La mano (y el pie) de Dios

Anno di merda il 2020... cominciato per me alla grande, anzi, alla grandissima in vetta al Kilimangiaro, 5895 metri e due pezzi di polmone sputati per arrivare fin lassù a -25°C in soli 5 giorni. Ma l'Uhuru Peak, vogliate perdonare il gergo matematico, non era un punto di flesso ascendente a tangente orizzontale della mia esistenza, ma solo il vertice V (-b/2a, -Δ/4a) di una parabola concava: cominciava per me una lenta discesa personale verso l'inferno.

Tanti episodi traumatici, forse troppi e tutti insieme, in un crescendo a tratti inarrestabile ed ingestibile, un ciclone violentissimo e sconvolgente in cui indubbiamente la gestione criminale del Covid ed il comportamento ai miei occhi incomprensibile della stragrande maggioranza degli italiani, hanno giocato, nella mia mente già pesantemente provata, un ruolo di primissimo piano.

Davvero immensa la delusione ed il disincanto che ho provato nei confronti di tantissime persone a me vicine, vittime (colpevoli) della propaganda martellante e così violentemente incattivite dalla paura... inevitabile ed irreversibile un mio progressivo distacco emotivo e sociale che mi porta nel 2020 ad isolarmi sempre più ed a rinchiudermi nei miei cupi pensieri.

Non bastava tutto questo... è pure morto a 60 anni appena compiuti, Diego Armando Maradona, il calciatore più forte di tutti i tempi, per me un vero idolo, non tanto calcistico quanto ideologico. Arresto cardiaco, ovviamente "correlato" ai suoi eccessi, alla sua vita piena di dipendenze e soprattutto all'uso ed abuso della sua amata e devastante "dama bianca". Morte naturale dunque, nulla a che vedere con i fatali "malori improvvisi" da "non correlazione" che colpiscono oggi giovani ed adulti battezzati col veleno di Pfizer, nella totale indifferenza generale e vergognosa omertà della stampa. A fine 2020 il siero genico killer ancora non c'era e poi, figurati se un ribelle come lui si faceva bucare il deltoide e profanare il sacro tatuaggio del Che con una punturina assassina sponsorizzata da Bill ed Ursula... Chissà invece se la miracolosa pozione magica non si è portata via il fratello Hugo un solo anno più tardi, vittima di arresto cardiaco senza soffrire di alcuna patologia... Questo non lo saprà mai nessuno: vietato indagare.

No, nel caso di Diego, tutto terribilmente ovvio e scontato, purtroppo ampiamente prevedibile viste le penose condizioni fisiche nelle quali egli versava: la natura gli ha presentato il conto di una vita meravigliosamente scellerata e con fortissime tendenze autodistruttive, una vita vissuta a 300 all'ora, tra alcool, donne, cibo, festini e soprattutto droga.

Il 25 novembre 2020 Diego esala l'ultimo respiro, solo come un cane nella sua abitazione di Tigre, poco a nord di Buenos Aires: stanco della vita terrena e sconfitto dall'atroce vendetta dell'impero del male, abbandona il suo corpo oramai goffo ed affaticato per volare verso il cielo come un "barrilete cosmico" e consegnarsi alla leggenda ed all'immortalità.

E così, le TV nazionali, loro malgrado, sono costrette a parlare di qualcos'altro che non sia conteggio dei morti, museruole salvavita, lockdown miracolosi e vaccini in arrivo benedetti dal Signore (non Dio ma Albert Bourla), grazie ai quali, è sempre bene ricordarlo per gli smemorati, saremmo dovuti immediatamente uscire dalla pandemia e tornare all'assoluta normalità. Mentre scrivo questo articolo invece, fine novembre 2022, stiamo giusto giusto entrando nel quarto inverno consecutivo di martellamento psicologico di pelotas.

Altarino preparato il 25 novembre 2020 nei Quartieri Spagnoli sotto al mural più famoso di Maradona in Via Emanuele de Deo

Quel giorno, alla notizia della morte del Pibe de Oro, ho avuto proprio un tuffo al cuore... tranquilli, nessuna miocardite o pericardite, il mio organo pulsante è perfettamente sano, non avendo proteine Spike e grafene in giro.

E' morto Maradona porcaccia zozza. Mi sento vuoto ed abbandonato... tanta tristezza e commozione in me ma anche rabbia nei confronti del sistema che lo ha isolato, lo ha massacrato per via delle sue debolezze e soprattutto della sua vicinanza ideologica a personaggi assai scomodi.

Distratto ed immerso in problemi che in quei momenti mi sembravano inaffrontabili e più grandi di me, ricordo che la sera del 25 vagavo per casa passando dal pianoforte alla scrivania col PC dove proprio in quei mesi stava prendendo forma questo blog. Poi guardai il calendario e ricordo che rimasi pietrificato, come se il sangue mi si gelasse improvvisamente nelle vene (anche qui tranquilli... niente trombi, coaguli, o trombocitopenie da siero genico).

Diego non solo ha scelto l'anno peggiore dal dopoguerra in poi per morire, l'anno sciagurato della pandemia e delle infinite menzogne della stampa, come se volesse rimarcare ancora più forte la sciagura della sua scomparsa e ricordare al mondo intero le balle del mainstream che lo hanno sepolto di fango e merda. No. Diego ha anche scelto un giorno speciale per farlo.

«Fidel, morirei per te», disse una volta Diego, in un famoso video che allego nel finale di questo post. L'ha detto, e l'ha fatto. Il soldato Diego voleva a tutti i costi riunirsi al suo Comandante En Jefe, grande amico, mentore ideologico e culturale nonché sua guida spirituale, scomparso esattamente 4 anni prima. Diego è morto lo stesso giorno di Fidel Castro, il 25 novembre. Le due anime si sono cercate, incontrate in terra e volevano riunirsi in cielo.

Non solo: nello stesso giorno, sempre il 25 novembre dell'anno 1956, il Granma, una imbarcazione di fortuna progettata per trasportare al massimo una ventina di persone ed invece riempita all'inverosimile con a bordo 82 “barbudos” tra cui Castro, Ernesto Che Guevara ed il partigiano italiano Gino Doné Paro, salpava dal un porticciolo di Tuxpan nello stato messicano di Veracruz alla volta di Cuba per dar avvio alla più grande rivoluzione socialista del continente americano contro il fantoccio USA Fulgencio Batista. No, non può esser un caso, non ci credo.

Il Dio del calcio non ha scelto un anno ed un giorno qualsiasi per andarsene: anche la data della sua morte, come ogni giorno della sua vita, è stato un fortissimo, meraviglioso atto politico.

Bellissimo mural di Fidel Castro nella Mensa Occupata della zona universitaria di Napoli, Via Mezzocannone 14

Maradona e la città di Napoli

Capisco immediatamente la rilevanza epocale dell'evento e così decido di andare a Napoli. Quando possibile mi piace esser al centro della storia, un po' come quando il 2 aprile del 2005, tornando da lavoro, mi trovavo nella metro di Roma ed annunciarono la morte di Giovanni Paolo II, il Papa che Diego, sicuramente esagerando, chiamò "hijo de puta": puntai dritto fino ad Ottaviano per andare a San Pietro, con decine di migliaia di persone che nel frattempo accorrevano da ogni dove.

