquani sarebbe sempre di più compromessa dalla crescente contaminazione turistica. Oggi il destino di Rapa Nui è sostanzialmente legato alla sua lontananza estrema ed al monopolio di LAN Chile sul viaggio che pertanto risulta davvero costoso, mantenendo di conseguenza il flusso turistico nei limiti accettabili. Un viaggio nell'Isola di Pasqua purtroppo è tutto fuorché facile ed economico, è per pochi viaggiatori danarosi, che nella maggior parte dei casi però sono diretti a Papeete in viaggio di nozze e fanno qui uno scalo tecnico di una sola giornata. Purtroppo il discorso suonerà elitario ed antidemocratico ma gli alti costi e le difficoltà del viaggio sono l'unica salvezza possibile per posti come questo o le Isole Galapagos. La "democratizzazione" del viaggio è da evitare e da ritardare il più possibile. La globalizzazione ed il turismo crescente generano inoltre divergenze nella società pasquana e creano divisioni, tra chi ci guadagna e chi è escluso da questa nuova ricchezza. I cileni continentali sono troppo numerosi e ben presto potrebbero provocare la scomparsa della cultura rapanui e della sua lingua, simile al polinesiano parlato a Thaiti.

Presunta storia dell'Isola di Pasqua

Secondo la teoria più diffusa l'isola fu occupata in un periodo variabile dal 400 all'800 d.c. da un popolo polinesiano, probabilmente arrivato dalle Isole Marchesi a bordo di grandi canoe a doppio scafo, simili ai catamarani di oggi. Non sembrano esserci dubbi sull'origine polinesiana di Rapa Nui: i suoi abitanti sono palesemente e geneticamente polinesiani, cosa confermata da tutti gli esami del DNA effettuati sui resti umani rinvenuti nell'isola. Inoltre gli esploratori europei al primo contatto con i pasquani, notarono che essi riuscivano a capirsi con gli indigeni di Tahiti, dunque necessariamente la lingua doveva esser di ceppo polinesiano. E anche i moai con i loro ahu, gli ami da pesca e le asce rinvenute, assomigliano a costruzioni sacre, oggetti e strumenti rinvenuti nelle Isole Marchesi. Resta da capire come abbiano potuto fare, con gli scarsi mezzi e le conoscenze di allora a mettersi in mare e riuscire a coprire oltre 4000 km di oceano per approdare su un isola, un minuscolo puntino nell'assurda immensità del Pacifico. Viaggiare dalla Polinesia, ovvero da ovest verso est significava oltretutto veleggiare controvento e controcorrente, contro gli alisei e contro le forti correnti del pacifico meridionale. Per raggiungere l'isola dalla Polinesia, sarebbe stato necessario "bordeggiare", ovvero procedere a zig-zag, il che, ammesso che gli antichi avessero tali conoscenze di navigazione, aumenta la distanza di almeno 4 volte rispetto alla linea retta; il percorso dunque sarebbe stato non di 4000, ma di ben 16.000 km, distanza impensabile ed impossibile da superare. Ma tant'è, la genetica contraddice ogni conclusione logica e le origini di tale incredibile civiltà rimarranno probabilmente un mistero irrisolto.

Sembra comunque che ci siano stati intorno al 1200-1300 d.c. contatti tra pasquani ed abitanti dell'America latina. Il norvegese Thor Heyerdahl, scoprì siti di moai con strutture di pietra di tipo inequivocabilmente inca, ad Ahu Vinapu e statuette pre moai che avevano forti somiglianze con le sculture della civiltà di Tiahuanaco, con le stesse tecniche di scrittura bustrofedica tipica del rongorongo. Inoltre nella caldera del vulcano Rano Kau cresce la totora, un giunco che esiste solo lì e nel lago Titicaca in Perù. Nell'isola si coltivava poi la patata dolce, originaria del Sud America e non della Polinesia, che stranamente si chiamava Kumara a Rapa Nui e Kumar in Perù. Agatha Christie sosteneva che 3 indizi formassero una prova, qui di indizi ce ne sono anche più di 3. Le analisi genetiche, lungi comunque dal risolvere la questione, non escludono assolutamente il contatto tra i due popoli ed in tal caso le possibilità sono due: o i pasquani sono arrivati fino in Perù e poi tornati indietro “meticciati”, oppure popolazioni dal Perù hanno raggiunto Rapa Nui. Il norvegese dimostrò la possibilità di navigare con i mezzi del tempo dall'America meridionale alla Polinesia con la sua incredibile spedizione del Kon-Tiki, che lo rese famosissimo: sfruttando la corrente di Humbolt, egli nel 1947 con una zattera di balsa navigò il pacifico da est ad ovest, dal Perù fino alle lontane Isole Marchesi, andando a schiantarsi sulla barriera corallina delle Tuamotu dopo ben 101 giorni di mare, con mezzi ed attrezzature esclusivamente dell'antichità, senza alcuna concessione al modernismo. La tesi di Thor Heyerdahl era che l'Isola di Pasqua era stata colonizzata in primis da un popolo peruviano, e solo successivamente da uno polinesiano, il quale poi nel corso di una sanguinosa guerra sterminò totalmente il primo. Lui vedeva nei moai, che avevano lunghe orecchie ed indossavano i pukao, grossi massi rossi cilindrici sulla testa, una prova della sua tesi: un tratto culturale tipico della nobiltà incas erano infatti le lunghe orecchie, la carnagione bianca ed i capelli rosso bruno, spesso acconciati a mò di chignon. Il cappello rosso sulla testa delle statue, poteva dunque rinviare sia nel colore, sia nella forma all'acconciatura della nobiltà incas. Ma ovviamente rimane tutto solo nel piano della fanta-archeologia e fanta-antropologia. “Fanta” fino ad un certo punto però: io vengo dalla Valle Sacra degli Incas in Perù, solo due giorni fa ero a Machu Picchu e la vista qui all'Isola di Pasqua delle strutture di pietra di Ahu Vinapu, giuro, mi ha gelato il sangue.

A complicare comunque ulteriormente la situazione ci si mette poi anche la prima descrizione demografica dell'isola di Jacob Roggeveen, il primo uomo a metter piede nel 1722 da europeo sull'Isola di Pasqua il quale affermava che la popolazione era composta da due gruppi etnici, uno chiaramente composto da polinesiani e l'altro da bianchi, alti di statura e "con orecchie tanto lunghe da poterle unire dietro la nuca". Ciò sarebbe anche coerente con una leggenda locale, secondo la quale l'isola conobbe due ondate distinte di immigrazione, prima la polinesiana dalle orecchie corte e poi la "bianca" dalle orecchie lunghe che schiavizzò la popolazione indigena preesistente prima di esser totalmente sterminata dalla stessa durante una rivolta. Ma l'ordine di arrivo è comunque oggetto di forte dibattito e rimane solo nel piano della leggenda e della tradizione orale. L'esistenza di uomini e donne dalle orecchie lunghe è anche confermata dai dipinti degli indigeni locali di William Hodges, pittore del navigatore ed esploratore inglese James Cook, che visitò l'isola nel 1774. Nonostante questi racconti, nonostante le teorie di Heyerdahl e le descrizioni dei primi europei, la principale corrente archeologica è comunque scettica riguardo qualsiasi influenza non polinesiana nella preistoria dell'isola.

Dipinto di William Hodges, pittore di James Cook: due pasquani, uomo e donna dalle "orecchie lunghe"

Tutto in ogni caso inizia sulla spiaggia di Anakena, unica spiaggia sabbiosa e dunque unico approdo possibile dell'isola. É qui che sarebbe sbarcato Hotu Matu'a, il primo re, il primo "Ariki mau" di Rapa Nui. Secondo la leggenda popolare, un tale sognò che la sua anima volava attraverso l'oceano ricercando nuove terre per il re Hotu Matu'a e scoprì la rotta da percorrere per arrivare ad un'isola rigogliosa. Al risveglio raccontò subito il sogno al re il quale inviò 7 esploratori che riuscirono effettivamente a trovarla per poi tornare indietro ad avvertire. La tradizione orale narra che essi non apprezzarono affatto il luogo scoperto, lamentandosi del fatto che fosse eccessivamente ventoso dunque difficile da coltivare. Fa niente, Hotu Matu'a parte lo stesso con una flotta di piroghe ed il suo popolo e approda nella spiaggia di Anakena, accompagnato dalla sua sposa e dai suoi sei figli che fondarono i vari clan, spartendosi la nuova terra dividendola come una torta. L'isola fu chiamata "Te pito O te henua", ombelico del mondo. Ai 7 esploratori inviati con successo da Hotu Matu'a alla scoperta della nuova isola, si rese omaggio in seguito con la costruzione dei 7 moai uguali di 4 metri l'uno di Ahu Akivi, che hanno l'incredibile particolarità di esser gli unici nell'isola, in una zona di dolci colline verdi, ad esser rivolti verso il mare: tutte le statue sono solitamente rivolte verso l'interno dell'isola, verso i villaggi, come un "mana" protettivo (forza spirituale, potere soprannaturale), ma nel caso di Ahu Akivi, sono rivolte in direzione opposta, a scrutare il blu verso le lontane Isole Marchesi. Oggi, anche se restaurati, hanno un aspetto piuttosto grezzo e malandato, probabilmente sono tra i più antichi mai realizzati nell'Isola di Pasqua. Hanno la particolarità di esser rivolti esattamente nel punto in cui tramonta il sole durante l'equinozio di primavera mentre danno le spalle all'alba durante quello d'autunno con un'accuratezza astronomica che a Rapa Nui è riscontrabile soltanto qui.

I sette moai di Ahu Akivi al centro dell'Isola di Pasqua

Leggenda vera o no, oggi dall'analisi rigorosa dei pollini sappiamo che anticamente, al tempo delle prime colonizzazioni umane, l’isola era verde e rigogliosa, coperta da un tipo di palme molto simile alla palma da vino cilena, che cresce fino a 25 metri di altezza e 2 di diametro. I suoi fusti, molto alti e privi di rami, erano assolutamente ideali per trasportare ed erigere statue e per costruire larghe canoe per poter pescare in mar aperto. La palma sarebbe stata anche un'ottima fonte di cibo per le noci e la linfa da cui si può fare zucchero, sciroppo, miele e vino. L'isola era un eden con tanti uccelli marini e di terra, foche, acque pescose piene di delfini e tanti alberi hauhau per ricavare le corde necessarie per erigere e trasportare i giganti di tufo. Tutti vivevano della pesca e della coltivazione in un ampio spazio vitale che aveva tutti ma proprio tutti i prerequisiti per un'esistenza confortevole. Fino al 1200 d.C. circa, la popolazione rimase numericamente stabile e sostanzialmente in equilibrio con le risorse naturali presenti. La civiltà pasquana cresce e prospera, anche se dall'inizio del popolamento dell'isola, pochissimi elementi di rigore scientifico permettono di capire quale e come fu l'evoluzione di tale società. Le tavolette rongorongo sono ancora oggi indecifrabili così quel poco che oggi si conosce è frutto di storie tramandate oralmente, in cui si mischiano leggenda, fantasia, forse un pizzico di verità e tanta, tanta confusione in una cronologia che è un'ombra indefinita e spesso contraddittoria. Sappiamo bene che quando una storia passa diverse volte di bocca in bocca, alla fine risulterà sicuramente totalmente diversa dall'originaria.

Grossolanamente si può comunque dividere la storia dell'isola in due periodi: il primo va dalla colonizzazione polinesiana dell'800-900 d.c. al 1680, data convenzionalmente accettata dagli studiosi di inizio delle guerre tribali nell'isola, il secondo va dal 1680 all'arrivo dei missionari nel 1864. La prima fase, chiamata "ahu moai", segnò il culmine della società pasquana con la costruzione delle statue di tufo che iniziò forse intorno al 1000 d.c. e aumentò rapidamente a partire dal 1200 d.c. , in un crescendo di probabile follia architettonica e delirio costruttivo che continuò fino alla fine del 1600. Gli archeologi sono abbastanza concordi nello stimare una popolazione intorno alle 7.000 persone ma alcuni arrivano ad azzardarne, verso il 1400 d.c. , nel picco massimo di deforestazione, fino a 20.000, un numero che sarebbe comunque compatibile con l'estensione e la fertilità dell'isola.

L'ombelico del mondo era diviso in clan, ognuno col suo villaggio e la sua struttura cerimoniale, con il territorio suddiviso in fette in modo tale da garantire ad ognuno di essi lo sbocco sul mare. La tribù più importante era quella dei Miru, da cui discendevano tutti i re dell'isola, chiamati "Ariki mau", portatori del "mana". Sembra che esistessero dei clan particolarmente bellicosi e che l'antropofagia fosse sicuramente praticata nei confronti del nemico, soprattutto per umiliare la famiglia della vittima ed aumentare il proprio potere nella credenza di rubare al morto tutta la sua forza. Le varie tribù forse, cominciarono una folle, assurda, autodistruttiva gara a fabbricare statue antropomorfe, simboleggianti gli antenati protettori, sempre più grandi e belle, adornandole con cappelli rossi da 10 tonnellate ed occhi di corallo ed ossidiana, in una spirale crescente di concorrenza che poco a poco consumò tutte le risorse naturali di Rapa Nui. La società nel frattempo si era ormai divisa in due gruppi ferocemente rivali. Secondo la tradizione, infatti nell'isola abitavano due differenti razze: le "orecchie corte" e le "orecchie lunghe", così chiamate a causa dei grandi orecchini che le deformavano. Questi ultimi probabilmente furono all'origine del culto dei moai, che non a caso hanno orecchie lunghe, e ridussero l'altra razza in schiavitù, riservando loro i compiti più umili ed ingrati nelle cave, nella fabbricazione e nel trasporto dei giganti.

Servivano grandi quantità di legname per trasportare le statue, mostruosamente grandi per la tecnologia dell’epoca, per costruire rulli, impalcature, corde e zattere via via più grandi per la pesca in mare aperto: le esigenze alimentari di una popolazione in crescita e sempre più impegnata nel faticoso lavoro dei moai, aumentavano a dismisura. Si presero a tagliare così molti più alberi di quanti ne ricrescevano in modo insostenibile. Nel 1400 la palma è completamente estinta. Non ci sono più alberi per costruire barche, nel giro di una sola generazione il popolo pasquano perde tutta la tradizione e le conoscenze marinare. La distruzione della fauna dell'isola va di pari passo con quella della foresta, gli uccelli di terra, che per lungo tempo avevano impollinato i fiori degli alberi e disperso i loro frutti, ben presto si estinsero. Senza più foresta, la maggior parte delle specie scomparve. Ma non i ratti che contribuirono a distruggere gli ultimi semi rimasti e che secondo nuove, coraggiose teorie, furono co-responsabili dell'impoverimento ligneo dell'isola. I rapanui ripiegarono sui molluschi marini: anche loro furono oggetto di un esagerato sfruttamento, finché gli abitanti dovettero accontentarsi di piccole chiocciole. La resa dei raccolti peggiorò, perché la deforestazione causava l'erosione del suolo da pioggia e vento ed un minor nutrimento alla terra.

In assenza di cibo ed aumentando i conflitti, gli isolani si spostarono verso l'unica fonte di carne e proteine rimanente: gli umani. Il ritrovamento di ossa rosicchiate dimostra che la pratica del cannibalismo era comune; la tradizione orale degli abitanti dell'isola è piena zeppa di richiami all'antropofagia: lo scherno più provocatorio ed offensivo contro un nemico a Rapa Nui è il detto "ho ancora la carne di tua madre incastrata tra i denti". Senza legname disponibile per cucinare le succulenti chiappette umane, i pasquani, per alimentare i loro fuochi, cominciarono a bruciare erba e canne. Nell'isola ben presto rimase solo terra bruciata dal sole e spazzata dal vento. La produzione intensificata dei polli e il cannibalismo compensarono però solo parzialmente tale perdita di cibo: sono state ritrovate statuette veramente magre con costole ben visibili e guance scavate, i moai kava kava le quali suggeriscono che le persone dopo il 1500 pativano davvero la fame nera. Insomma la decadenza di una civiltà. Col presunto disastro ecologico, cominciarono le guerre interne per la supremazia tra clan. L'eccessiva sovrappopolazione in una piccola isola dalle risorse sempre più scarse, le difficili condizioni di vita, le angherie ed i soprusi di un gruppo etnico nei confronti dell'altro, furono probabilmente all'origine delle guerre tra tribù. La leggenda narra che ad un certo punto scoppiò una grande rivolta, le orecchie corte esasperate massacrarono uno ad uno tutti i loro nemici e buttarono a terra le statue simbolo indiscusso del loro potere, strapparono gli occhi di corallo bianco sede dell'energia vitale del mana, dedicandosi ovviamente successivamente a pratiche di cannibalismo. Le orecchie lunghe furono tutte sterminate e ciò spiegherebbe oggi la presenza a Rapa Nui della sola razza polinesiana.

L'epoca tra il 1500 ed il 1722 vide la profonda decadenza della società pasquana, tra probabile collasso ecologico, guerre interne, violenza e cannibalismo. Forse il culto dei moai termina in questo periodo o poco dopo. Con il declino del potere unico dell'Ariki mau, nel 17° secolo nacque il famoso culto dell'uomo uccello, che consente l'accesso al potere a rappresentanti di altre tribù oltre a quella dei Miru. Intorno al 1700, la popolazione era comunque crollata ad una frazione della quantità massima e verso il 1770, si cominciarono ad abbattere le statue. Nel 1864, lo scempio e la profanazione dei giganti di tufo era completa e nessun moai era più in piedi.

E' bene in ogni caso precisare che non c'è assolutamente certezza di nulla nella storia dell'Isola di Pasqua: quello che accadde prima e dopo l'arrivo degli europei è sfumato, incerto ed indefinito, frutto per lo più di racconti, disegni e storie tramandate.

Se tutto è andato così, la domanda da 100 milioni di dollari è: perché i pasquani non si resero conto di quello che stava accadendo e non si fermarono in tempo prima del disastro ecologico? A cosa stavano pensando quando abbatterono l'ultimissima palma dell'isola?

Il fatto è che tutto avvenne non in un anno o in pochi mesi, ma in centinaia di anni. Un passo lento alla volta, una goccia di veleno alla volta e non ci si rese conto di correre a tutta velocità verso l'orlo di un precipizio. Il principio della rana bollita di Chomsky. Probabilmente i cambiamenti della superficie forestale erano difficili da notare anno dopo anno, solo gli anziani che avevano memoria storica potevano notare differenze. Ma poi gli anziani morivano ed i giovani continuavano incuranti a tagliare. A tagliare piante sempre più piccole e basse senza aver alcun ricordo della rigogliosità passata dell'isola. Mettici pure qualche Ariki mau un po' pazzo e delirante, qualche siccità di turno che rallenta il rinnovamento arboreo, i ratti senza predatori ed in proliferazione esponenziale che mangiano i semi delle nuove piante, qualche tsunami dagli effetti catastrofici e la conseguente necessità di costruire moai ancor più grandi per avere maggior protezione dagli antenati, ed ecco servito il disastro.

Arrivo dei “civilizzatori” occidentali a Rapa

La seconda ed ultima fase dell'isola, chiamata "huri moai",va dal 1680 fino all'arrivo dei missionari nel 1864. Essa segna il declino inesorabile della civiltà rapanui, la fine del culto dei moai con il loro progressivo abbattimento e la totale scomparsa ed annientamento della cultura indigena da parte dei popoli civilizzatori, il cui impatto fu a dir poco devastante: la popolazione rapanui, in solo un secolo venne razziata, deportata in massa e decimata da malattie a loro sconosciute come il vaiolo, la tubercolosi e la sifilide.

L'isola è così chiamata perché venne scoperta proprio il giorno di Pasqua dell'anno 1722 dall'ammiraglio olandese Jacob Roggeveen. Subito cominciarono i primi colpi d'arma da fuoco ed i primi morti, il primo assaggio della civiltà da parte dei selvaggi. I monumenti erano tutti ancora in piedi ed utilizzati per i rituali. L'isola è brulla, sterile e senza alberi, con solo un paio di mille abitanti e senza quella complessa organizzazione politica, sociale ed economica, fortemente gerarchizzata che doveva avere la società che aveva creato tali giganti. Considerando il numero abnorme dei moai sparsi dappertutto e la loro impressionante mole, gli olandesi non riuscivano a comprendere come la scarsa popolazione dell'isola, tecnologicamente poco sviluppata e dotata di limitatissime risorse, avesse potuto erigerli. Sicuramente era stata una civiltà passata ed il declino demografico era dovuto a guerre o catastrofi precedenti. Nel 1770, 50 anni più tardi, sbarcò sull'isola una spedizione spagnola dal Perù, gli ahu erano trascurati e non più utilizzati per i riti, anche se tutti ancora in piedi. Ovviamente, sempre se ci fidiamo dei racconti e dei testi dell'epoca ma non c'è oggettivamente nessuna ragione per la quale osservatori esterni avrebbero dovuto mentire. Quando però, solo 4 anni più tardi, nel 1774 l’esploratore britannico James Cook toccò il suolo di Rapa Nui permanendovi un paio di giorni, lui e il suo equipaggio descrissero un’isola in crisi, con molti moai rovesciati ed una civiltà fortemente regredita. In soli 4 anni. La popolazione era scesa a poche centinaia di unità. James Cook scrisse così nella sua relazione finale: "Vi è una evidente disproporzione tra la forza attuale della nazione e quelle opere. È ragionevole assumere che essi siano i sopravvissuti da un tempo migliore […] Non siamo in grado di determinare quale sia stato l’accidente che ha ridotto una nazione, un tempo certamente florida, al presente stato di indigenza."

Ritratti di James Cook del suo pittore William Hodges

Nel 1786 fu quindi il momento del conte francese Jean François de La Pérouse che dovendo redigere mappe del Pacifico per ordine di Luigi XVI, sbarcò sull'isola e descrisse divertito di una popolazione che provava un interesse smodato ed irragionevole verso i loro cappelli ed i loro fazzoletti, che continuamente provavano a rubare. Gli indigeni per ottenerli, arrivarono addirittura ad offrire in cambio le loro donne. Diversi disegni dei pittori di La Pérouse mostrano furti di cappelli e flirt tra soldati e donne pasquane. E' oggettivamente proprio difficile non metter in qualche relazione l'arrivo dei colonizzatori europei con le loro belle e grandi caravelle, i loro grossi ed eleganti cappelli, con il culto pasquano degli antenati, “pietrificati” nei moai con il pukao. E' possibile che gli indigeni abbiano visto in loro la reincarnazione delle statue di pietra e che siano rimasti letteralmente sconvolti e frastornati dalle prime uccisioni con armi da fuoco e dalle prime epidemie. Già, perché gli stranieri portarono nell'isola soprattutto tante malattie alle quali il sistema immunitario dei pasquani era totalmente impreparato, come influenza, vaiolo e tubercolosi. E sifilide, per ovvi e scontati motivi.

Illustrazione del pittore di La Pérouse: donne pasquane flirtano con i francesi mentre gli uomini rubano i cappelli

Silenzio, buio totale ed assenza di contatti poi fino al 1804 quando il successivo visitatore, il russo Lisjanskij trovò solo 20 statue ancora erette; 60 anni più tardi, il missionario Eyraud, le trovò tutte abbattute. Siamo nel 1864, tutti i moai dell'Isola di Pasqua sono a terra, lontani dai loro ahu ed a testa in giù, forse in segno di rabbia nei confronti degli antenati che non hanno protetto la civiltà pasquana dal declino e dalla decadenza nonostante tutti gli sforzi fatti e le risorse investite nell'edificazione delle statue. L'abbattimento dei moai e la presunta guerra orecchie lunghe-orecchie corte vanno pertanto datati quasi con assoluta certezza nel periodo compreso tra il 1770 ed il 1864. Eyraud fu il primo straniero ad apprendere la lingua pasquana e cominciò ad interrogare gli abitanti sull'enigma dei giganti di roccia lavica. Gli anziani risposero che, in tempi molto antichi, le statue, obbedendo al dio creatore Makemake ed al al "mana" degli antenati, erano scese dal vulcano Rano Raraku, avevano raggiunto gli ahu ed erano salite sopra le piattaforme, semplicemente "camminando".

L'isola in ogni caso, dopo la scoperta nel 1722 da parte di Roggeveen entrò in una sorta di oblio, i soggiorni degli europei erano cortissimi, poche ore, al massimo un paio di giorni, e le loro descrizioni brevi e limitate. Poi nella prima metà del 1800 cominciò il disastro, con diverse spedizioni di avventurieri che arrivarono qui per saccheggiare l'isola e catturare schiavi da deportare in America latina. La vera tragedia che mise fine alla società pasquana, accadde però nel 1863. Fu la pietra tombale della civiltà rapanui. Delle navi peruviane giunsero nell'isola e deportarono praticamente quasi tutta la popolazione da destinare ai giacimenti di guano in Perù. Molti morirono nel tentativo di resistenza, pochi si nascosero nelle grotte dell'isola, molti furono imprigionati, soprattutto i re, i capi dei clan rimasti, i sacerdoti ed i saggi detentori del sapere e della scrittura. La maggior parte dei deportati morì di sfinimento e malattie nelle miniere, molti perirono nel viaggio di andata, altrettanti in quello di ritorno per malattie come il vaiolo, la tubercolosi, la sifilide e la lebbra. I 15 superstiti pasquani che riuscirono a rientrare nell'isola, grazie all'interessamento del vescovo di Tahiti ed alle pressioni internazionali sul governo peruviano, trasmisero le malattie agli isolani superstiti. Una strage. Dei 600-700 abitanti che l'isola aveva nel 1863, un anno dopo ne restavano poche decine. Erano morti tutti i depositari del sapere, della tradizione orale e della memoria storica dell'isola. Con loro è morta per sempre la civiltà rapanui. Per un guano di merda peruviano è stata sterminata una civiltà: oggi i loro discendenti avrebbero potuto permettere la decifrazione della scrittura rongorongo e risolvere tutti gli enigmi ed i misteri dell'isola.

Ma ancora non bastava. Dopo il grande lavoro dei civilizzatori "civili", era il turno dei civilizzatori “religiosi”, i missionari ed il loro insaziabile desiderio di esportare il loro credo divino distruggendo la cultura e le tradizioni locali. L'ultimo pugno di pasquani, anche se non più depositario della tradizione e della scrittura, fu evangelizzato ed allo stesso tempo furono liquidati e messi al bando tutti gli ultimi rituali ancestrali, come quello dell'uomo-uccello. Cornuti, mazziati e poi pure derubati: approfittando dello stato moribondo dell'isola, nel 1868 gli archeologi del British Museum, vennero nell'ombelico del mondo e si impossessarono dei moai più belli.

Nel 1870 Rapa Nui cadde nelle mani di un avventuriero francese, Dutrou-Bornier il quale “comprò” praticamente tutta l’isola tranne l’abitato di Hanga Roa, dove fu confinata la popolazione. Tanto per non esser da meno rispetto agli amici peruviani, egli deportò una parte degli uomini nelle sue piantagioni a Tahiti. Non fece però una bella fine, nel 1876 il francese ebbe la bella idea di rapire due ragazzine e fu ucciso nella rivolta conseguente del popolo. La proprietà dei terreni da lui comprati passò al suo socio, un tal Brander che inviò nell'isola il suo gerente, Alexander Salmon, un inglese-tahitiano che migliorò i rapporti con i nativi rendendo le loro condizioni di vita un po' più umane. La popolazione rimase comunque sempre confinata ad Hanga Roa, senza diritti ma solo doveri. Nel 1877 sopravvivevano solo 111 nativi e di questi solo 37 ebbero discendenza.

In una sola decade pertanto, la decade maledetta di Rapa Nui, la popolazione fu totalmente decimata, e tutta la cultura indigena andò perduta.

Alexander Salmon conosceva il tahitiano e riusciva, anche se a fatica, a capirsi con gli indigeni. Egli fornì forse il contributo più importante alla ricostruzione della storia dell'isola. Fu l'ultimissimo uomo infatti che raccolse e trascrisse i racconti della tradizione orale, in particolare la storia comunemente accettata delle due tribù rivali delle orecchie corte, gli antenati polinesiani e delle orecchie lunghe, arrivati nell'isola da direzioni opposte.

Nel 1888 il governo cileno acquisì dai discendenti di Brander tutte le loro terre e inviò il capitano Policarpo Toro a prendere possesso dell'isola.