In teoria comunque non potrei muovermi... L'Italia è stata divisa in zone colorate da quegli assassini guerrafondai (per le cure Covid negate, il criminale accanimento vaccinale ed il sostegno NATO alla guerra in Ucraina) di Conte e Speranza ed io non posso uscire dal mio comune di residenza. Frega un cazzo. Figurati se sto a rispettare queste fasciste regole di merda e limitazioni alla mia libertà basate sul nulla scientifico più totale. Non l'ho mai fatto in tutta la pandemia senza morire né uccidere nessuno con i miei virus (come sosteneva invece il dragone nazionale), neppure quando volavano gli elicotteri sulle spiagge per identificare i pericolosi runner da sbattere come criminali in prima pagina, e non lo farò nemmeno ora. La mattina prestissimo del 26 prendo la macchina e parto per riabbracciare dopo tanto tempo una città che mi ha sempre tremendamente affascinato. Prima tappa, lo stadio, ora rinominato in “Diego Armando Maradona”, dove tutto cominciò.

L'amore immenso tra El Pibe de Oro e la città partenopea nasce proprio a Fuorigrotta il 5 luglio del 1984. Diego, appena acquistato dal Barcellona con un'operazione ai limiti dell'incredibile del presidente Ferlaino, venne presentato al San Paolo ed a salutarlo accorrono ben 80.000 persone in totale estasi e delirio. Da quel giorno Diego diventa il re ed il simbolo stesso indiscusso di una città intera, amato e venerato come, ed addirittura anche più, di San Gennaro.

Diego entra per la prima volta il 15 luglio 1984 allo stadio San Paolo di Napoli; lo accolgono 80.000 persone!

Le ragioni di un amore così incondizionato, dell'infinita adorazione e totale identificazione della città col campione argentino al quale tutto è stato sempre concesso e perdonato, sono semplicissime, a mio avviso due in particolare, e vanno ben al di là del calcio. Certo, indubbiamente El Diez ha portato per la prima volta a Napoli scudetti, coppe e visibilità mondiale, ma ciò non basta. C'è dell'altro.

In primis Maradona era esattamente come Napoli: tutto ed il contrario di tutto allo stesso tempo. Irreale meraviglia e bruttura improvvisa, perfezione del gesto tecnico ed imperfezione del fisico che tutto sembrava tranne quello di un atleta, monumento pulitissimo e rifiuto puzzolente, patrizio e plebeo insieme, umano e divino, genio e sregolatezza, benedizione sovrannaturale e maledizione terrena. Eccesso nel bene ed ancor di più nel male. Maradona era il paradiso e l'inferno contemporaneamente perché baciato dal talento ma purtroppo incredibilmente attratto dal torbido e dal sottobosco cittadino. Picchi inarrivabili di assurda bellezza e tanto tanto degrado. Era generoso, passionale ed istintivo, sempre originale e meravigliosamente antisistema, fino all'autodistruzione.

Sì... Diego poteva esser il più grande di tutti solo in un posto come Napoli. Per questo l'uomo e la città si sono cercati spasmodicamente tutta la vita, fin dalla sua nascita, il 30 ottobre del 1960 a Villa Fiorito in un sobborgo poverissimo di Buenos Aires, ed una volta incontrati si sono amati immensamente ed indissolubilmente, talmente tanto che né l'uomo né la squadra di calcio hanno mai vinto grandi trofei se non insieme. O insieme o niente. Tutte le vittorie mondiali, italiane ed europee di Diego coincidono guarda caso proprio con il suo periodo sotto al Vesuvio tra il 1984 ed il 1991. Viceversa, tutti i principali successi della squadra partenopea fino ad oggi (due scudetti, una coppa Italia, una coppa Uefa, una Supercoppa italiana) risalgono proprio a quegli anni. La verità innegabile è che Maradona con le sue giocate ha reso vincenti squadre discrete ma non stellari, che senza di lui mai avrebbero vinto.

E poi, secondo motivo, il giocatore più costoso del mondo, il più famoso, chiacchierato ed idolatrato, aveva scelto di andar a giocare non a Torino o Milano, ma a Napoli e qui vincere tutto: El Pibe de Oro ha così sempre rappresentato il riscatto sociale e sportivo della città più maltrattata e vilipesa d'Italia, la rivincita del meridione verso il nord padrone e patrizio il quale per la prima volta nella storia d'Italia, si ritrova ad invidiare calcisticamente il sud proletario e plebeo, la "carta sporca" di Pino Daniele, ora invece bella e vincente. La programmazione rigorosa, la laboriosità ed il denaro invidiano per la prima volta l'improvvisazione, il genio e la passione. La Mole Antoneliana e la sua vetta perennemente avvolta da nuvole, freddo e nebbia, improvvisamente invidiano il sole ed il chiasso proletario dei Quartieri Spagnoli. I bambini borghesini torinesi invidiano gli scugnizzi napoletani. Il sud d'Italia per la prima volta nella sua storia alza la testa, con orgoglio e fierezza. Maradona è il suo condottiero. Il nuovo Masaniello.

Maradona nella sua vita ha sempre sposato la causa del sud del mondo scegliendo accuratamente le sue squadre. A Buenos Aires iniziò la carriera al Boca Juniors, il club proletario dei quartieri popolari che si contrappone da sempre a los “millionarios” del River Plate, la squadra che invece nell'immaginario collettivo rappresenta la parte aristocratica della capitale argentina. E proprio al Boca scelse di chiudere la carriera nel '97, in una Bombonera stracolma all'inverosimile per il “superclasico”: non poteva d'altronde che esser il derby più infuocato e sentito al mondo la sua ultima partita ufficiale. La Bombonera sarà ancora più infuocata 4 anni dopo, quando egli decise di salutare il suo pubblico organizzando una partita d'addio tra vecchie glorie, Argentina-Resto del Mondo. Nel suo struggente discorso d'addio dirà una delle frasi più semplici e belle a mio avviso dette mai da uno sportivo, lanciando l'ennesimo, nonché ultimo da giocatore, atto d'accusa verso i poteri forti del calcio mondiale: «Yo me equivoquè y paguè, pero la pelota no se mancha».

Se in Argentina Diego aveva giocato nel Boca dei “bosteros” (termine dispregiativo usato dai tifosi del River che rimanda allo sterco dei cavalli), in Italia, dove a quel tempo si giocava il campionato più duro ed importante del mondo, non poteva esser diversamente: preferisce il Napoli alla Juventus di Platinì, facendo una bella pernacchia in faccia a quelle oligarchie economiche e politiche che in quegli anni controversi avevano il totale controllo del nostro paese. Maradona dice di no alle montagne di denaro degli Agnelli, abituati a comprare con onnipotente arroganza tutto quello su cui posavano gli occhi, e gli rifila pure 5 goal, come nel 1990 in finale di Supercoppa italiana.