Il movimento indipendentista di Rapa Nui

Situata ai piedi del vulcano Rano Kau, vicino all'aeroporto, Hanga roa, è l'unica cittadina nonché ovviamente capitale dell'isola; qui si concentra praticamente tutta la popolazione, circa 4000 abitanti. Il paesino, oppresso dal caldo nel pomeriggio, è davvero tranquillo e piacevole, con casette basse e ben distanziate, circondate da bei giardini tropicali e le strade lastricate molto larghe. Chissà perché sono così larghe, visto che le macchine presenti sono davvero poche, quasi tutte taxi o vetture in affitto ai turisti. Tutto è abbastanza raggiungibile a piedi, anche se orientarsi non è facile perché la segnaletica è inesistente, le vie non sono indicate e quando sono indicate, i nomi delle strade non corrispondono con quelli sulla cartina stradale. Ci sono diverse pensioncine dove alloggiare, piuttosto spartane e senza troppe pretese. Ma io di pretese non ne ho, assolutamente.

Passeggiando ancora incredulo tra le strade deserte di Hanga Roa, mi imbatto in un cartello chiaramente indipendentista, posto al lato di una casetta di pietre con tetto di lamiera. Sono proprio davanti al parlamento di Rapa Nui. Tra il Cile e l'Isola di Pasqua non corre affatto buon sangue. I pasquani si sentono polinesiani, non sudamericani. Geneticamente sono polinesiani. E covano rancore, rabbia per quanto successo in passato. Oggi sanno di esser stati colonizzati, massacrati, deportati, schiavizzati, decimati da epidemie, privati della loro identità e della loro cultura.

Alla fine del 19° secolo, la civiltà pasquana era già stata praticamente annientata, ridotta a non più di un centinaio di abitanti. Ma più che dalla vendetta di madre natura, soprattutto dai colonizzatori europei. Il Cile, anticipando di soli pochi giorni i francesi, su consiglio del capitano Policarpo Toro che riteneva Rapa Nui di estrema importanza, sia storica che strategica, prese possesso dell'isola, annettendola alla regione di Valparaìso, il 9 settembre del 1888. Lontano quasi 4000 km e senza aver avuto mai alcun legame o relazione di qualunque tipo con l'Isola di Pasqua, il Cile si "mangiò" i moai senza chiedere alcun parere ai pasquani: i 20 capi tribù di Rapa Nui furono costretti ad assistere alla ratifica della svendita della loro sovranità a bordo della nave militare cilena Angamos senza poter fare null'altro. I rapporti di forza erano totalmente sbilanciati. Le terre furono tutte affittate al CEDIP, la Compañia Exploradora de la Isla de Pascua, un'impresa anglo-cilena che trasformò l'isola in un gigantesco allevamento di pecore. Pecore libere. Gli abitanti al contrario furono raggruppati nel villaggio di Hanga Roa circondato dal filo spinato ed impossibilitati ad uscire, se non con un permesso militare. E l'immancabile coprifuoco. Sì, esattamente quello che oggi, Maggio 2021, c'è in Italia, non però alle 10 di sera come da noi, ma un po' più rigido, alle 6 di pomeriggio. In sostanza, i pasquani erano prigionieri nella loro isola, mentre pecore e coloni erano liberi di desertificare la campagna con la supervisione dell'esercito cileno che reprimeva duramente ogni tentativo di dissenso. A quei tempi non c'era internet, il posto era lontanissimo da qualsiasi terra abitata e gli stranieri sfruttatori potevano agire in modo pressoché indisturbato.

Un gruppo di pasquani indigeni davanti al portone della chiesa di Hanga Roa nel 1919

La compagnia lasciò l'isola negli anni '50 ed i militari cileni rafforzarono la loro presenza sul territorio: i pasquani erano sempre confinati col filo spinato ad Hanga Roa e col coprifuoco in vigore. Privati di ogni diritto, senza poter lasciare l'isola e costretti a lavori spesso obbligatori e non remunerati. Un’occupazione militare vera e propria, in pieno stile Pinochet, che durerà praticamente fino al ritorno della democrazia in Cile, nel 1989.

Durante gli anni di occupazione cilena, furono prese importanti decisioni ed iniziative senza la minima consultazione popolare indigena, come la creazione del parco nazionale e l'ampliamento dell'aeroporto per consentire l'atterraggio di emergenza agli shuttle.

E' da questi anni di soprusi ed angherie che nascono i semi delle spinte indipendentiste di oggi. I pasquani hanno ottenuto la nazionalità cilena e il diritto al voto solo dalla rivolta del 1964. Dopo il film dei due Kevin (Reynolds e Kostner) del 1994, il turismo è esploso, rappresentando oggi la prima fonte di ricchezza dell'isola e garantendo un livello di vita superiore a quello del Cile.

La storia però si ripete sempre uguale. Oggi non ci sono più il filo spinato ed il coprifuoco; i pasquani, umiliati e confinati per secoli, ora hanno passaporto e sono liberi di uscire ma i cileni comunque, nell'isola gestiscono un po' tutto, dagli alberghetti ai ristoranti, dalle agenzie viaggi ai negozi. Ai maori restano le bancarelle di artigianato locale nel mercato di Hanga Roa, qualche coltivazione ed i tristi spettacoli in stile polinesiano nei ristoranti. E così nella piazza centrale del paese ci sono sempre militanti indipendentisti, orgogliosi della loro cultura e del loro passato, con i loro cartelli ed il loro sit-in fisso, atto anche a sensibilizzare il turismo internazionale.

Ed io sono sensibilissimo a queste cose, alla lotta di qualunque popolo del mondo contro i soprusi dei potenti di turno. La mia fiammella interna si accende e lo spirito rivoluzionario prende il sopravvento. Fortunatamente lo spagnolo lo capisco e lo parlo anche bene dunque interrogo ed ascolto. Parlo e chiedo informazioni ai pasquani dei sit-in.

Cartello indipendentista davanti al "parlamento" di Hanga Roa

La situazione è ancora calda. I disordini sono cominciati nel 2009 con il blocco dell’aeroporto per poi sfociare a fine 2010 in diverse occupazioni pacifiche in cui gli indigeni locali cercavano di riappropriarsi dei propri territori ancestrali, proteste che sono state represse nel sangue dall’esercito cileno su ordine del presidente Sebastian Piñera, un imprenditore multimiliardario piuttosto controverso, assai vicino a suo tempo al sanguinario dittatore cileno fantoccio USA, Augusto Pinochet. Ci sono stati molti feriti gravi durante gli sgomberi forzati tra cui anche Leviante Araki, Presidente del Parlamento di Rapa Nui. Oltre alla rivendicazione di territori ingiustamente espropriati ed ora in mano all'esercito, gli indigeni chiedono davvero poco altro: non sono contro il turismo, non possono esserlo visto che oramai vale quasi l'80% della loro economia, ma vogliono e pretendono un turismo responsabile e controllato che tuteli l'ecosistema dell'isola, che tuteli l'integrità e l'identità del popolo rapanui il quale è sempre più contaminato linguisticamente, ideologicamente e culturalmente dagli effetti della globalizzazione. Secondo gli indipendentisti, il turismo deve esser ridotto e gli investimenti vanno dirottati alla sanità, all'educazione ed alla costruzione di una efficiente rete idrica per l’acqua potabile. Lottano per queste semplici cose e per questo sono pronti a metter in discussione il trattato farlocco del 1888 lottando fino alla morte per la loro indipendenza ed il riacquisto della sovranità sui loro territori. Sovranità, che bella parola, dimenticata ed offesa continuamente nel nostro paese in barba all'art. 1 della Costituzione.

Le richieste degli indipendentisti pasquani evidentemente cozzano contro gli interessi del governo che vede Rapa Nui come la gallina dalle uova d'oro e così favorisce al solito i faccendieri e gli imprenditori cileni che portano avanti l'inarrestabile processo di privatizzazione dell’isola a loro proprio unico beneficio.

Il destino dell'Isola di Pasqua è al finale, strettissimamente legato alla politica aerea di LAN Chile sulla tratta da Santiago. E chi è il principale azionista di LAN Chile? Ovviamente il multimiliardario presidente Sebastian Piñera, che guarda caso, non fa altro che aumentare il flusso turistico, defiscalizzare le attività imprenditoriali sull'isola favorendo l'arrivo predatorio dell'alta borghesia cilena.

Capitalismo, ovvero concentrazione di ricchezza, e democrazia, ovvero tutela degli interessi del popolo, sono concetti totalmente incompatibili ed antitetici. Ennesima dimostrazione. CVD.

Il museo di Hanga Roa

Ad Hanga Roa visito il piccolo, semplice ma interessante museo di Rapa Nui, intitolato al frate cappuccino Sebastian Englert che nel 1935 arrivò nell'isola e qui rimase in qualità di unico prete, fino al 1969, dedicando tutta la sua vita allo studio della cultura locale, passata e moderna. Egli prese molto a cuore le sorti della popolazione indigena, impegnandosi tra l'altro in un encomiabile ed instancabile lavoro di ricerca ed archiviazione di reperti e ritrovamenti archeologici attirando l'interesse del mondo scientifico.

Tavoletta con scrittura rongorongo conservata nel museo Sebastian Englert di Hanga Roa

Una serie di pannelli spiega la storia dell’isola e l'origine presunta dei moai, le principali teorie sulla loro fabbricazione, sul trasporto ed il posizionamento nelle piattaforme ahu. Le principali attrazioni del museo sono indubbiamente un rarissimo moai femmina (lo si capisce dal seno presente), l’unico occhio di moai originale rimasto in corallo e ossidiana e le tavolette rongorongo. Ce ne sono diverse, di varie forme e dimensioni; una ha addirittura una originalissima forma di pesce. Ma nessuno ha la più pallida idea di cosa possano significare. La morte dei maori rongorongo, principali depositari della tradizione, deportati nel 1863 dai mercanti di schiavi ispanico-peruviani, ha provocato infatti la perdita definitiva del patrimonio storico e culturale dell'isola, cosa che ha contribuito ad accrescere enormemente l'aura di mistero che la avvolge. Solo loro erano in grado di decifrare la scrittura rongorongo, costituita da circa 120 segni, simboli, forme geometriche astratte o umane, animali e vegetali, che non avevano alcun rapporto con la lingua parlata. Solo loro conoscevano il significato delle tante tavolette disseminate nell'isola, scritte, secondo la tradizione orale, con stili di ossidiana e denti di squalo. Queste tavolette, potrebbero risolvere gran parte degli enigmi dell'isola, ma al momento risultano indecifrabili.

La scrittura rongorongo ha dell'incredibile. Il rongorongo è una scrittura è "bustrofedica" inversa. Si legge dunque da sinistra a destra, ma dal basso verso l'alto e ruotando la tavola di 180° ad ogni riga. Io ci ho provato ed è da impazzire. Si comincia dall'angolo in basso a sinistra della tavoletta, si procede nella lettura verso destra fino alla fine della riga per poi ruotare la tavola di 180 gradi e continuare a leggere la linea successiva, sempre dal basso verso l'alto. Leggendo una linea, quella successiva e quella precedente appaiono quindi riflesse. Una stessa riga va dunque letta in un senso e nel senso opposto e rovesciato. Indubbiamente davvero cervellotico. Non si conosce il significato di nemmeno un solo glifo, né dritto né tantomeno a testa in giù o di profilo sinistro. Mistero assoluto.

Pannello descrittivo nel sito di Papa Vaka

Sebbene larga parte dei testi rongorongo conservati fino ad oggi siano stati scritti su tavolette di legno, alcuni esempi di rongorongo sono stati rinvenuti sulle pietre e sulle rocce dell'isola come petroglifi. L'Isola di Pasqua ha infatti il più ricco assortimento di petroglifi dell'intera Polinesia. Quasi ogni superficie adatta è stata scolpita, dagli anfratti delle tante grotte ai muri in pietra delle case dei villaggi, fino ai moai, con i simboli incisi sulle statue che indicano forse l'identità dell'artista, o del gruppo proprietario dell'opera. Sono stati catalogati circa un migliaio di siti con più di quattromila glifi, alcuni in bassorilievo o altorilievo, alcuni dipinti di rosso e bianco. Alcuni sono molto grandi come a Papa Vaka, al di là del vulcano Poike verso Anakena, nella costa nord rocciosa e selvaggia, dove si possono vedere un grande canoa, pesci come tonni e squali, svariati animali marini come polpi e granchi, armi ed ami da pesca. Purtroppo i petroglifi dell'isola, cosiccome i tanti affreschi delle grotte, stanno lentamente scomparendo per l'azione implacabile degli agenti atmosferici.

I moai dell'Isola di Pasqua

Le grandi statue dell'Isola di Pasqua sono monolitiche cioè ricavate e scavate da un unico blocco di tufo vulcanico. Hanno sembianze antropomorfe con un aspetto piuttosto simile tra di loro: testa allungata, naso e mento ben pronunciati, le labbra serrate, dita delle mani affusolate ed appoggiate sulla pancia ed orecchie estremamente lunghe. L'atteggiamento è fiero e severo, mento in alto, in modo tale da suscitare rispetto.

I moai rappresentavano forse lo spirito degli antenati e davanti ad essi i nativi celebravano riti e cerimonie religiose. Quando un capo-clan moriva, un moai veniva posto sulla piattaforma cerimoniale del villaggio: gli isolani credevano che queste statue avrebbero conservato il "mana" del defunto favorendo la protezione degli dei e così si sarebbero verificati eventi propizi, sarebbe caduta la pioggia ed il raccolto sarebbe stato abbondante.

Ogni villaggio aveva la sua piattaforma cerimoniale: costruita parallelamente al mare, consisteva in un'area livellata e una rampa ascendente chiamata "tahua" pavimentata con delle pietre rotonde che portava alla struttura rettangolare sopraelevata chiamata "ahu", una specie di grande altare di pietra dove erano posizionati i moai con gli occhi rivolti sempre verso l'entroterra a proteggere il villaggio. L'ahu era il centro religioso e sociale del clan ospitando le camere funerarie dei defunti.

Si trovano esempi di moai e strutture ahu in tutta la Polinesia, anche se più piccoli dunque è possibile che i pasquani, giunti dalle Isole Marchesi, continuarono semplicemente a praticare a Rapa Nui le loro tradizioni ancestrali, edificando le statue, ma costruendole sempre più grandi, sempre più pesanti e belle. Isolati dal mondo, divisi in tribù, soggetti molto di più all'imprevedibilità del clima e di fenomeni catastrofici come siccità, terremoti e tsunami, presero forse, per chiedere maggior protezione agli dei ed agli antenati, a costruire giganti di tufo sempre più grandi.

Si stima che l'edificazione dei moai, che ha segnato per secoli la vita dell’isola, cominciò intorno all'800-1000 d.c. per terminare alla fine del 17° secolo.