Il primo scudetto (anno 1987) e la Coppa Uefa (anno 1989) del Napoli

Maradona si poteva comprare ma non si è fatto comprare e questo grande schiaffo all'arroganza del denaro è stato ricompensato da Napoli, aldilà delle vittorie regalate e dei trofei vinti, con gloria eterna ed amore infinito. Un amore però spesso anche ai limiti dell'umanamente sopportabile: il calore delle persone divenne infatti ben presto quasi eccessivo, esagerato e soffocante, come lamentava anche lo stesso giocatore che in giro per Napoli da solo non poteva proprio andare e molte volte non poteva neppure uscire dall'albergo. Ad un Berlusconi che in quegli anni strapagava un anonimo giocatore come Gianluigi Lentini, ed ad un'Agnelli che sognava l'accoppiata Maradona - Platinì ed insisteva fortemente per il suo trasferimento all'ombra della Mole, in ogni caso El Diez rispondeva sempre che si sentiva uno scugnizzo e mai avrebbe potuto dar un dolore così grande al suo popolo. Divenne famosissima la sua frase: «Voglio diventare l'idolo dei ragazzi poveri di Napoli perché loro sono com'ero io a Buenos Aires».

Anni più tardi invece, un altro argentino, Gonzalo Higuain, in quel momento idolo della città a suon di goal, fece il passo contrario, abbandonando il sole del Vesuvio per la nebbia torinese, convinto da svariati milioncini di euro annuali in più... Napoli, colpita emotivamente al cuore, non lo ha mai perdonato. Se a Diego ha dedicato tanti murales di gloria, per lui invece solo sdegno e tanto sarcasmo.

Alle 10 di mattina del 26 sono già a Fuorigrotta. Tutto liscio come l'olio: per strada non c'erano medici della peste col becco a bruciare cadaveri da coronavirus, né cecchini in giro a sparare sulle macchine in transito, né controllori ben ligi al dovere ed obbedienti al regime a controllare green pass, comune di residenza e soprattutto motivazione dello spostamento. Ed in ogni caso, se mi avessero fermato, avrei risposto banalmente ed educatamente come avrebbe fatto Diego: «cazzi miei».

Lo stadio di Napoli è meravigliosamente già stracolmo di gente unita nell'abbraccio finale al suo idolo. Un via vai costante di persone che lasciano sulle grate sciarpe, magliette, cimeli, poster, disegni, lettere, ricordi e foto dedicati al campione argentino. Adulti ed anziani, ma anche bambini che non vanno a scuola. Tanto in DaD non fanno un cazzo ed è tempo perso.

Se il mondo intero è in lacrime per Diego, Napoli è disperata e sotto shock. La città è tappezzata ovunque di santini di Maradona, bandiere del Napoli e magliette numero 10, non solo della squadra partenopea ma anche del Boca Juniors e dell'Argentina. Il numero 10 è ovunque.

Tutto il giorno successivo alla sua morte, una folla di persone intraprende un silenzioso e rispettoso pellegrinaggio verso i luoghi simbolo del legame tra il calciatore e la città: non solo lo stadio, ma anche i Quartieri Spagnoli, San Giovanni a Teduccio, il campo Paradiso a Soccavo dove il Napoli si allenava, ora in completo stato di abbandono, e la popolare ed assai folkloristica Spaccanapoli, un fantastico tripudio di sapori, colori, odore di pizza, bancarelle, localini e negozietti di artigianato locale. Qui addirittura esiste un bar, il bar Nilo, che custodisce gelosamente in una teca “il capello miracoloso" del Pibe de Oro, che il proprietario sembra abbia trovato nel sedile dell'aereo dove egli viaggiava per puro caso insieme al fenomeno argentino. Un'idea geniale, degna della più straordinaria creatività ed ingegnosità napoletana.

La verità è che a Napoli Maradona non è mai morto. E' vivo e vegeto, e lo è anche grazie alla street art: sono davvero tanti gli altarini a lui dedicati, disseminati un po' ovunque; per non parlare poi dei murales, uno più bello dell'altro, che consentirebbero addirittura un tour turistico. Strano non ci abbia pensato nessuno ancora. Visito tutti i più importanti, uno ad uno, cominciando dal più grande e maestoso a San Giovanni a Teduccio in Via Taverna del Ferro, realizzato da Jorit Agoch, un artista napoletano di origini olandesi. Jorit, in due facciate gigantesche di due palazzoni popolari adiacenti, ha affiancato esseri divini ed esseri umani, ovvero il volto di Maradona con sguardo fiero e deciso, e quello di uno scugnizzo napoletano. Visto dal basso è davvero impressionante!

Alla base del gigantesco dipinto, una lenta processione di persone accende dei ceri e deposita in silenzio mazzi di fiori, lettere d'addio e fotografie.

Il mural di Maradona più famoso, diverse volte restaurato nel corso degli anni e con una finestra incredibilmente proprio in corrispondenza del suo volto, è però in un palazzo di 6 piani dei Quartieri Spagnoli in Via Emanuele de Deo al numero 60. Fu dipinto nel 1990 da un giovane artista ventitreenne del posto, quando il Napoli vinse il suo secondo scudetto, manco a dirlo grazie soprattutto alle prodezze del fuoriclasse argentino. Oggi è diventato un vero e proprio santuario di devozione al campione di Villa Fiorito.

Non potete immaginare ciò che ho visto lì quel giorno: la calca costante, le persone in lacrime ed in ginocchio in silenziosa preghiera, i ceri accesi, i cori da stadio... Una signora addirittura non più giovanissima, è arrivata fino all'altarino allestito sotto al mural camminando in ginocchio sui sampietrini per qualche centinaio di metri con il rosario in mano. Manco per San Gennaro... Purtroppo non ho potuto filmare la scena perché il telefono si era scaricato.

Vista Vesuvio dai Quartieri Spagnoli

Mural di Maradona in Via Emanuele de Deo

Altri due murales abbastanza conosciuti ed oggetto di visite si trovano nel centro storico non lontano dalla Napoli sotterranea, in Largo Proprio di Arianiello, ed a Soccavo, nel vecchio Centro Sportivo Paradiso, dove El Diez spesso si allenava, ora però in totale stato di abbandono.

Nel primo, Mario Casti ha disegnato Maradona con alle sue spalle il Vesuvio, lo stadio e la città di notte: davvero molto bello ed oltretutto in ottimo stato di conservazione. A Soccavo invece, nel decadente muro perimetrale esterno tappezzato all'inverosimile di foto e vari cimeli del bel tempo che fu, El Pibe de Oro è ritratto seduto sul pallone osservando amorevolmente la figlioletta Dalma mentre gioca con un fiorellino.

Mural di Maradona di Mario Casti in Largo Proprio di Arianiello

Mural di Maradona a Soccavo nell'ex centro sportivo di Via Vicinale Paradiso

È ormai notte e l'ultima tappa della mia intensissima giornata napoletana si chiama Massimo Vignati, ora proprietario e custode della più importante raccolta al mondo di cimeli di Maradona, autentiche chicche e pezzi di storia del Napoli calcio negli anni di Diego. Max ha trasformato una vecchia piccola cantina del padre a Secondigliano, in una galleria di inestimabile valore, tanto storico quanto affettivo. Come ha fatto? Semplice: la sua famiglia ha sempre avuto un rapporto strettissimo col campione argentino, un'amicizia vera, un legame forte e sincero. La sorella era la baby sitter delle sue figlie Dalma e Giannina, la mamma Lucia era cuoca nella sua abitazione durante i sette anni di permanenza sotto al Vesuvio, a tal punto che El Diez considerava Lucia addirittura la sua “mamma napoletana”, ed in ultimo, suo padre Saverio è stato per diversi anni il responsabile dello spogliatoio del Napoli. Massimo è quindi praticamente cresciuto con Maradona vicino.