Sull'isola ci sono circa 900 statue, 887 per la precisione, disposte in circa 300 ahu ma sicuramente molte altre potrebbero giacere sotto terra, ben al riparo dalla furia distruttrice degli agenti atmosferici ed in tal caso il numero di moai potrebbe superare il migliaio. Sono stati tutti scolpiti nella roccia di tufo del vulcano Rano Raraku, nelle cui pendici se ne trovano ancora diversi incompiuti. Quanto a stile e dimensioni essi sono cambiati molto nel corso dei secoli: in origine erano grezzi e piccoli e man mano che la tecnica si raffinava, aumentavano nelle dimensioni e nell'accuratezza delle forme. Il moai più piccolo è circa 1 metro d'altezza mentre il più grande completato ed eretto sopra un ahu, è circa 10 metri con un peso di ben 74 tonnellate. Il più grande di tutti, ancora in costruzione ed abbandonato nel vulcano Rano Raraku misura quasi 22 metri ed ha un peso stimato di 180 tonnellate. L'altezza mediana dei moai è di poco superiore ai 4 metri con un peso di 12,5 tonnellate.

Le statue dell'isola si stanno poco a poco sgretolando e deteriorando: corrose dal tempo, dalla salsedine, dal sole, dal vento e dalla pioggia, poco a poco esse perdono i lineamenti antropomorfi che le rendono sculture dal valore inestimabile, diventando semplici ammassi di pietra dal volto quasi irriconoscibile. Un giorno, purtroppo non lontano, i moai scompariranno per sempre: il tufo vulcanico è troppo tenero e friabile e l'azione degli agenti atmosferici e dei funghi sulla roccia è costante ed implacabile. A questo purtroppo non c'è soluzione a meno che non si tolgano i moai dalla loro posizione e li si chiudano in un museo in atmosfera controllata. Ma questo sarebbe indubbiamente un insulto alla storia, un affronto all'isola ed ai suoi fieri abitanti.

Un pukao abbandonato nella cava di Puna Pau

Alcuni moai portano sulla testa un cilindro di pietra rossa chiamato "pukao". Tutti i pukao sono estratti dalla cava di Puna Pau, nell'entroterra vicino Hanga Roa. Il peso medio dei Pukao supera le 10 tonnellate, secondo alcuni si tratta della rappresentazione dei capelli sistemati a mò di chignon dell'antenato, ipotesi avvalorata dal fatto che i capi clan si tingevano i capelli di rosso con la terra. Alcuni moai avevano anche occhi di corallo incastrati in grandi orbite scavate nel tufo per rappresentare il volto dell'antenato che in tal modo poteva proiettare il suo "mana" sui discendenti ed il loro territorio. Un occhio ben conservato è stato ritrovato nel 1978 ed ora è conservato nel museo di Hanga Roa. Da allora ne è stato ritrovato un altro soltanto, più piccolo ma completo, nell'incredibile sito di Ahu Tongariki.

L'unico moai dell'isola con cappello ed occhi: il Ko Te Riku

Le dimensioni dei moai e l'arretratezza della società pasquana hanno scomodato le teorie più bizzarre, da Atlantide agli extraterrestri. Come è stata possibile una simile impresa senza ferro, senza argani, gru o macchine di sorta? La verità è che non c'è assolutamente bisogno degli UFO e dei portali spazio-dimensionali, per spiegare il tutto. Anche gli egiziani, gli inca, gli aztechi riuscivano a fare opere colossali. Servono per questo esclusivamente 3 cose, tutte abbondantemente disponibili nell'antichità: tanti uomini, tanta fantasia, ingegno e megalomania ma soprattutto, tanto, tantissimo tempo. Ecco, il segreto del tutto è probabilmente il tempo. Piano piano, una pietra alla volta, con pazienza, decenni per una sola opera. Non c'è fretta, d'altronde cos'altro avevano da fare a parte procurarsi il cibo e riprodursi? Nella società frenetica di oggi del tutto e subito, dell'altissima velocità, del massimo rendimento col minimo sforzo e dell’efficienza a tutti i costi, le categorie culturali del tempo dilatato, della pazienza certosina, della lunga attesa ci mancano proprio. Risulta per noi inconcepibile pensare che tante persone abbiano impiegato tutte le loro energie per molti mesi, per molti anni per uno scopo “inutile” come quello di erigere una statua. Non capendo, invochiamo il mistero ed gli extraterrestri. Che magari ci sono pure stati eh, ci mancherebbe. Ma non servono assolutamente per spiegare l'accaduto. Nell'antichità il concetto del tempo era profondamente diverso da quello di oggi. Ed anche oggi, esso è diverso da luogo a luogo del mondo. I secondi non scorrono uguali a New York e in qualche isoletta caraibica. Il vero segreto dell’Isola di Pasqua è in definitiva solo uno: il tempo.

Nessun vero mistero dunque esiste sulla costruzione, il trasporto e la messa in verticale delle statue.

Per quanto riguarda la fabbricazione delle stesse, i pasquani non disponevano di attrezzi di metallo, ma utilizzavano una specie di scure ed ascia, con manico di legno a cui era legata con corde vegetali una pietra dura, levigata ed affilata, di basalto; attrezzi di questo tipo sono stati ritrovati e tuttora vengono dissotterrati, sparsi un po' in tutta l'isola, abbondanti soprattutto nelle pendici del Rano Raraku. Fragile e porosa, tenera e friabile, la roccia del vulcano costituita da tufo e ceneri compresse, costituiva un materiale eccellente per la scultura. I moai venivano lavorati da sdraiati, poi estratti dalla parete, messi in piedi e trasportati sui loro ahu.

Sul versante e nel cratere del Rano Raraku si trovano ancora 396 statue in varie fasi di completamento. Alcune sono quasi terminate, altre sono solo all'inizio ed appena abbozzate: ciò non lascia dunque il minimo dubbio sul processo di fabbricazione. Le tecniche erano essenzialmente due: scavo diretto nella roccia oppure creazione di grotte per isolare il blocco che poi veniva lavorato, scolpendo prima la faccia, poi il dorso lasciando nel mezzo un asse roccioso piccolo ma sufficientemente robusto per sorreggere tutta la statua. Una rampa di lancio veniva costruita davanti e quando il moai era completo, gli ultimi colpi lo liberavano dalla roccia. Questa era in assoluto l'operazione più delicata di tutte e spesso capitava, dopo l'immane fatica, che il moai si rompesse. Posso solo immaginare i santi, gli angeli e le madonne che volavano quando si spezzava in due un gigante di pietra, dopo mesi di duro lavoro. Quanta delusione, quanta rabbia! Ma tranquilli, di tempo ce n'era in abbondanza, non c'era molto altro da fare in questo posto dimenticato da Dio. Dunque testa bassa, fascetta da samurai in testa e si ricominciava a lavorare un altro blocco. Che roba ragazzi....questi stavano fuori come le campane!

Nemmeno sul trasporto sembrano esserci dubbi: forse i moai erano trascinati da slitte a forma di zattera utilizzando come ruote sottostanti tronchi di alberi che prima del 1400 erano ben abbondanti sull'isola, utilizzando le tante strade appositamente preparate, ancora ben visibili, che dal vulcano Ranu Raraku collegavano le varie parti dell'isola dove si trovano le piattaforme cerimoniali. Così la pensava l'esploratore norvegese Thor Eyerdahl, che fece svariati esperimenti con successo, tutti però accolti con grande scetticismo dalla popolazione pasquana, secondo la quale invece, le statue in posizione ci andavano da sole! Molto più probabilmente infatti, come dimostrato recentemente dai due archeologi statunitensi Terry Hunt e Carl Lipo, il gigante di tufo veniva posizionato subito in piedi e trascinato con delle corde a mo' di frigorifero, facendolo dondolare da una parte e dall'altra sfruttando una base non piatta ma tondeggiante: ciò sarebbe compatibile e coerente con i racconti orali della tradizione rapanui in base ai quali il moai andava nel suo altare ahu "camminando", grazie al suo famoso "mana".

Il suo equilibrio anche in caso di terreno sconnesso era garantito dal baricentro basso, base curva con pancia e fianchi piuttosto prominenti in fase di trasporto, che poi venivano ulteriormente smagriti una volta arrivati a destinazione. Bastavano una trentina di persone per muovere bene un moai di una decina di tonnellate. Comunque stessero le cose, il trasporto non era una faccenda di poco conto, e difatti si incontrano nell'isola qua e là, moai rotti o abbandonati lungo il cammino, tutti però in una posizione o con tipo di frattura compatibile col il trasporto con corde a mo' di frigorifero. Si stima che solamente un terzo dei moai estratti dalla cava di Rano Raraku abbiano raggiunto la loro destinazione finale e siano stati eretti con successo.

Per quanto riguarda i pukao, il modo in cui essi venivano posizionati è tuttora oggetto di forte dibattito nella comunità scientifica. Le teorie più accreditate sfruttano il fatto che il cappello avesse forma cilindrica dunque probabilmente essi venivano trasportati dalla cava di Puna Pau all'ahu mediante semplice rotolamento, anche per distanze di svariati chilometri, fino a 10-12 addirittura e successivamente erano trasferiti in quota mediante rampe. Le rampe utilizzate per il posizionamento dei pukao e per la stessa erezione delle statue, venivano in ultimo disassemblate ed utilizzate come ali di sostegno della piattaforma ahu. In questo modo si formava la caratteristica "tahua". Nemmeno sulla messa in verticale delle statue ci sono molti dubbi. Sembra un'operazione impossibile ma la tecnica è in realtà molto semplice e richiede, al solito, solo tanto tempo, pazienza e braccia forzute. Le statue che giungevano a destinazione nei loro ahu, venivano erette probabilmente mediante un sistema di leve e corde, centimetro dopo centimetro, posizionando pietre e sassi, disponibili in quantità pressoché infinita, nello spazio vuoto liberato a mano a mano che la statua veniva sollevata. La stessa tecnica dei sassolini è stata adottata in un esperimento dall'incredibile esploratore norvegese Thor Heyerdahl. Sì, sempre lui...con la sua equipe pasquana, egli rialzò il primo moai dell'isola nel 1956 nella spiaggia di Anakena. Si tratta dell'Ahu Ature Huke, circa 3 metri d'altezza e 4 tonnellate, piuttosto anonimo ed isolato, dunque spesso ignorato, a poca lontananza dalla fila dei 7 moai di Ahu Nau Nau. Anche se restaurato, è piuttosto malridotto ed il volto non è quasi più riconoscibile. L'intera impresa in ogni caso richiese, con soli attrezzi e tecniche originali, una decina di giorni ed una dozzina di uomini.

I moai all'Isola di Pasqua sono disseminati un po' ovunque, originali e non. Sono davvero dappertutto. Dappertutto significa dappertutto: nelle bancarelle del mercato sotto forma di statuette e portachiavi, a guardia delle case e delle piccole imprese di vetreria di Hanga Roa, ovviamente in tal caso non originali, all'aeroporto di Mataveri...dovunque ti giri ne trovi uno. Anche sott'acqua. Non sto scherzando. Ad Hanga Roa c'è infatti un diving center così una giornata delle cinque trascorse a Rapa Nui, decido di dedicarla alle immersioni subacquee. E cosa trovo ad una quindicina di metri di profondità? Ovviamente un moai, anche se non originale e messo lì soltanto per attirare clienti.

I fondali dell'Isola di Pasqua sono piuttosto spogli e poveri di pesce se confrontati con altre zone del pacifico, ma sono comunque spettacolari per la presenza di numerose caverne, archi, tunnel e soprattutto vertiginosi baratri. L'acqua non è caldissima, anzi. Però ha una caratteristica che ricordo con grande piacere e stupore: è trasparente come poche, limpidissima, la visibilità è davvero ma davvero alta. Sembra quasi di stare in piscina se non fosse per le forti correnti che quasi ti strappano l'erogatore di bocca. Mi immergo insieme ad Henri Garcia, uno strettissimo ex-collaboratore di Jacques Cousteau. Mi riempiranno d'orgoglio i suoi ripetuti complimenti a fine tuffo sulla mia tecnica ed i ringraziamenti per l'aiuto subacqueo fornito: da guida sub, infatti chiuderò il gruppo e passerò il tempo in immersione ad evitare le pallonate di un'archeologa locale, tanto carina quanto imbranata sott'acqua che poi mi ringrazierà accompagnandomi e dandomi molte dritte su luoghi da vedere nascosti al pubblico, principalmente grotte con pitture rupestri in corso di studio. Mi insegnerà anche qualche parola di pasquano come "Iorana" (buongiorno), "pehe koe" (come stai), "riva riva" (molto bene) e "maururu" (grazie). Lei comunque aveva uno spagnolo perfetto, avendo studiato a Santiago del Cile. I giovani di Rapa Nui oggi utilizzano molto più lo spagnolo rispetto alla loro lingua locale, che così tende poco a poco a sparire, contaminata dagli apporti linguistici cileni e del turismo internazionale. La sera resteremo ore a sentire i racconti di Henri Garcia sulle mirabolanti avventure in giro per i mari di tutto il mondo sul Calypso, la nave che il più famoso oceanografo del mondo equipaggiò come laboratorio mobile per le ricerche sul campo. Che personaggi incredibili che si incontrano in viaggio!

I principali siti archeologici dell'Isola di Pasqua

Una foto ricordo, di fronte ai moai di Ahu Vai Ure nel complesso cerimoniale Tahai vicino Hanga Roa

Molto vicino ad Hanga Roa ed al suo caratteristico cimitero e volgendo ovviamente le spalle all'oceano, il complesso cerimoniale Tahai presenta 3 serie di piattaforme. Quella più a sinistra guardando il mare, sostiene un complesso di 5 statue abbastanza malridotte e mutilate, in stile arcaico, l'Ahu Vai Ure che in lingua pasquana vuol dire "acqua scura". Due moai solitari si ergono affianco. Quello centrale, l'Ahu Tahai, sebbene davvero malandato, è uno dei più importanti dell'isola perché è in assoluto il più antico. Il suo nome significa "dove il sole si nasconde" in Rapanui. La statua di pietra più a destra delle serie delle 3 piattaforme, è il moai Ko Te Riku: anch'esso è un moai assai importante perché è l'unico a Rapa Nui con cappello ed occhi originali.

Le mie giornate nell'ombelico del mondo, cominceranno sempre con un allenamento di corsa mattutino nello spiazzo erboso davanti ai 5 moai di Ahu Vai Ure, piuttosto vicini alla mia pensioncina. Probabilmente questo è stato il luogo d'allenamento più incredibile della mia vita, il più assurdo dove abbia corso. Capelli al vento, brezza sul viso e sole ancora basso, sono all'Isola di Pasqua, nel posto più isolato e lontano dalle terre abitate del mondo, e corro davanti a 7 statue che mi osservano pietrificate. La fatica non la sento. Sono come drogato. Posso correre per ore, spinto dall'energia pazzesca del posto, dal mana dei moai, dalla potenza spirituale degli antenati pasquani proiettata su di me attraverso gli occhi del Ko Te Riku.

Il Ko Te Riku mi proietta il suo "mana"

Prendo la mia mountain-bike affittata e pedalo verso nord-est lungo la costa meridionale sotto un sole cocente ed una luce abbagliante, attraversando un meraviglioso paesaggio brullo e desertico; erba secca e roccia lavica sulle quali si infrangono le onde del Pacifico, cavalli selvatici e mucche che pascolano in libertà tra moai rovesciati e mai restaurati, mai rimessi in posizione sui loro ahu, abbandonati da secoli su quelle lande desolate. Ce ne sono talmente tanti che nessuno se ne cura più: nei 16 km di strada sterrata che vanno dal vulcano Rano kao al Poike si incontrano la bellezza di 92 siti archeologici. Mi fermo spesso ad osservare le tante statue di pietra a testa in giù ed i loro pukao rossi nelle immediate vicinanze, come ad Ahu Hanga Te'e o Ahu Akahanga, quest'ultimo un sito molto importante perché la leggenda vuole esser il luogo di sepoltura di Hotu Matu'a, fondatore di Rapa Nui.

I moai di Ahu Akahanga

Caldo e fatica nel frattempo si fanno sentire, mentre mi avvicino alla punta nord-est dell'isola. E' tosto pedalare per decine di km all'Isola di Pasqua, dopo che hai fatto un'oretta di corsa ad alta intensità ad Ahu Tahai e con il sole che ti brucia la pelle ed il vento contro. Ma il mana degli antenati è con me. E poi quanto sono felice! Mi sento vivo. Il cuore mi scoppia di gioia. Che cazzo di esperienza ragazzi...

Nella strada costiera verso il Rano Raraku, ai piedi del vulcano, incontro il più grande e spettacolare sito dell'isola, l’Ahu Tongariki ed i suoi 15 grandi moai di dimensioni variabili dai 5 ai 9 metri d'altezza posti sopra una piattaforma lunga ben 200 metri e sopraelevata al centro di 3. I giganti vigilano sull'entroterra e sull'antico villaggio della tribù che anticamente doveva trovarsi qui. Il sito è stato restaurato grazie ai finanziamenti di una compagnia giapponese dopo che le statue furono abbattute dalla violenza della natura. Stavolta la follia umana non c'entra nulla: nel 1960 un violentissimo tsunami, dovuto ad uno dei più catastrofici terremoti mai registrati nella storia, ben 9.5 gradi della scala Richter, si abbatté su Rapa Nui con onde alte più di 10 metri che entrarono nell'isola fino alle pendici del vulcano Rano Raraku, scaraventando i moai anche a 100 metri di distanza dalla piattaforma. L'isola, circondata solo dal blu del mare per migliaia di km in tutte le direzioni, risulta infatti estremamente sensibile agli tsunami. A ricordarlo ci sono diversi cartelli sparsi un po' ovunque lungo la costa.

Cavalli selvatici davanti ad Ahu Tongariki

Il panorama è semplicemente pazzesco. Il frastuono dell'oceano sullo sfondo con le onde che si infrangono con violenza sulla costa brulla, falesie e faraglioni a picco sul mare, il vulcano Poike davanti e l'incredibile caldera del Rano Raraku dietro...ovunque cavalli selvatici che pascolano in libertà. Mi schiaffeggio diverse volte. Ma sono davvero in questo posto? O sto sognando? Mi godo ogni singola boccata d'aria purissima, ogni singolo secondo ben conscio che non capiterà mai più di vedere dal vivo una tale follia alla Escher. Quando ripenso a quelle emozioni mi viene la pelle d'oca. Ad Ahu Tongariki tornerò diverse volte nei 5 giorni di permanenza sull'isola: la magia del posto è davvero unica. L'accesso è libero, non regolamentato e si è sempre soli, in totale, beata e paradisiaca solitudine. Tu, il mare ed i giganti perplessi con la bocca serrata e l'espressione pensierosa e fiera. Se solo potessero parlare e raccontarmi tutta la verità sull'Isola di Pasqua!

Moai interrati di Rano Raraku

Alle spalle di Ahu Tongariki c'è il sito eccezionale di Rano Raraku, il vulcano utilizzato come cava per la costruzione di quasi tutte le statue di tufo dell'isola. Cammino, incredulo, sotto un sole feroce. Penso spesso a quanto mi sta accadendo. Passo di meraviglia in meraviglia, dalla pazzesca visione della caldera del Rano Kau alle spiaggie di Ovahe ed Anakena, da Ahu Tahai ad Ahu Tongariki, dalle grotte "mangia uomini" (o "dove si mangiano gli uomini") come Ana Kai Tangata con pitture rupestri e glifi, a siti che sembrano costruiti da incas, come ad Ahu Vinapu...ora sono fermo, in piedi, sbalordito e pensieroso, i raggi solari che martellano dolorosamente il collo, in questo inimmaginabile e magico luogo del mondo, il vulcano Rano Raraku, la fucina dei moai. Mi vengono quasi le lacrime. Ovunque ci sono teste che emergono dal suolo, molte sono storte, altre più dritte, come sentinelle che controllano qualcosa. Bellissime ed inquietanti allo stesso tempo. Sono visibili solo le teste delle statue, dunque i moai del Rano Raraku spesso sono erroneamente identificati con solo la loro parte superiore. Ma al di sotto, come dimostrò l'instancabile esploratore norvegese Thor Eyerdahl nei suoi scavi, è quasi sempre presente tutto il resto del corpo il quale pian piano, nel corso degli anni è stato ricoperto dalla terra circostante e da eventuali colate laviche.

Thor Heyerdahl nel 1980 e durante gli scavi dei moai a Rano Raraku

Sparsi dappertutto sulle pendici esterne ed interne del cratere, si innalzano come guardiani del mondo che fu, tantissimi moai completi e terminati ma parzialmente sotterrati, molti fino al collo. Gli sguardi spaziano in tutte le direzioni, come se ogni statua fosse investita di un compito di protezione e vigile osservazione. La leggenda infatti narra che ogni moai di Rano Raraku volgeva lo sguardo verso la parte del mondo di cui deteneva il potere. Al centro del cratere si è formato un piccolo lago con giunchi e canne, dove i cavalli vanno ad abbeverarsi. All'alba ed al tramonto, tutto si tinge di magnifici colori rossastri. La bellezza del luogo è davvero indescrivibile. Commovente.

Quasi all'inizio del sentiero che si inerpica per la montagna, incontro una statua di un uomo in ginocchio, chiamata Tukuturi nel cui volto, consumato dal tempo è possibile, anche se a fatica, distinguere la barba. Probabilmente è stato uno dei primi moai realizzato nell'isola, molto simile ad altri modelli più piccoli ritrovati alle Isole Marchesi.

Salendo di quota, cominciano invece le cave. Mi fermo davanti alla più grande follia costruttiva dell'isola. Sono davanti al “Gigante di Rapa Nui”, ancora imprigionato nel suo carcere di pietra: si tratta del moai più grande mai scolpito, ben 21,6 metri di lunghezza per un peso stimato compreso tra le 160 e le 180 tonnellate.

Il "gigante" di Rano Raraku, un bestione di quasi 22 metri e 180 tonnellate di peso

Ci sono a Rano Raraku ben 397 statue incompiute. Come spiegare tutto ciò? E' come se il tempo si fosse fermato all'improvviso. La rivoluzione sociale che accompagnò la fine del culto dei moai fu evidentemente fulminea e qualcosa di grosso accadde. Diverse le ipotesi, tutte valide ma purtroppo quasi indimostrabili: uno tsunami legato ad un sisma sottomarino al largo del Cile che devastò l'isola ed uccise gran parte della popolazione, una rivolta che rovesciò il potere della stirpe dei Miru ed annientò il culto dei moai sui quali si fondava la loro egemonia, oppure anche un lungo periodo di siccità che fece capire alla popolazione che forse non era molto intelligente devastare ambientalmente l'isola, deforestarla e dedicare tempo e risorse all'edificazione di stupidi giganti di pietra che oltretutto si erano rivelati protettori decisamente inefficienti. Oppure forse si accorsero solo improvvisamente di aver sfruttato eccessivamente le foreste dell'isola e rimasero a corto di legname. Ci furono guerre ed epidemie...Ma sono, è bene ribadirlo sempre, solo e soltanto tutte ipotesi. La tradizione orale per spiegare il tutto invece si accontenta della storia di una strega e di un'aragosta: la maga aveva un'enorme e succulenta aragosta e la portò agli scalpellini del Rano Raraku, ma chiese di lasciarle un pezzetto. I lavoratori mangiarono però tutto il crostaceo continuando poi il loro lavoro. Quando la strega tornò, si arrabbiò tantissimo e lanciò un incantesimo alle statue facendole cadere con un colpo solo.

Alla leggenda può comunque esser data una spiegazione razionale. La costruzione di strutture su larga scala come quella dei moai, richiede un solo carburante: il cibo dei lavoratori. Ovviamente la forza lavoro per la costruzione delle piattaforme di culto doveva essere liberata dall'approvvigionamento quotidiano di cibo: gli scultori dovevano solo lavorare senza pensare a procurarsi da mangiare. Una violazione delle regole di distribuzione tra gli artigiani e i fornitori di alimenti, potrebbe aver comportato la risoluzione dell'accordo e l'arresto della produzione delle statue .

L'unica spiaggia sabbiosa dell'isola, la bellissima Anakena

Dopo la corsa mattutina, dopo le tante ore passate camminando per siti archeologici e pedalando su strade polverose e sterrate, è assolutamente doveroso un tuffo rigenerante nelle fresche e cristalline acque di Anakena, la più bella spiaggia di Rapa Nui, a forma di mezzaluna, protetta da due piccoli promontori rocciosi e con l'unico palmeto presente sull'isola. Sabbia fine e bianchissima, mare celeste, file di palme alle spalle e gli immancabili Ahu di moai a vigilare sul luogo incantato rendendo ancor più suggestiva l'atmosfera. L'Ahu Nau Nau adiacente alla spiaggia ha sette statue e 5 di queste, con ancora il loro cappello, sono abbastanza intatte: sono così ben conservate perché dopo esser state rovesciate, restarono molto tempo sepolte sotto la sabbia ben protette dalle intemperie. Ti tuffi in acqua. Ti tuffi nella storia e nel mistero. Il fondale è poco profondo, degrada dolcemente, l'acqua non è caldissima ma il bagno è comunque assai piacevole. Aggiungerei, psichedelico: in quali altri posti al mondo è possibile nuotare al mare con vista moai? Anakena è indubbiamente una delle spiagge più incredibili che io abbia mai visto.

Tocco la sabbia di borotalco e non posso non immaginare il re Hotu Matu'a col suo popolo che dopo mesi di navigazione, approda nella terra promessa...

Tangata manu: il culto dell'uomo-uccello

Nella punta estrema sud-ovest dell'isola, il vulcano Rano Kau è uno dei tre siti più famosi di Rapa Nui, insieme ad Ahu Tongariki e Rano Raraku. Qui però non si va alla ricerca dei moai, non ce ne sono. Qui si va per lo choc visivo, per ammirare un paesaggio di una bellezza inimmaginabile ed i resti del villaggio Orongo.

Una camminata impegnativa sotto al sole salendo per le pendici del vulcano ed in cima si resta a bocca aperta. Increduli di fronte a tanta bellezza. E' troppa, davvero. Esagerata. Come dicono a Bologna, che la metà basta. Un panorama assolutamente fantasmagorico, il più bello dell'isola e per quanto mi riguarda, indubbiamente uno dei panorami più belli che abbia mai ammirato, impresso nella mia mente in modo indelebile.

L'incredibile caldera del vulcano Rano Kau

Io sono un inguaribile "romantico paesaggistico", innamorato della infinita bellezza di madre natura. Ci sono alcune visioni naturalistiche che dalla mia testa non vanno via. Mai, tanto sono state emotivamente coinvolgenti. Come l'Everest, la prima volta che l'ho avuta di fronte a Namche Bazaar, con l'Ama Dablam e le sue ali di angelo alla mia destra, oppure il cratere di Ngorongoro in Tanzania o la spiaggia di Playa Brava alle Galapagos. Come i volti del Bayon nella giungla di Angkor Wat, l'artico ghiacciato con i trichechi sopra gli icebergs alle Isole Svalbard o la foresta pluviale del Petèn dalla cima del templo IV di Tikal, con le punte delle piramidi maya che fuoriescono dalla selva. Un giorno realizzerò un post dedicato a questi incredibili panorami. E sicuramente in questo post, un ruolo di rilievo sarà occupato dalla caldera del vulcano Rano Kau all'Isola di Pasqua, indubbiamente nel gotha delle mie visioni paesaggistiche più belle ed indimenticabili. Perfettamente rotonda ed a strapiombo sull'oceano con i pendii abbastanza ripidi coperti in parte da roccia franata, in parte da vegetazione, il cratere del vulcano Rano Kau è largo 1600 metri e profondo circa 200. Il fondo è costituito da una grande laguna a macchie disomogenee chiamate "gli occhi che guardano il cielo": la vegetazione verde ed i canneti color ocra si alternano a piccole pozze d'acqua blu creando una tavolozza di colore che sembra uscita da un dipinto di un impressionista francese ed in funzione dell'ora e della luminosità del giorno assume sfumature diverse. L'oceano blu sullo sfondo. L'effetto visivo complessivo è davvero sbalorditivo.

Fino al 1973 gli abitanti di Hanga Roa venivano qui a rifornirsi di acqua: gli adulti locali si ricordano di aver accompagnato i genitori, con cavalli ed otri, ogni giorno.

Proprio sulle pendici del vulcano, a strapiombo sul mare, davanti ai tre isolotti di Moto Nui (il più grande dei 3), Motu Iti (il centrale) e Motu Kao Kao (lo scoglio verticale a punta), si trova il villaggio di Orongo, il centro cerimoniale anticamente più importante dell'isola in quanto lì si svolgevano le cerimonie per la nomina dell’Uomo Uccello o Tangata Manu e lì questi risiedeva.