In quel minuscolo scantinato c'è tanta roba: ad esempio le sue famose scarpette Nike da calcio numero 39, il divano di casa sua, i borsoni da calcio con lo sponsor Mars e Buitoni, tantissime magliette, gagliardetti e palloni. Tante fotografie storiche originali.

Massimo è davvero simpaticissimo ed alla mano. Alla mia domanda su quale fosse l'oggetto a cui è più affezionato, risponde senza esitazione: il famoso k-way celeste e blu del balletto-palleggio. Balletto che? Tutti i napoletani lo conoscono: il 19 aprile del 1989, il Napoli giocava a Monaco di Baviera la semifinale di ritorno di Coppa Uefa (poi vinta a Stoccarda) e Maradona, sotto le note della canzone Life is Life degli Opus, si riscalda a suo modo, a scarpe rigorosamente sciolte, un po' ballando, un po' palleggiando; ne risultò uno spettacolo assoluto poi passato alla storia. Un semplice riscaldamento diventato leggenda!

Massimo mi stupisce davvero per la sua enorme gentilezza e disponibilità, sempre pronto a raccontare aneddoti di Diego e soddisfare ogni curiosità, nonostante sia chiaramente stanco perché la giornata è stata per lui intensissima e molto lunga con un via vai costante di persone, tifosi e giornalisti. Ritrova comunque improvvisamente tutte le energie quando deve sostenere un'intervista con una televisione argentina, perché l'intervistatrice, nonostante la museruola da rottweiler sul viso, è davvero bellissima... e almeno per quanto mi riguarda, farà passare magliette Mars, fotografie, palloni, scarpette ed oggetti vari, decisamente in secondo piano.

Saluto Massimo e vado via. E' già buio pesto. Mi avvio alla macchina per tornare a San Beach, mentre fuori dal Club un gruppo di ragazzi lancia il coro «O mama mama mama, sai perché mi batte il corazon? Ho visto Maradona, ho visto Maradona…». Io Maradona purtroppo non l'ho visto mai dal vivo e me ne dispiace. Però sono entrato nell'incredibile stadio dove lui scrisse la storia del calcio: l'Azteca di Città del Messico.

Stadio Atzeca di Città del Messico, dove Diego fece la storia

A fine agosto del 2019 mi trovavo con Gaby, Leonardo e Maya a Città del Messico, proprio vicino all'Azteca, dove tra l'altro mia moglie ha vissuto quasi un anno della sua vita. La sera è in programma la partita di calcio America-Pachuca, sicuramente un match non di primaria importanza, ma l'occasione per visitare "il colosso di Sant'Orsola" è unica... e non ce la lasciamo scappare.

L'ingresso allo stadio è di quelli che non si dimentica: è davvero mastodontico. Pensate che negli anni '80 e '90 poteva contenere fino a 120.000 persone ed era il terzo più grande del mondo... ora purtroppo esigenze di business hanno ridotto la capienza a poco più di 80.000 posti a sedere: nei vari anelli della parte bassa hanno creato diverse zone VIP, con ristorantini con vetrate sul campo, tettoie, postazioni comode e molto larghe, a mio avviso rovinando di molto l'estetica del complesso. Praticamente hanno abbattuto la capienza di quasi un terzo, sottraendo progressivamente posti standard riservati alle classi popolari e costruendo brutte postazioni per i "Very Important People". Ma andate a cagare va... Una volta gli stadi erano del pueblo, economici e sempre stracolmi, ora ci vanno i manager a cenare sushi in giacca e cravatta... La pelota evidentemente, caro Diego, se mancha siempre mas; proprio quello che tu non volevi.

La partita America – Pachuca in realtà ha poca importanza, sia a livello di classifica che di valori tecnici in campo... ciò che interessa più che altro è il debutto di Guillermo Ochoa, detto “Memo”, il portiere messicano più amato in quanto eroe di tante battaglie ai campionati del mondo, rientrato in patria dopo diverse esperienze in Europa in club di secondo piano; con la sua bella presenza, il suo sguardo concentrato e malinconico, i capelli ricci e voluminosi, è l'idolo delle teen-ager (ed anche di mia moglie per la verità) che urlano sguaiate come galline ogni volta che tocca palla. E' un portiere insuperabile e bizzarro, secondo molti (anche secondo lo stesso Maradona), uno dei più forti del mondo, ma rigorosamente solo ai mondiali di calcio ogni 4 anni, dove fa sempre interventi scenografici ai limiti del surreale che riescono a tener in piedi e trascinare la nazionale messicana almeno fino agli ottavi. Poi scompare misteriosamente e torna nell'oblio dei campionati minori.

Noi quando siamo in Messico per la verità tifiamo Leòn, la squadra della città di Gaby, 4 ore a nord di Città del Messico: oggi però, gli amici che ci accompagnano ci obbligano a cambiar casacca e vestire la maglia gialla de "las Àguilas".

Io, Gaby, Leonardo e Maya all'ingresso dello stadio Azteca di Città del Messico il 27 agosto 2019

Maya, davvero interessatissima alla partita...

In questo enorme stadio è avvenuto un po' di tutto: il gol più incredibile della storia con "la mano de Dios" ed il gol più bello di tutti i tempi, stavolta con "el pie de Dios". Non solo: qui, il 17 giugno 1970 si è giocata anche quella che per carico di emozioni regalate e continui ribaltamenti del risultato, è stata definita universalmente come la partita del secolo: Italia-Germania Ovest, semifinale dei campionati del mondo, che vide la vittoria dei maiali (i tedeschi a noi ci chiamano PIIGS) contro gli ariani con il punteggio di 4 a 3 dopo folli tempi supplementari al cardiopalma. Oggi esiste una targa ricordo di questo match proprio in un muro esterno allo stadio. I tedeschi, se ne facessero una ragione, con noi a calcio perdono sempre. Magari ci spezzano la schiena con spread e fiscal compact, ma poi a calcio perdono (sì, lo so, magra consolazione...). In Messico, un detto popolare dice "lottano come mai, perdono come sempre"...

Targa commemorativa della “Partita del Secolo” allo stadio Azteca di Città del Messico

I nostri posti a sedere sono proprio dietro la porta dove sta parando Memo Ochoa. Non ci posso credere ma è proprio quella la porta del secolo dove tutto è avvenuto... a pochissimi metri da me, il 22 giugno 1986, Diego Armando Maradona diventava il calciatore più forte di tutti i tempi ed il ladro sportivo più scaltro e perdonato della storia. Non solo... Diego diventava Dio.