L'isolotto di Moto Nui, con la più piccola Motu Iti e lo scoglio marino a punta di Motu Kao Kao visti dal villaggio Orongo nel vulcano Rano Kau

La cinquantina di case del villaggio hanno forma toroidale, sono costruite con muri fatti di lastre di pietra sovrapposte e sono piuttosto basse. Per entrarci è necessario inginocchiarsi, camminare a carponi e strusciare la schiena sul soffitto: secondo la leggenda questo era un modo per scrollarsi di dosso gli spiriti che in casa non dovevano entrare. Nelle vicinanze ci sono delle rocce con diversi petroglifi con l'uomo-uccello, il corpo di uomo e la testa con becco aquilino. Qui probabilmente veniva incoronato il vincitore della difficile e pericolosa gara che permetteva la giusta e sacrosanta rotazione del potere temporale e spirituale tra le diverse tribù, precedentemente invece tutte sottomesse alla dittatura della stirpe dei Miru.

Praticato solo sull'Isola di Pasqua, il rito del Tangata Manu è associato all'ultimo periodo della storia antica di Rapa Nui, intorno al 17° e 18° secolo, e la sua importanza fu via via maggiore man mano che il culto dei moai andava scemando. In ogni caso, come tante altre cose della storia dell'isola, l'origine del culto e il suo periodo di nascita sono incerti, cosiccome è ignoto se il culto rimpiazzasse la precedente religione dei moai o se coesistesse con essa. Il culto dell'uomo-uccello, rappresentato in moltissimi petroglifi sparsi sull’isola, deriva da una leggenda pasquana, in base alla quale da cielo giunsero volando, per la grande gioia dei sostenitori di spiegazioni aliene ed extraterrestri all'origine dei moai, degli uomini uccello guidati da Makemake, la loro guida, il dio della fertilità, divinità suprema e creatore dell'umanità. I pasquani avevano probabilmente compreso quanto fossero importanti gli uccelli nell'isola, a livello alimentare ed a livello di spargimento semi per il rimboschimento. Come sempre accade, le cose si apprezzano quando non le si hanno più. Con la deforestazione progressiva, tutti gli uccelli terrestri erano infatti spariti. I rapanui erano inoltre ben consci del loro isolamento geografico e gli uccelli migratori forse rappresentavano un legame ideale ancora esistente con la mitica terra d'origine, la mitica terra di partenza del re Hotu Matu'a, la Polinesia e le Isole Marchesi. Forse dunque il culto del Tangata Manu nacque proprio per il rimpianto della vecchia patria lontana e il contemporaneo desiderio di migrare alla ricerca di nuove terre da abitare.

Una volta l'anno i rappresentanti scelti delle varie tribù, i migliori guerrieri ed atleti chiamati "hopu manu", si ritrovavano nel villaggio Orongo per una serie di cerimonie in cui veniva eletto il Tangata Manu. La gara tra i diversi aspiranti, ben ricostruita nel bellissimo film Rapa Nui di Kevin Reynolds, consisteva nell'arrivare fino all'isolotto Motu Nui a nuoto, sfidando correnti e squali, nel prendere un uovo di un uccello (una fregata prima, una sterna poi, ed infine un manutara) e riportarlo intatto al sacerdote del villaggio. Si trattava di scendere all'andata una falesia ripidissima alta 300 metri, buttarsi in mare sfidando onde, correnti e squali, trovare l'uovo e rifare tutto il percorso inverso, ma con un uovo in mano e senza romperlo. Nella prima parte del percorso, c'era da correre parecchio e gli sfidanti si buttavano giù con specie di slittini. Da rompersi il collo. I pasquani lo fanno tuttora in alcune ricostruzioni folkloristiche in maschera, con la differenza che oggi ci sono le ambulanze ad aspettare gli aspiranti moderni uomini-uccello. La gara in ogni caso era davvero pericolosa e molti hopu venivano uccisi dagli squali, annegavano o cadevano dalla rupe. Al vincitore veniva riservato il titolo di uomo-uccello e la sua tribù governava l'isola per un anno. Cominciavano feste e cerimonie in suo onore. Con l’uovo in mano, il nuovo capo, divinizzato e sacralizzato, discendeva dal vulcano Rano Kau tra le ovazioni della gente e percorreva tutto il perimetro dell’isola accompagnato dai propri festanti seguaci. Ma non c'erano solo onori. Egli si rasava la testa, sopracciglia incluse, si dipingeva il corpo di rosso e doveva andar a vivere recluso per un anno accompagnato solo da un sacerdote, in totale ritiro ascetico. Per un anno non aveva accesso al mare, non poteva avere relazioni sessuali, né lavarsi e tagliarsi unghie e capelli. Nessuno poteva guardarlo o toccarlo, tranne il sacerdote. Però i Tangata Manu entravano a far parte per sempre del ristretto gruppo degli uomini uccello, guidati dal dio Makemake.

La cerimonia finì intorno al 1860, ovviamente vietata e soppressa dai missionari.

Rapa Nui e Tikopia, riflessioni ed insegnamenti

La fine della civiltà pasquana è stata da sempre connessa con il fenomeno della deforestazione per causa antropica, scatenata dal delirium tremens della costruzione dei moai. La storia comunemente accettata, quella che si racconta anche nel film di Kevin Reynolds e Kevin Costner, narra di migranti polinesiani che arrivano a Rapa Nui, trovano un’isola rigogliosa e coperta da foreste. In questo ecosistema, tanto bello ed accogliente quanto fragile, essi cominciano a riprodursi senza criterio e nessuna pianificazione, a disboscare per ottenere campi da coltivare e ricavare legname utile per la costruzione di statue sempre più grandi. I miseri 170 chilometri quadrati della piccola isola sono sfruttati in modo selvaggio e non sostenibile. Tale trasformazione paesaggistica porta ben presto all’erosione del suolo ricco di nutrienti e alla scomparsa di tutti gli animali dell'isola in un crescendo inarrestabile di autodistruzione. Mentre gli alberi diminuiscono, guerre, incendi, carestie, violenza e pratiche di cannibalismo aumentano sempre più e ben presto la società rapanui collassa ad una frazione di quella originaria sotto il peso di una enorme catastrofe ecologica. Gli europei di Roggeveen che per primi nel 1722 misero piede nell'Isola di Pasqua incontrarono proprio questi superstiti.

La storia del collasso ecologico, la tesi dell'ecocidio, sponsorizzata alla grande dallo studioso tuttologo americano Jared Diamond, è oggettivamente bella, assolutamente ragionevole e realistica, ricca di insegnamenti ed indubbiamente molto affascinante. Fu sposata fin da subito dai primi esploratori come Cook e La Pérouse, che si trovarono di fronte ad opere così grandiose ed una civiltà così arretrata. E mai più messa in discussione. D'altronde un’opera ingegneristica, tanto complessa quanto oggettivamente inutile come la costruzione delle piramidi egizie e maya e dei moai, può essere prodotta solo da una società gerarchizzata e stratificata, complessa e suddivisa in classi. Ma la civiltà trovata sull’isola non aveva queste caratteristiche, dunque doveva esserci stato un tempo in cui la società le possedeva, dunque un collasso (ecologico?) aveva trasformato la prima nella seconda. Non fa una piega.

La storia dell'Isola di Pasqua in tal senso è un bellissimo insegnamento nonché un monito agghiacciante per l'umanità intera. Rapa Nui ha mostrato il drammatico epilogo a cui ogni civiltà va incontro quando ignora e devasta l’ambiente. Rapa Nui è la Terra in piccolo, è la metafora dell’intero pianeta. La Terra è un minuscolo puntino isolato nell'immensità dell'universo esattamente come l'Isola di Pasqua è una minuscolo puntino nell'immensità dell'Oceano Pacifico. Nel mondo una popolazione sempre più numerosa, povera e perennemente in guerra fronteggia risorse sempre più scarse, continua imperterrita a consumare suolo e risorse ittiche e forestali, cementificare, distruggere la biodiversità, estrarre combustibili fossili ed immettere in atmosfera gas climalteranti. Il pianeta ha la febbre, che potrebbe aumentare entro fine secolo di ben 7°, secondo le previsioni più catastrofiche. Sarebbe la fine per tutti noi, visto che non abbiamo valvole di emigrazione possibili: non possiamo scappare nello spazio, Elon Musk permettendo, più di quanto i pasquani anticamente non potessero fuggire dall'Oceano Pacifico che li circondava per migliaia di chilometri. La versione comunemente accettata della storia dell'Isola di Pasqua, è da sempre molto popolare anche per ragioni che vanno al di là dell’archeologia, della storia e della geografia: per gli ambientalisti che cercano giustamente di sensibilizzare l'opinione pubblica sulle tematiche legate ai cambiamenti climatici, la storia dell'Isola di Pasqua offre il caso più eclatante, l'esempio più concreto di ciò che accade quando l'uomo decide di ignorare i valori di sostenibilità e tutela dell'ambiente. Semplicemente, accade un disastro che porta all'estinzione della civiltà, all'imbarbarimento, alla regressione, al cannibalismo.

Ma insieme alla pillola amara deve esser data anche speranza di cambiamento, bisogna far capire che un'altra strada è possibile, che l'umanità può farcela perché esistono casi virtuosi: l'uomo non sempre è cattivo ed ambientalmente stupido. Così Jared Diamond, nel suo bel libro "Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere" illustra il caso di Tikopia, molto simile all'Isola di Pasqua ma con epilogo totalmente diverso. Tikopia, abitata dall’uomo fin dalla preistoria è un'isoletta nel Pacifico del tutto simile alla rigogliosa ed originaria Isola di Pasqua del tempo che fu. Geograficamente molto isolata appartenendo al remoto arcipelago delle Salomone, aveva oggettivamente altissime probabilità di subire il tragico destino di Rapa Nui. I tikopiani però compresero immediatamente gli enormi rischi che il loro isolamento comportava e presero adeguate contromisure: non basarono la pratica agricola sul taglio e l’incendio, ma integrarono le coltivazioni con la foresta pluviale, regolamentarono la pesca ed il taglio degli alberi, decisero di sopprimere tutti i maiali dell’isola rendendosi conto dell’insostenibilità del loro allevamento. Ma soprattutto perseguirono l'obiettivo, giustamente ritenuto fondamentale per la sopravvivenza del loro popolo, della crescita demografica zero: i tikopiani furono e sono tuttora rigidissimi in questo, praticarono forme di controllo della nascite, ad esempio con l'imposizione della regola ferrea di due figli a coppia al massimo e mediante la proibizione di figliare dopo che il primogenito aveva raggiunto un’età da matrimonio. Si praticavano semplici metodi di contraccezione ma la loro intransigenza arrivò anche alla pratica di aborti e, in alcuni rari casi, infanticidi. Il fine giustificava i mezzi, più spazio a diritti sociali e meno a quelli civili. Le regole erano e sono ferree perché da queste regole derivava la sopravvivenza della loro intera società.

Anche dunque in un contesto difficile, una popolazione più o meno primitiva ed evoluta, senza conoscenze scientifiche, può esser capace di comportamenti ecologicamente virtuosi che garantiranno la sopravvivenza e la prosperità della loro cultura. Nel buio totale, una speranza!

La domanda a questo punto sorge spontanea: perché il popolo pasquano non ha compreso la catastrofe a cui stava andando incontro e non ha preso provvedimenti analoghi ai tikopiani? La risposta è soprattutto socio-economica, anch'essa molto ricca di spunti ed insegnamenti.

La società dell’Isola di Pasqua era quasi sicuramente divisa in classi, fortemente stratificata, un fatto testimoniato dai ritrovamenti archeologici di abitazioni molto differenti per dimensioni e comfort. Tale divisione in classi era funzionale alla miglior edificazione delle statue, che richiedeva una forte autorità centrale elitaria capace di mobilitare grandi masse di lavoratori. L'idea, il pensiero unico della classe dominante, esattamente come accade nella società di oggi con il totale controllo mass-mediatico, diviene ben presto il pensiero dominante e viene fatto proprio dal popolo: i giganteschi moai avrebbero dovuto catturare il mana, la potenza spirituale dei capi-clan, proteggendo tutta la popolazione dalla siccità e da fenomeni avversi catastrofici, permettendo piogge e raccolti abbondanti. La costruzione dei moai e la promessa di prosperità collettiva che ne derivava, legittimava pertanto le disparità sociali. Rafforzamento del potere, dittatura ed erezione di moai si consolidavano a vicenda. Non è un caso che tutte le civiltà basate sulla disuguaglianza socio-economica abbiano ritenuto prioritario la realizzazione di grandi opere.

Ecco il pensiero unico dell'antichità, nell'Isola di Pasqua. Ogni epoca ha il suo pensiero unico, che non si può né contraddire né combattere, pena l'isolamento e la denigrazione, o spesso, la morte. Il pasquano che vedeva che qualcosa non andava ed aveva il coraggio di parlare, veniva tacciato magari di "ambientalismo", "negazionismo", "ateismo", "fancazzismo". Un bruto che non rispettava gli antenati, un mostro da silenziare o eliminare. E magari finiva arrosto, visto che nell'Isola di Pasqua non disdegnavano cosciotti e costatelle di uomo. E' un po' quello che accade oggi con il TINA tatcheriano, il "there is no alternative" al modello liberista che promette prosperità per tutti anche se nel frattempo continua a generare ricchezze abnormi per pochi e povertà estrema per i più. E chi si oppone, come me, orgogliosamente me, a tale modello di pensiero unico, al capitalismo, all'atlantismo, all'europeismo e al neoliberismo, alla scientifica distruzione dei concetti di stato e famiglia, è un pazzo, uno sporco sovranista, fascista, populista, comunista, nazista, complottista, negazionista, no vax, no tav e via dicendo, chi più ne ha, più ne metta.

A Tikopia invece la società era ed è organizzata in modo diverso con un carattere più "socialista", democratico ed egualitario e guarda caso lì non si trovano tracce di grandi opere impattanti.

Riepilogando, l'Isola di Pasqua aveva una struttura della società classista, non democratica, basata sulle grandi opere e sullo scempio paesaggistico-ambientale mentre Tikopia aveva ed ha tuttora una struttura "socialista" e ambientalmente sostenibile, anche se inevitabilmente con regole molto ferree e severe. Conosciamo bene la storia di Tikopia e la loro civiltà, tuttora viva, vegeta ed in buona salute, ma sicuramente conosciamo molto meno la storia di Rapa Nui, della quale, lo ribadisco sempre, si possono fare solo ipotesi più o meno verificate. Ciononostante, io credo oggi ciecamente che la sostenibilità possa esistere solo se va di pari passo con l’uguaglianza sociale e viceversa. Credo che ci sia una relazione biunivoca fortissima tra le due, un matematico "se e soltanto se". La disuguaglianza sociale promuove comportamenti insostenibili, mentre la tutela dell'ambiente favorisce il rispetto dell'uomo e della sua felicità in un contesto sociale maggiormente egualitario dove si persegue il bene comune e l'interesse della collettività, prima che quello del singolo individuo, in piena simbiosi con madre natura.