La porta dove sta parando il leggendario portiere messicano "Memo" Ochoa è la stessa porta dove Diego scrisse la storia

Foto ricordo con Leonardo all'Azteca, con la maglia gialla de "las Àguilas"

22 giugno '86: Argentina-Inghilterra, molto di più di una partita di calcio

22 giugno 1986. Argentina-Inghilterra, quarto di finale del campionato del mondo di calcio, stadio Azteca di Città del Messico. Diego è già considerato un fuoriclasse assoluto, uno dei giocatori più forti di tutti i tempi avendo già vinto, incantato e fatto la differenza in Italia, in Spagna ed in Argentina. Manca la consacrazione mondiale, la partita delle partite, per diventare il più grande di tutti i tempi. E gli dei per consacrarsi scelgono il momento giusto.

Per Maradona, da sempre ideologicamente antimperialista, il momento giusto era proprio il 22 giugno 1986: la sua nazione povera ed affamata appartenente al sud del mondo sfidava l'impero inglese che solo 4 anni prima aveva spezzato la resistenza argentina rioccupando le Isole Malvinas.

Le due nazionali sono oggettivamente fortissime e probabilmente la vincitrice avrà la strada spianata fino alla finale. Ma Argentina-Inghilterra era molto, molto più di una semplice partita di calcio: il triste e sanguinoso ricordo delle Malvinas era ancora vivido nel popolo argentino, le mamme di Buenos Aires ancora piangevano i figli mandati a morire dalla dittatura in quel pugno di scogli in mezzo all'Atlantico... l’odio, l’orgoglio patriottico ed il desiderio di vendetta verso gli inglesi erano forti nei cuori e nelle menti di tutti.

La rivalità in campo tra le due squadre non era dunque soltanto calcistica ma soprattutto politica: un po' come se oggi giocassero USA-Cuba o USA-Venezuela o ancora USA-Iran o USA-Corea del Nord o USA-Cina o USA-Russia o... (a proposito ma come cazzo è che sempre gli Stati Uniti ci stanno... non è per caso che loro soltanto sono in guerra con il mondo intero???).

Tutti gli argentini quel 22 giugno volevano la rivincita; l'Albiceleste sentiva questa pressione ed ovviamente la sentiva anche il condottiero, il capopopolo Diego Armando Maradona. Aveva 22 anni quando la sua gente aveva dovuto abbassare la testa e chinarla di fronte all'imperatrice Margaret Thatcher: lui era ancora di proprietà del Boca Juniors e in partenza per i suoi primi mondiali da protagonista in Spagna, quelli vinti dall'Italia. Poi sarebbe andato al Barcellona.

Ma cos'era successo solo 4 anni prima di quella fatidica partita all'Azteca? Riavvolgiamo il nastro e torniamo un po' indietro nel tempo per capire meglio.

Le Isole Malvinas nel 1810 dichiararono l’indipendenza dalla Spagna e 10 anni dopo divennero territorio argentino. Nonostante ciò, nel 1833 l’Impero Britannico non si sa a quale titolo, dichiarò la propria sovranità sull’intero arcipelago, rinominato in Falkland, occupando anche le isole Georgia e Sandwich Australi. Da quella data in poi sostanzialmente nulla è più cambiato, nonostante quasi tutti i politici argentini nel corso degli anni, abbiano sempre sostenuto, con diversa intensità e motivazioni spesso puramente elettorali, la causa della sovranità sulle Malvinas. Il popolo d'altro canto ha sempre considerato le isole come proprie: murales, cartelli stradali, manifestazioni di piazza lo ricordano ogni giorno. Immaginate se in Italia l'Isola di Capri o di Ponza o di Ventotene fosse di proprietà giapponese...

Il problema enorme tuttavia che rende la disputa davvero complessa, è che dei 3000 abitanti circa di quelle inospitali e fredde isole, pochissimi sono argentini. Quasi tutti sono di origine inglese e scozzese: guidano a sinistra, prendono il tè alle 5 di pomeriggio, parlano inglese e non spagnolo, nelle elezioni politiche votano per l'Inghilterra e non per l'Argentina. Sono inglesi e vogliono rimanere inglesi. Trattasi oggi pertanto di territori che sono geograficamente e storicamente parte di una nazione, ma di proprietà coloniale (usurpata con la forza), ed oramai anche culturale, di un altro stato lontanissimo, addirittura di un altro continente.

Quella delle Isole Falkland, è dunque essenzialmente una triste vicenda di colonialismo irrisolto, sostanzialmente un disastro politico, prima, durante, e dopo. La disputa territoriale andava chiaramente risolta una volta per tutte nel 1833; dopo sarebbe diventato tutto terribilmente più difficile. E così è stato. L'unica cosa certa è che il popolo, come al solito in ogni guerra, ne è uscito con le ossa rotte, in quanto doppiamente vittima, tanto degli imperialisti inglesi, quanto della giunta militare del fascista Gualtieri.

Fu per l'appunto la giunta militare di Gualtieri, che a quel tempo governava un'Argentina in grave difficoltà ed in piena crisi economica, che decise di cavalcare le spinte nazionaliste ed irredentiste nel paese invadendo nell'aprile del 1982 le Isole Falkland: la mossa era essenzialmente finalizzata ad aumentare i consensi, riacquistare un po' di fiducia nel popolo, metter a freno il clima di malcontento popolare diffuso e contestazione crescente, distogliere l'attenzione dal dramma dei desaparecidos e dei voli della morte nascondendo le nefandezze, i crimini e gli orrori di un regime sempre più sanguinario, appoggiato manco a dirlo dalla Chiesa cattolica, dagli USA di Kissinger e dalla loggia massonica P2 di Licio Gelli.

Gualtieri crede e spera che quel diavolo della Thatcher, data la lontananza, ci metta una pietra su ed accetti la perdita dell'arcipelago, così inutile per l'Inghilterra. Effettivamente quelle isole sono poco più che scogli in mezzo all'Atlantico a circa 450 km dalla terraferma... un po' di erbetta e capre che brucano, null'altro... ma l'Inghilterra non può permettersi in nessun modo di perderle perché la posta in gioco è molto, molto più grande: è in ballo la credibilità internazionale di una potenza economica e militare in decadenza che dalla ritirata di Suez del 1956 non ha fatto altro che prender batoste nel mondo. La Lady di ferro vuole riacquistare prestigio e peso politico facendo tornare l'Inghilterra un simbolo della potenza imperiale europea. La scusa per una guerra sanguinaria c'è ed è semplicissima; il mondo come sempre, capirà: occorre garantire la sicurezza e l'autodeterminazione degli abitanti inglesi delle isole e contrastare l'avanzata di una barbara dittatura fascista (paradossalmente messa su e sostenuta dagli stessi alleati americani).

Failure is not an opcion. Oltretutto, Washington osserva (ed aiuta): è indispensabile impedire un pericoloso precedente “sovranista” in Sud America, da sempre cortile e bordello USA.

E così, con un dispiegamento militare spropositato, tra navi da guerra, aerei, sottomarini nucleari, truppe di terra ed il solito appoggio a stelle e strisce, la Thatcher in poco più di 2 mesi riconquista le isole, proprio in corrispondenza dell'inizio dei primi mondiali del Pibe de Oro. Il confronto di forze in campo era assolutamente sbilanciato e ne risultò una strage dove morirono quasi 1000 persone.

Una ferita indelebile nella memoria argentina, uno dei tanti fallimenti dell'ONU e dell'Europa che non seppero far altro che proporre sanzioni economiche ed embarghi allo stato sudamericano (un po' come oggi alla Russia...), con l'unico ovvio effetto di danneggiare ed impoverire ulteriormente solo le classi popolari argentine.

Prigionieri argentini sfilano a Port Stanley dopo la capitolazione

La disfatta militare pose fine all'orribile regime di Guartieri; la rabbia ed l'odio del popolo argentino nei confronti dell'imperialismo inglese invece crebbero ogni giorno sempre più. Dall'altro lato, la rapida e macroscopica vittoria diede un'enorme forza politica alla Lady di ferro permettendogli di recuperare la popolarità perduta: nelle elezioni politiche dell'anno successivo, ottenne una maggioranza schiacciante e tale strapotere parlamentare gli permise di imporre in patria, con inaudita forza e senza alcuna possibilità di discussione, la propria visione capitalista e neoliberista della società e dell'economia e di esportarla in tutto il mondo insieme all'alleato storico d'oltreoceano Ronald Reagan.

"There Is No Alternative" (spesso contratto nell'acronimo TINA) era lo slogan usato dal Primo Ministro per rimarcare e rafforzare la sua linea di pensiero che considerava il neoliberismo della scuola di Chicago la sola ideologia politico economica possibile e realmente perseguibile per lo sviluppo di una società moderna. Ve lo dico io, quessa stava fuori di capoccia come 'na campana...

Fatto sta, che da quegli anni in poi le strampalate e criminali teorie di Milton Friedman non ebbero più alcun ostacolo e ben presto divennero il dogma assoluto a cui anche l'intera sinistra mondiale si uniformò. Si può dire, senza esagerare, che la vittoria inglese delle Falkland spianò la strada al neoliberismo in Europa e nel mondo, alla caduta dell'Unione Sovietica e del Muro di Berlino.

Ma la vendetta stava per arrivare, perché quella sciroccata neoliberista della Thatcher non aveva fatto i conti col Dio del calcio. Alla rapina delle Malvinas del 1833, El Pibe de Oro rispose col il furto sportivo del secolo: Maradona si vendicò, alzando al cielo il pugno chiuso sinistro di Dio, urlando a squarciagola al mondo la netta superiorità morale, etica, culturale, ambientale e sociale del modello socialista.

La mano de Dios: il furto del secolo

La semifinale Argentina-Inghilterra del 1986 era dunque indubbiamente una delle partite più importanti di tutti i tempi, sportivamente e politicamente parlando. Il sud del mondo contro l'impero inglese. Tutti i reduci de las Malvinas, tutti i mutilati di guerra, tutti i genitori dei figli morti in battaglia, quel giorno accesero la televisione tremanti e con le lacrime agli occhi. Quella partita rappresentava il riscatto e la vendetta dopo 4 anni di sofferenze ed atroci ricordi. Gli inglesi dovevano essere annientati. There Is No Alternative. Failure is not an option.

Grande tensione negli spalti ed in campo, l'aria sottile di Città del Messico si taglia con un coltello. Le squadre sono contratte, cortissime in campo; c'è tanto agonismo con interventi assai duri. La partita può esser sboccata solo da un colpo di genio.

Sesto minuto del secondo tempo, il risultato non si sblocca. Ancora zero a zero. Maradona prende palla, uno slalom funambolico, come al solito imprendibile... arriva al limite dell'area. Il mondo trattiene il respiro. Chiede ed ottiene il triangolo, tutto a velocità supersonica. Il difensore inglese, Steve Hodge in modo maldestro, alza erroneamente un pallone a campanile all'interno dell'area di rigore. Piedi di legno non lo sa, ma il suo sarà l'assist del secolo.

Il pallone cade dal cielo. Peter Shilton, un omone di 184 cm, tenta di arrivare al pallone col pugno destro. Maradona sa benissimo di non poterci arrivare: non ha alcuna chance di segnare di testa essendo ben 20 centimetri più basso del portiere. Ma el Pibe de Oro è un genio ed i geni si riconoscono perché fuoriescono dagli schemi oltrepassando il limite che a tutti sembra insormontabile, per trasformarlo in grande opportunità: e così si inventa il furto sportivo del secolo.

In quel preciso momento, una nuvola si apre in cielo, un raggio di luce illumina il campo e Dio scende in terra a Città del Messico, regalando a Diego quella decina di centimetri necessari ed indispensabili per superare in modo impercettibile il portiere inglese. E' il Dio di tutti gli oppressi del mondo, il Dio del meridione, dei reduci di guerra delle Malvinas e di tutte le mamme che piangevano i propri figli caduti in battaglia.

Peter Shilton salta col pugno destro. Diego salta ad occhi chiusi alzando furbescamente il pugno sinistro vicino alla testa. E lo scontro tra le due figure diventa una delle foto del secolo. Una foto che oltrepassa i confini dello sport per diventare icona. Quell'immagine rappresenta Golia contro Davide, il Nord oppressore contro il Sud oppresso, l'inglese borghese del Royal District londinese contro l'indio poco acculturato figlio di immigrati venuto da una favela di Buenos Aires. Di più: quell'immagine rappresenta per me lo scontro tra la potenza delle elite e la genialità del popolo, tra l'arroganza dell'imperialismo e l'intelligenza morale del socialismo.

La foto leggendaria de "La mano de Dios"

Il pugno di Maradona in quel preciso momento, rappresenta tutto, rappresenta tutti, rappresenta la lotta di classe, la lotta di liberazione dal colonialismo. E' la storia. E' il sogno di riconquista delle Falkland e la vendetta per le svariate centinaia di ragazzi argentini morti in quella stupida guerra. In quel pugno bagnato alzato al cielo ci sono fiumi e fiumi di lacrime di mamme.

La mano sinistra divina e socialista supera di pochissimo la mano destra neoliberista ed imperialista ed inganna tutti. Diego riesce a deviare il pallone il quale finisce lentamente in rete. L'arbitro tunisino Ali Bin Nasser ed il guardalinee non sono vicinissimi all'azione e non si accorgono del fallo di mano: il goal è incredibilmente convalidato ed a poco servono le vibranti proteste inglesi. Il mondo si accorgerà del grandissimo errore arbitrale solo con i replays successivi. Ma il VAR, fortunatamente a quel tempo non esisteva.

«El gol fue con la mano, lo grito con el alma...», dirà il grande radiocronista della Nazionale Albiceleste Victor Hugo Morales, che pochi minuti dopo regalerà al mondo la telecronaca più bella della storia del calcio.

La presa per il culo agli inglesi da parte del Diez continuò poi nella conferenza stampa successiva nella quale egli rilasciò una fantasmagorica dichiarazione che sarebbe passata alla storia. Come tantissime altre d'altronde: sarà stato pure un umile e poco acculturato “indio di favela” come hanno scritto, ma quando parlava, Maradona incantava esattamente come faceva con i piedi... sempre originale ed estroso, sempre stravagante e genuino, nulla a che vedere con la fiera delle banalità a cui assistiamo ogni qual volta ascoltiamo un intervista ad un calciatore.