L’insegnamento di Rapa Nui e di Tikopia in tal senso è evidente e fortissimo: una società incapace di metter l'ambiente e la sostenibilità al centro è destinata a scomparire ed i problemi ambientali sono strettissimamente correlati con quelli sociali. Con buona pace dei "gretini" di tutto il mondo, la soluzione ai cambiamenti climatici non è data, o per lo meno non soltanto, dalle auto elettriche o dalle energie rinnovabili, ma soprattutto dalla messa in discussione del modello economico dominante, basato su crescita infinita, consumismo, disuguaglianze sociali, sfruttamento dell'uomo e delle risorse del pianeta. Un sistema violento con l'uomo non può che esserlo anche con l'ambiente e viceversa. I gravissimi cambiamenti climatici si risolvono solo e soltanto con il radicale cambiamento del paradigma socio-economico attuale, con l'abbattimento del modello capitalista e la distruzione e la messa fuorilegge dell'ideologia neoliberista.

La vera ed unica causa della fine della civiltà rapanui

L'estrema bellezza di queste mie conclusioni non deve però mai far venir meno lo spirito critico, l'analisi rigorosa dei fatti e la messa da parte dei pregiudizi. Avete letto la storia dell'Isola di Pasqua? Soprattutto quella recente dopo la scoperta di Roggeveen del 1722? Secondo voi, la causa della fine della società pasquana è stato il disboscamento messo in atto dalla popolazione rozza ed ignorante? Certo che no! Ma è quello che tutti sanno. Nessuno conosce la storia di Rapa Nui dopo l'arrivo degli stranieri nel 18° secolo. Nessuno. Nemmeno io la conoscevo. Non viene raccontata.

L'analisi di Diamond trascura in modo vergognoso e grossolano un aspetto fondamentale della vicenda. Anzi, il più importante: lo sterminio ed il genocidio, volontario e non, messo in atto dai colonizzatori europei. Il collasso demografico e la decadenza della società pasquana ci sono stati, indubbiamente, cosiccome la totale scomparsa degli alberi, anche se il rapporto di causa effetto tra i due eventi è solo probabile e non assolutamente certo. L'unica cosa certa di tutta la vicenda è che la fine della civiltà rapanui ha come solo ed unico responsabile il contatto del popolo pasquano con gli europei “civilizzatori”, imperialisti, schiavisti e portatori di malattie. I pasquani sono stati uccisi, deportati, schiavizzati e decimati da malattie a loro sconosciute. Le poche migliaia di abitanti presenti nel 1722, dopo il contatto con gli stranieri, in poche decadi sono diventati solo poche decine, tutte persone giovani e non depositarie della tradizione e della conoscenza della scrittura rongorongo. Non c'entra una beneamata minchia la deforestazione con la scomparsa della civiltà pasquana. Ripeto, non c'entra una beneamata minchia la deforestazione con la scomparsa della civiltà pasquana. La vera causa è stata la cattiveria e la stupidità dell'uomo europeo.

Molto probabilmente la società rapanui, ben consapevole degli errori commessi, si sarebbe avviata verso un percorso sostenibile, verso cambiamenti socialmente ed ambientalmente virtuosi; non si sarebbe estinta ma si sarebbe ripresa e sarebbe tornata a prosperare. La devastazione ambientale, la cui causa antropica è probabile ma tuttora indimostrata, fu determinante nel decretare il declino della civiltà, ma non la sua estinzione: a decretarne l'estinzione furono i colonizzatori con le loro malattie e la loro violenza, anche religiosa.

L'elite accademica mondiale forse al solito vuole colpevolizzare le vittime, distogliendo l'attenzione dai veri carnefici. Non solo i colonizzatori occidentali hanno distrutto una civiltà, ma ora attribuiscono pure le colpe della scomparsa del popolo pasquano alla sua totale mancanza di coscienza ambientale. Esattamente quanto succede oggi: i cambiamenti climatici sono causati dall'operaio che con la vecchia macchina diesel sta in coda sul grande raccordo anulare. E' lui che va colpevolizzato e deve pagare, comprandosi una nuova e fiammante auto tutta elettrica, che utilizza batterie la cui produzione low-cost nel mondo si basa sullo sfruttamento di bambini nelle miniere di litio e cobalto della Bolivia e del Congo. Mica deve pagare chi è veramente l'unico responsabile del disastro climatico in corso, ovvero il grande capitalismo internazionale. Che invece continua a fare e disfare indisturbato, anzi, guadagnandoci dalla green economy sempre di più, monopolizzando il settore con la complicità di ignare ed inconsapevolmente complici, adolescenti brufolose svedesi. Scusate la divagazione.

Torniamo all'Isola di Pasqua e ricordiamo brevemente quello che è successo. Dai diari di bordo degli esploratori europei del diciottesimo secolo, sappiamo che nel 1722 la popolazione era costituita da non meno di 2000 persone circa, ancora dedite al culto dei moai, tutti in piedi. Nel 1770 la popolazione si era ulteriormente ridotta; le statue, tutte ancora in verticale nei loro ahu, erano tuttavia trascurate e non più utilizzate per i riti. Solo 4 anni dopo, nel 1774 la popolazione era collassata a poche centinaia di individui ed i moai cominciavano ad esser abbattuti.

Cos'è che in soli 4 anni, dal 1770 allo sbarco di Cook del 1774, può far collassare una popolazione? Risposta semplice. O una guerra o una epidemia. Oppure anche entrambe e contemporaneamente. Perché, senza aver ritrovato una minima arma nell'isola se non strumenti per la lavorazione del tufo vulcanico, si è perseguita la strada della guerra fratricida e non quella dell'epidemia? Perché si è sempre dato per scontato che i moai siano stati buttati giù a seguito della rivolta delle orecchie corte in quanto simbolo del potere della fazione rivale?

Non ci sono testimoni che possono raccontarcelo, ma è ragionevolissimo supporre che dopo la partenza delle navi olandesi, dopo la pasqua del 1722, molte persone rapanui siano morte di malattie infettive, totalmente sconosciute ai loro anticorpi. È successo, al primo contatto con gli europei, a tutti i popoli delle Americhe, dell’Australia e della Polinesia; non può non essere successo anche a loro. Roggeveen non lo sa, ma i germi che lascia dietro di sé, per i quali i pasquani non hanno difese immunitarie, uccideranno molto più dei suoi moschetti: non solo influenza, vaiolo e tubercolosi ma anche malattie veneree come la sifilide. Siamo realisti e lasciamo il buonismo ai talk show radical chic della televisione ed ai congressi del PD: immaginate marinai, giovani maschi affamati di sesso dopo mesi di astinenza in mare, che sbarcano su un isola e trovano polinesiane mezze nude. Sarebbe davvero ingenuo pensare che non ci siano stati contatti sessuali tra i due popoli. Tra l'altro, i dipinti di La Pérouse dimostrano chiaramente flirt in stato "avanzato" tra uomini europei e donne pasquane.

Marinai francesi flirtano con le donne pasquane nel dipinto del pittore di La Pèrouse

Dopo la partenza di Roggeveen le epidemie forse falciarono una parte rilevante della popolazione, la quale in breve tempo diminuì fino a poche centinaia di unità. All’arrivo degli spagnoli, cinquant’anni dopo, il numero era certamente risalito. Dopo il passaggio di questi, le epidemie saranno nuovamente riesplose ed infatti, Cook, che arriva quattro anni dopo nel 1774, parla di 600-700 persone soltanto, in uno stato comatoso, attribuendo ciò alla povertà. O anche alla paura, visto che gli indigeni oramai conoscevano bene le armi da fuoco, ne avevano paura e magari si nascondevano nelle grotte non appena avvistavano al largo le caravelle europee.

Molto probabilmente invece Cook era inconsapevole testimone di un’epidemia appena terminata. Forse anche gli indigeni avevano messo in relazione i contatti con i popoli stranieri, soprattutto sessuali, con la diffusione di epidemie, principalmente sifilide. Ciò spiegherebbe ad esempio l'evidente ed anomala sproporzione numerica nell'isola, notata da Cook tra maschi e femmine: le donne erano soltanto una trentina, in rapporto inferiore ad 1 a 20 con gli uomini. Come mai? Forse, i pasquani, capito “l'arrapamento” dei colonizzatori europei con le loro donne dopo mesi di navigazione, capito che contro i loro moschetti non potevano nulla e capito che erano i contatti sessuali la causa della diffusione di malattie, semplicemente allo sbarco degli stranieri nascondevano le donne fertili nelle tante grotte dell'isola.

Attraverso una serie di incontri a dir poco disastrosi con i visitatori stranieri, la popolazione di Rapa Nui era dunque crollata, poi si era ripresa per poi nuovamente ricollassare, ancora riprendersi e ricevere infine il colpo di grazia dai mercanti di schiavi. La vera causa della scomparsa della civiltà rapanui è dunque una sola: l'uomo occidentale, il suo razzismo, la sua cattiveria ed il suo imperialismo che hanno portato uccisioni in loco, deportazioni, schiavismo e soprattutto, anche se inconsapevolmente, tante, tante malattie. Non sappiamo se i rapanui siano stati autori di un “ecocidio”, ma con certezza essi furono oggetto di un vero e proprio genocidio.

Il disboscamento, con la fine della civiltà pasquana, non c'entra un cazzo di niente. E' bene tenerlo sempre ben a mente.

Altre verità possibili

E prima del 1722? Accettiamo la tesi dell'ecocidio, del suicidio ecologico o esistono ipotesi alternative? Sino a pochi anni fa, nessuno aveva osato metter in discussione l'unica versione ufficiale, le prove sembravano schiaccianti, il quadro generale era ormai consolidato con solo qualche particolare che andava maggiormente approfondito. Oggi, grazie ai rigorosi studi di due importanti archeologi, Terry Hunt e Carl Lipo, emergono con forza nuove teorie che mettono in dubbio la deforestazione per causa antropica e l'abbattimento dei moai per le guerre intestine, oltre a collocare la data di colonizzazione dell'isola da parte dei polinesiani intorno al 1200 d.c. , dunque ben più tardi rispetto a quanto si pensava.

Secondo Hunt e Lipo, il collasso della civiltà rapanui prima dell'arrivo degli europei andrebbe seriamente ridimensionato. Sicuramente ci sono stati grossi cambiamenti ambientali, come dimostrano le analisi dei pollini, ma a livello archeologico c'è veramente poco che convalida la tesi della spettacolare autodistruzione della civiltà per questa causa. Roggeveen nel 1722 vide una popolazione comunque ridotta ma in salute e dedita ancora al culto dei moai, nonostante fossero già passati almeno due-tre secoli dalla totale scomparsa degli alberi nell'isola. Forse quella rapanui era una società molto più resiliente di quello che pensiamo ed ecologicamente responsabile. Hunt e Lipo non mettono assolutamente in discussione la totale perdita del patrimonio forestale dell'isola avvenuto intorno al 1400 d.c. , ma secondo i loro studi la causa non sarebbe stata antropica ma animale. I pasquani non sarebbero stati gli scellerati tagliatori indiscriminati di alberi e devastatori di ecosistemi insomma, ma furono vittime della proliferazione incontrollata ed incontrollabile, in un ecosistema fragile, di una specie invasiva, il ratto polinesiano, che avrebbe divorato buona parte della vegetazione autoctona. Questi piccoli mammiferi si riproducono rapidamente ed esponenzialmente, con una velocità inimmaginabile: una femmina dà alla luce fino a 10 piccoli alla volta fino a 13 volte l'anno dopo una gestazione di soli 20 giorni ed i figlioletti diventano sessualmente maturi a solo 2 mesi di vita. Pazzesco. In un ambiente favorevole come quello dell'Isola di Pasqua dove erano totalmente assenti predatori naturali, una sola coppia può dare origine ad una popolazione di più di mezzo milione di roditori in un solo anno. Il ratto polinesiano, portato dagli stessi antichi marinai maori, oppure dagli esploratori inca nel 1200-1300 nella presunta seconda ondata di immigrazione, ghiottissimo di semi di palma avrebbe pertanto impedito a questi alberi di riprodursi compensando così il disboscamento antropico, che forse, secondo queste nuove teorie, fu tutt'altro che insostenibile. Effettuando carotaggi, i due studiosi trovarono molti semi di palma mangiati dai ratti, un segnale inequivocabile che loro conoscevano molto bene e che li mise immediatamente in allarme. Avevano studiato il caso dell'isola hawaiana di Ohau dove i piccoli terribili mammiferi, arrivati come clandestini sulle barche dei primi esploratori, distrussero l'intera foresta. L'evento si era anche ripetuto nel parco nazionale La Campana in Cile e nell’isola di Lord Howe, in Nuova Zelanda. A Lord Howe, l'incredibile proliferazione di ratti e topi, fino a 1000 per ogni singolo abitante della piccola isola dichiarata per la sua bellezza patrimonio Unesco, aveva causato l'estinzione di diverse specie autoctone di animali terrestri, uccelli e vegetali mettendo a serio rischio l'intero ecosistema. Il piano di disinfestazione iniziato nel 2019, è costato ben 15 milioni di dollari ed ha portato risultati sorprendenti, salvando la flora e la fauna dell'isola e la sua biodiversità.

All'effetto dei ratti poi, si può esser aggiunto anche uno tsunami oppure un periodo di siccità particolarmente lungo. Oppure entrambi e l'effetto combinato e catastrofico della triade tsunami-ratti-siccità avrebbe portato in poco tempo alla totale scomparsa degli alberi nell'isola senza però che la popolazione avesse avuto alcuna responsabilità.

Forse dunque la causa della deforestazione non fu la produzione ed il trasporto dei moai!

E magari le statue non furono nemmeno abbattute a seguito dello scoppio di sanguinose guerre tribali, ma per ben altri motivi. Se guerra c'è stata, “orecchioni” contro “orecchietti”, dove sono finite tutte le armi utilizzate? Sembrano per caso armi, gli strumenti in ossidiana, le asce e le falci per uso agricolo esposte al museo di Rapa Nui? Dove sono le frecce e gli archi, le lance con le punte affilate? Non sono state ritrovate a Rapa Nui né punte affilate per uccidere, né glifi o pitture rupestri, nulla che provasse una guerra in corso. Forse non c'era tempo, forse tutto è accaduto in fretta...forse la guerra e lo sterminio furono attuati con morsi, calci e pugni o forse...non ci fu nessuna guerra! Troppo scarse erano le risorse, troppo limitato l'ambiente: conveniva cooperare, abbassare le pretese e trovare accordi piuttosto che competere ed ammazzarsi a vicenda, come John Nash e la sua teoria di giochi ci insegnano. Forse il popolo rapanui capì l'insostenibilità del modello sociale classista basato su grandi opere; dopo il declino demografico e la perdita delle foreste, queste furono progressivamente abbandonate ed attraverso il culto dell'uomo-uccello, essi attuarono una pacifica transizione sociale, politica, economica e religiosa, più democratica ed egualitaria.

L'abbandono dei moai e del relativo culto cosiccome il successivo abbattimento delle statue hanno altre spiegazioni possibili. Esse possono esser state abbandonate non in un colpo solo a seguito dello scoppio degli scontri, ma in secoli, magari per difetti costruttivi o quant'altro. Ed anche accettando la tesi dell'abbandono repentino, l'evento catastrofico improvviso che impedì ai rapanui di completare i moai può non esser stato una guerra ma un velocissimo e devastante fenomeno naturale, il rapido crollo del patrimonio boschivo a causa ratti oppure come già detto, anche uno tsunami o una siccità particolarmente lunga.

Per quanto riguarda la fine del culto dei giganti di pietra esiste un'altra ipotesi, davvero interessante e suggestiva. Piuttosto logica tra l'altro: vissuti per secoli nel mito e nell'adorazione incondizionata dei moai, improvvisamente con l'arrivo degli stranieri nel 18° secolo, i rapanui cambiarono improvvisamente il loro status symbol. Dal pukao di pietra rossa dei moai, ai veri cappelli degli europei. Se avete letto la storia dell'Isola di Pasqua dopo il 1722, ricorderete che gli indigeni erano irresistibilmente attratti dai copricapo degli stranieri. All'arrivo di Roggeveen, sappiamo con certezza che uno dei nativi salì a bordo e cercò di rubare il cappello di un marinaio, il quale per tutta risposta non si limitò a richiederlo indietro, ma gli sparò e lo uccise. Quando gli olandesi sbarcarono a terra furono accolti così da una bella sassaiola. Armi da fuoco contro sassi. Tutto facile per gli europei che fecero una carneficina, 13 morti e tanti feriti gravi, giusto per far capire ai selvaggi chi comandava. All’arrivo degli europei nelle ondate successive, gli isolani faranno sempre di tutto per procurarsi i loro cappelli: si inventeranno i trucchi più incredibili ed arriveranno ad offrire in cambio le loro donne. E' oggettivamente impossibile non metter in relazione tale strano e morboso interesse con i pukao dei moai. Chissà, forse per i rapanui gli europei erano gli antenati tornati dall'aldilà per salvarli con le loro caravelle giganti. Erano scioccati, un po' come se noi oggi vedessimo atterrare in giardino un'astronave aliena: nel vedere improvvisamente oggetti nuovi, impensabili ed incredibili, i nostri status symbol si sposterebbero dal macchinone fiammante e dal telefonino all'ultimo grido, ai nuovi e misteriosi oggetti extraterrestri.

Gli indigeni rubarono cappelli e fazzoletti a Roggeveen, agli spagnoli, a Cook, a La Pérouse; gli inglesi ed i francesi fortunatamente, a differenza degli olandesi, non reagiranno con la violenza, anzi, ben divertiti, prenderanno tutto con molto spirito. L’unico disegno relativo all’Isola di Pasqua che La Pèrouse fece inserire nel suo atlante di viaggio, ha proprio per oggetto i furti, i trucchi e le diverse forme di adescamento, utilizzati dai nativi per sottrarre cappelli agli ufficiali ed ai marinai. Evidentemente il fatto lo colpì moltissimo. Gli abitanti di Rapa Nui cominciarono orgogliosamente ad ostentare oggetti europei e progressivamente ad abbandonare il culto degli antenati attraverso i moai. Il paradigma culturale era cambiato, un delicato equilibrio psicologico si era rotto per sempre.

Quella del cambiamento repentino dello status symbol, è bene specificarlo e ricordarlo, è solo e soltanto un'ipotesi fantasiosa, però a mio avviso assolutamente realistica ed interessante. D'altronde è solo una coincidenza che l'abbandono della costruzione e del culto dei moai sia stato rapidissimo e sia avvenuto solo dopo l'arrivo degli europei e non prima? Io non credo proprio.

Furto di cappello in diretta nel dipinto del pittore di La Pèrouse

La diffusione successiva poi di epidemie, uccisioni e sciagure varie, potrebbe ben giustificare l'ira degli indigeni verso i moai, inefficienti protettori, ed il loro abbattimento. Magari per i pasquani erano stati gli antenati stessi, incarnati nei colonizzatori, a portare morte nell'isola, era una vendetta per l'abbandono del culto e l'interesse per i cappelli europei anziché per i pukao. E dunque si passò dall'adorazione e venerazione dei moai e degli antenati alla guerra contro di loro.

I moai? Affanculo i moai. Abbiamo investito tempo e risorse nell'edificazione di queste stupide statue col cappello per avere protezione! Arrivano i colonizzatori coi loro bellissimi copricapo, forse sono gli antenati stessi, reincarnati in loro, che ci vengono a salvare...ed invece 'ste teste di cazzo che fanno? Ci massacrano, ci deportano, ci uccidono con malattie misteriose e terribili. I nostri figli e le le nostre donne muoiono! Sì affanculo moai di merda, vi buttiamo giù, che portate solo una grande ed immensa sfiga. Tutti giù, uno ad uno, dal 1770 al 1864.

Forse è davvero andata così. Fanta-archeologia? Boh. Forse. Ci tengo a precisare che tutto quanto scritto in questa ultima parte, è solo frutto di mie divagazioni, ipotesi solo mie, fatte dopo aver passato diverso tempo a studiare ed analizzare il materiale storico dell'isola. Chissà, probabilmente ho toppato alla grande. Non me ne vogliate, archeologi di tutto il mondo. A me piace pensare, farmi e fare domande procedendo sempre con rigoroso metodo logico e scientifico: tendo inconsciamente a mettere in discussione le soluzioni preconfezionate, facili, politicamente corrette, soprattutto nell'interpretazione della realtà quotidiana, ben conscio delle menzogne a cui siamo soggetti ogni giorno della nostra vita da una vergognosa classe giornalistica serva del potere.

La storia dell'Isola di Pasqua rimane uno dei più grandi enigmi dell'umanità. E senza scomodare extraterrestri o tunnel spazio-temporali, lo è solo e soltanto perché l'uomo colonizzatore ha sterminato tutti i depositari della tradizione, della memoria storica e della scrittura rongorongo.

Ecco, forse l'unico vero insegnamento certo che ci lascia Rapa Nui è questo: l'uomo uccide costantemente la verità e la scoperta. Oltre a se stesso. In ogni epoca, homo homini lupus.

Ritorno a Rapa Nui, 10 anni dopo...

Il viaggio del 2011 all'Isola di Pasqua è stato indubbiamente uno dei più belli della mia vita, sicuramente nella top ten dei miei vagabondaggi. Ricordi indelebili ed un turbine di emozioni. Ovunque, stupore e meraviglia. Un viaggio su Marte più che sulla Terra.

Dieci anni dopo, nel 2021, in piena fase di scrittura di questo post, sono impazzito.

Sento improvvisamente un desiderio irresistibile di tornare tra i moai, la nostalgia mi assale. A fine serata invio un messaggio a Gaby: domani mattina, sabato 8 Maggio 2021 partiamo con i bambini e torniamo la sera. Per l'Isola di Pasqua. Con la mia macchina intergalattica.

Gaby ride e mi manda faccine divertite...e poi però pure incazzate perché lei ha impegni di lavoro.

« Non puoi fare sempre così, sempre tutto all'ultimo, senza un minimo di programmazione e di preavviso! Ma come all'Isola di Pasqua che sta nell'altro capo del mondo! E come con i bambini? Quanto ci costa? E solo un giorno? Ma che dici con la macchina? Dai, non mi prendere in giro, dimmi la verità...dove vuoi andare? Io comunque non posso...domani ho già preso impegni...»

Ma io sono fatto così ed ho già deciso. Gaby anticipa e posticipa i suoi appuntamenti. Sabato 8 Maggio, dopo 3 ore di macchina da San Benedetto, 10 anni dopo, sono nuovamente a Rapa Nui.

Il moai di Vitorchiano

Ok, ok...lo ammetto...non sono proprio tornato ad Ahu Tongariki e Rano Raraku...non ho una macchina intergalattica che viaggia a 10.000 km orari nella troposfera, ma una vecchia Audi a metano di quasi 20 anni con 300.000 km sul groppone. Pensate che i moai comunque esistano solo a Rapa Nui? Vi sbagliate. Un moai esiste anche in Italia, a Vitorchiano. E' l'unico al mondo al di fuori dell'Isola di Pasqua ed è stato veramente costruito da indigeni pasquani.

Vitorchiano, è un piccolo borgo medioevale di origine etrusca in provincia di Viterbo, ad una manciata di chilometri dal Monte Cimino, un tempo un vulcano, le cui pendici sono costituite da rocce laviche e magmatiche da cui si ricava il peperino, una famosa e pregiata pietra locale. Sembra che una delegazione di maori pasquani abbia girato il mondo per trovare una pietra utile al restauro dei loro preziosi moai, sempre più malmessi e logorati dal tempo e dagli agenti atmosferici, e l'abbiano trovata proprio a Vitorchiano. Era per loro il peperino del Monte Cimino la pietra più adatta al restauro delle loro enigmatiche statue e per dimostrare l'idoneità della roccia magmatica vitorchiana e contemporaneamente catalizzare l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale ricevendo finanziamenti ed aiuti economici, undici indigeni Maori della famiglia Atan dell’Isola di Pasqua decisero nel 1987 di realizzare in loco, un moai in tutto e per tutto uguale a quelli originali della loro isola per poi donarlo alla cittadina. Utilizzarono per questo un unico blocco di 400 quintali di peso della cava della famiglia Anselmi, titolari della più antica azienda di estrazione, lavorazione e commercializzazione a livello mondiale del peperino; lo lavorarono ininterrottamente per 4 settimane, con le stesse tecniche del tempo, solo asce manuali e pietre taglienti. Grazie al giornalista Mino Damato e alla sua trasmissione “Alla Ricerca dell’Arca”, fu favorito il gemellaggio culturale tra Vitorchiano ed Hanga Roa; la realizzazione della statua, venne seguita per tutto il tempo dalla televisione di stato che contribuì a dare grande risalto mediatico alla vicenda.

Il moai riuscì perfettamente: bellissimo, nuovo, con lo stesso tipo di roccia, lo stesso sguardo enigmatico con le labbra serrate, le stesse dita affusolate appoggiate nel petto in posizione di eterna attesa con il pukao in testa. Il trasporto del colosso nella piazza centrale di Vitorchiano subito fuori le mura però non fu fatto con corde e slitte alla Heyerdahl, oppure a mo' di frigorifero alla Hunt e Lipo, ma tramite mezzi meccanici ed autogru, una piccola concessione alla modernità: qui davvero, con la televisione a riprendere ed Hanga Roa in collegamento, non si poteva rischiare la rottura del moai!La degna conclusione del tutto fu una bellissima festa in maschera, con costumi polinesiani tipici, corpi dipinti, danze, canti e riti intorno al moai, in un'atmosfera molto suggestiva, tribale e coinvolgente. Gli indigeni dopo aver danzato intorno alla statua, spiegheranno che essa è una scultura sacra: porta prosperità al luogo che la ospita a patto però che non venga mai spostata dal suo "ahu", perchè in tal caso provoca grandi sciagure.

Ma gli abitanti e la giunta di Vitorchiano non devono aver prestato molta importanza a queste parole perché incredibilmente e forse con una totale mancanza di rispetto nei confronti dei pasquani che l'avevano costruito, il moai fu trasferito, con l'inevitabile scia di grandi polemiche che ne seguì. Venne prestato alla Sardegna per una mostra ma ben presto se ne persero le tracce. Il tempo passava e nella piazza centrale del paese venne collocata al suo posto una fontana del 1700: sul lastricato che la circonda infatti, si può ancora vedere l'immagine del moai e la relativa dedica.

La statua fortunatamente è stata restituita ed ora è collocata lungo la strada provinciale 23 in una piazzola di sosta appena fuori Vitorchiano.

Non lo sapevo e non potevo saperlo, ma il caso ha voluto che andassi a Vitorchiano proprio l'8 maggio: non è un giorno qualsiasi per il paese. E Vitorchiano non è un paese qualsiasi. Nell'ultimo anno ho visitato, più per caso che volutamente, 4 dei 7 santuari lungo la linea sacra di San Michele, a cui dedicherò un post specifico. Ebbene, Vitorchiano è consacrato a San Michele. L'arcangelo è il patrono del borgo: nel paese, tutto rimanda a lui, targhe, iscrizioni, lapidi, stendardi, chiese. E l'8 maggio è proprio il giorno della festa del patrono, è la data che ricorda l'apparizione dell'arcangelo sul Gargano avvenuta l'8 maggio del 490. Immersa tra i boschi, la chiesetta di San Michele di Vitorchiano, è visitabile un solo giorno all'anno, ovviamente ogni 8 maggio, quando le sue porte si aprono per permettere l'arrivo della processione che scende dal paese. Una bellissima e folkloristica festa popolare, che coinvolge tutto il paese.

Sì...San Michele, nell'ultimo anno mi lancia segnali inequivocabili. Ed infatti, io continuo sempre ad invocarlo contro i demoni del capitalismo e del neoliberismo, per un mondo dove regni maggior uguaglianza, pace, rispetto per l'uomo e per madre natura. Miki, aiutaci tu!

Chissà, magari nel 2031 tra ulteriori 10 anni, se ancora sarò qui su questa terra, tornerò davvero all'Isola di Pasqua. Tornerò a sbalordirmi di fronte alla caldera del vulcano Rano Kau, tornerò a farmi il bagno ad Anakena dove sbarcò Hotu Matu'a...tornerò tra i giganti di Ahu Tongariki e tra i volti enigmatici di Rano Raraku. Chissà...

Che il "mana" dei miei antenati sia sempre con me.

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