Il campione argentino dichiarò nel post-partita con meravigliosa naturalezza e incantevole strafottenza che il gol era stato siglato «un poco con la cabeza de Maradona y otro poco con la mano de Dios». Del tipo, è stata la giustizia divina a farmi segnare. Che dire... solo un genio può rilasciare in mondovisione una dichiarazione simile! E così nacque il mito de "la mano de Dios”.

Quel gol è stato un furto divino per rimediare ad un furto terreno ancor più grande avvenuto 153 anni prima. Più che un goal, è stato un meraviglioso atto politico, forse il più grande della storia dello sport. E non poteva che venire da Diego.

Argentina 1 – Inghilterra 0. Palla al centro.

El pie de dios: il gol del secolo

Maradona è in piena trance agonistica ed in quel momento, calcisticamente poteva fare qualsiasi cosa. Solo 5 minuti dopo il più grande furto sportivo del secolo, Diego realizza il goal più bello di tutti i tempi: è un sondaggio della FIFA a certificarlo se mai ce ne fosse stato un reale bisogno, dando in ogni caso ragione a quanto suggerito da Victor Hugo Morales nella telecronaca.

Non c'è storia: il gesto tecnico è irreale per tecnica e tattica, eleganza, velocità e resistenza fisica; assolutamente pazzesco, in un momento pazzesco, nella madre di tutte le partite.

Se “la mano de Dios” è stata la protagonista indiscussa della prima rete, l’artefice del fantasmagorico raddoppio è il suo "pie de Dios", rigorosamente anch'esso sinistro: dopo aver ricevuto palla nella sua metà campo da Héctor Enrique, Maradona con tre tocchi ed una magica piroetta, in un colpo solo si libera della marcatura di due inglesi e parte sparato a velocità supersonica verso il lontanissimo Peter Shilton; palla incollata al piede ed il mondo che trattiene il fiato, con gli inglesi impotenti saltati uno ad uno come birilli. Uno scatto pazzesco di quasi 70 metri in soli 10 secondi ed 12 divini tocchi in totale per chiudere definitivamente un match calcistico difficilissimo, completare la vendetta politica del popolo argentino e diventare il giocatore di calcio più forte di tutti i tempi.

Telespettatori allibiti e sbalorditi, tutti consapevoli di aver visto qualcosa di unico ed irripetibile. Da vedere e rivedere, ma affidandosi ad un altro capolavoro nel capolavoro, la telecronaca di Victor Hugo Morales: il miglior commento calcistico di tutti i tempi per il miglior goal di tutti i tempi. Un'autentica preghiera al calcio per il calcio, da ascoltare e riascoltare, nella quale tra l'altro, incredibilmente Victor prevede che tale goal sarà decretato il più bello della storia.

Per chi non mastica lo spagnolo, ecco la mia traduzione italiana. «La tocca per Diego, ecco, ce l’ha Maradona. Lo marcano in due, tocca la palla Maradona, avanza sulla destra il genio del calcio mondiale. Supera il terzo e può passarla a Burruchaga... sempre Maradona... genio, genio, genio... ta-ta-ta-ta-ta-ta… goooooooooool… goooooooooool... voglio piangere... Dio Santo, viva il calcio... golaaaaaazooo... Diegooooooool... Maradona... c’è da piangere, scusatemi... Maradona in una corsa memorabile, la giocata migliore di tutti i tempi... aquilone cosmico... Da che pianeta sei venuto? Per lasciare lungo la strada così tanti inglesi, affinché il Paese sia un pugno chiuso che esulta per l’Argentina... Argentina 2 - Inghilterra 0... Diegol, Diegol, Diego Armando Maradona… Grazie Dio, per il calcio, per Maradona, per queste lacrime, per questo Argentina 2 - Inghilterra 0»

Diego è riuscito a far tutto in una partita, e non in una partita qualsiasi ma in quella più importante per il suo popolo: il furto sportivo del secolo ed il goal del secolo nella partita del secolo per l'Albiceleste, con la foto calcistica del secolo diventata icona, la frase post partita del secolo ed infine la telecronaca del secolo con quel meraviglioso "puño apretado gritando por Argentina”. Ecco perché Diego è, e rimarrà sempre il più grande di tutti.

Gli dei oramai erano tutti con lui. Pochi giorni dopo egli riuscirà finalmente a coronare il suo sogno di bambino, "Jugar y ganar un mundial": il 29 giugno 1986 l'Argentina vince il mondiale battendo la Germania Ovest in finale. Maradona allo stadio Azteca può alzare al cielo da capitano la coppa del mondo. Da un barrio malfamato di Buenos Aires quando giocava con la squadra delle “cebollitas”, all'Olimpo del calcio. Diego è l'apice della sua carriera.

A sx: Maradona nel 1973 con la maglia delle "Cebollitas"; a dx: Maradona vince da capitano dell'Argentina la Coppa del Mondo nel 1986

Diego e Rodrigo Alejandro Bueno (el Potro)

Quando penso a Maradona, comincio sempre a canticchiare una fantastica canzone, bellissima, coinvolgente, ritmata, ballerina ma anche poetica e struggente. In Italia, tranne che ovviamente a Napoli, si conosce poco. E' famosissima invece in Centro e Sud America: in ogni festa anche se solo familiare, sagra, occasione di incontro, discoteca o sala da ballo, ad un certo punto parte questo brano e tutti si scatenano... e non poteva mancar nemmeno al mio matrimonio in Messico nella splendida cittadina coloniale di Guanjuato! Ricordo che si alzarono in piedi pure le vecchiette ad urlare Maradò, Maradò! La canzone è indubbiamente la più bella ed emozionante tra le tante dedicate al Pibe de Oro; è un vero e proprio inno alla vita del calciatore più forte del mondo. Si chiama, manco a dirlo, "La mano de Dios" e l'autore è Rodrigo Alejandro Bueno detto "El Potro", anche lui argentino, di Cordoba.

Incredibile la sua storia. Carriera fulminante e voce bellissima, esuberante nei modi e nell'abbigliamento, grande carisma e carattere. Un animale assoluto da palcoscenico, anche lui baciato dal talento e dalla dannazione. In vetta a tutte le classifiche sudamericane, concerti ovunque, amato ed idolatrato in patria quasi come El Diez. Purtroppo anche lui affogava la paura e la solitudine dei numeri primi nell'alcool e nell'ingannevole sollievo esistenziale della dama bianca. Genio e sregolatezza come Diego. Come Diego frequentazioni border line, pericolose, che forse, chissà, sono anche entrate nella sua morte. I due, non potevano non trovarsi. Entrambi in vetta, entrambi amati ed adorati come divinità ma probabilmente soli e disperati come solo gli dei si possono sentire. Non poteva che essere lui dunque a scrivere e cantare "La mano de Dios". Da ascoltare e riascoltare, ballare e scatenarsi in pista.

Ecco il testo:

En una villa nació, fue deseo de Dios, crecer y sobrevivir a la humilde expresión,
enfrentar la adversidad con afán de ganarse a cada paso la vida.
En un potrero forjó una zurda inmortal, con experiencia sedienta ambición de llegar.
De cebollita soñaba jugar un Mundíal y consagrarse en Primera,
tal vez jugando pudiera a su familia ayudar. Grande Diego!

RIT: A poco que debutó "Maradó, Maradó", la 12 fue quien coreó "Maradó, Maradó".
Su sueño tenía una estrella llena de gol y gambetas
y todo el pueblo cantó: "Maradó, Maradó", nació la mano de Dios,"Maradó, Maradó"
Sembró alegría en el pueblo, regó de gloria este suelo.

Carga una cruz en los hombros por ser el mejor,
por no venderse jamás al poder enfrentó.
Curiosa debilidad, si Jesús tropezó, por qué él no habría de hacerlo.
La fama le presentó una blanca mujer de misterioso sabor y prohibido placer,
que lo hizo adicto al deseo de usarla otra vez involucrando su vida.
Y es un partido que un día el Diego está por ganar.

Olé, olé, olé, olé, Diego, Diego

I due erano molto amici, come mostra bene il video sottostante, un bellissimo incontro a Cuba in cui El Potro canta davanti a Maradona con l'atmosfera che progressivamente si scalda sempre più, fino a che anche Diego si alza in piedi e comincia a ballare tra i fazzoletti bianchi che ruotano.

Ma la tragedia era imminente: El Potro, il 24 giugno del 2000, alle 3 di mattina, probabilmente drogato ed imbenzinato di alcool, viene sbalzato fuori dall'abitacolo in un incidente autostradale e muore sul colpo. Un paese in lacrime e sotto choc, esattamente come accadrà 20 anni dopo il 25 novembre 2020 con Diego. Rodrigo Alejandro Bueno entra a far parte dell'esclusivo club dei grandissimi, il club dei 27, ovvero dei cantanti morti tragicamente proprio nel pieno della carriera e della fama, a soli miseri 27 anni: Jim Morrison, kurt Cobain, Amy Winehouse, Janis Joplin, Jimi Hendrix.

Casualmente, inconsciamente o volutamente... chi lo sa... forse perché «it’s better to burn out than to fade away» (è meglio bruciare che spegnersi lentamente), come scrisse Kurt Kobain nella sua struggente lettera d'addio al mondo.

Amo Maradona perché...

Sono profondamente affascinato dalle persone che fuoriescono dagli schemi, che hanno forti ideali e sono disposte a perder tutto in loro nome. Amo la genialità. Amo le persone diverse che hanno una sensibilità particolare. Amo la bontà d'animo e l'umiltà, entrambe caratteristiche spiccate di Diego che tutti quelli che lo hanno conosciuto gli attribuiscono e che indubbiamente risaltano e colpiscono ancor di più in un uomo di quella fama. Amo chi va coraggiosamente controcorrente, chi sfida i potenti, chi si espone contro tutto e tutti a costo della pubblica derisione, chi va al di là dell'ovvio e della banalità. Chi lotta ed ha le palle. Chi ha l'anima che ribolle. Chi prende le difese degli ultimi e non dei primi. Per questo amo Diego Armando Maradona.

Al contrario non sopporto la cattiveria d'animo, il compromesso e la prostituzione ideologica per tornaconto personale (dunque non sopporto quasi tutti i giornalisti), il conformismo e l'omologazione, soprattutto nel pensiero. Non sopporto i robot e gli apologeti della perfezione teleguidata.

Amo la sua poca, anzi nulla diplomazia ed il suo continuo sconfinamento nella politica. Un po' quello che faccio io tutti i giorni, anche in questo blog. Amo chi dice ciò che pensa senza peli sulla lingua e non sopporto chi usa i toni "a modino", i perbenisti, i sepolcri imbiancati. Amo follemente la scorrettezza politica di Diego. Diego era indubbiamente il campione mondiale del politicamente scorretto: non si limitava a criticare la corruzione o le politiche imperialiste USA. No, lui faceva sempre nomi e cognomi. Definiva Havelange, Blatter, Matarrese, Platinì i mafiosi del calcio e lo faceva dinnanzi alle telecamere. Chiamava in mondovisione George W. Bush assassino, immondizia umana e criminale di guerra, indossando magliette che lo ritraevano offendendolo pesantemente. Famosa la sua frase «odio con tutte le mie forze tutto ciò che viene dagli USA». Addirittura consigliò al Papa, chiamandolo prima "amigo", e poi sicuramente esagerando "hijo de puta", di vendere l'oro della Chiesa per aiutare i bambini poveri...

Fantastico poi il suo discorso nel 2000 a Roma in occasione del premio “FIFA player of the century”, che la Federazione Internazionale decise di indire via web mediante referendum. Non votano burocrati, tecnici o sedicenti esperti, ma il popolo, dunque a vincere non è Pelè, come in alto si aspettano e desiderano, ma Diego Armando Maradona. La FIFA provò a cambiare in tutti i modi l'esito di quella premiazione senza però riuscirci. L'unica cosa che poterono fare è ridimensionare il premio rinominandolo da “calciatore più forte della storia” in “calciatore del secolo secondo internet”. Bene, che cosa fa Diego? Saluta in modo freddo Blatter ringraziando la FIFA per aver rispettato il voto popolare, prende il microfono e dedica la vittoria, oltreché ai suoi cari ed all'amata Claudia, anche alla grande Cuba, all'amico Fidel Castro ed a Che Guevara, che lui definisce davanti a tutti il più grande argentino di tutti i tempi. Il pubblico applaude molto timidamente ma l'imbarazzo di tutti i presenti è evidentissimo.

Maradona era anticonformismo puro. Oggi, me lo sento, se fosse ancora vivo, si sarebbe messo a capo dei movimenti No vax di tutto il mondo insieme a Novak Djokovic e magari col suo carisma ed forte ascendente sul popolo, avrebbe salvato qualche migliaio di anime da quel veleno genico che così tante vittime di “non correlazione” sta mietendo in tutto il mondo.

Diego in ogni caso, non era un'idiota: sapeva bene quanto gli costavano in termini economici e di carriera tutte le accuse ai potenti di turno filoamericani. Sapeva che poteva passare all'incasso guadagnando molto di più ammorbidendo le sue posizioni ed allineandosi al sistema, ma non l'ha mai fatto, pagando sempre un prezzo molto alto. A volte, come ad USA '94 rinunciò ad una montagna di denaro pur di rimanere coerente con i propri ideali: gli avevano offerto 100 milioni di dollari per esser il testimonial del mondiale, ma lui avrebbe dovuto prendere la cittadinanza americana. Ovviamente Diego rifiutò. Sta tutta qui, in questo clamoroso schiaffo alla prepotenza del denaro, la sua vera grandezza. I multimiliardari Messi e Cristiano Ronaldo al posto suo avrebbero preso la cittadinanza pure su Marte, Giove o Saturno.

Istintivo, irriverente, politicamente scorretto, ribelle e patriota. Polarizzante, indomabile, a tratti ingestibile. Maradona era un irregolare, uno scorretto del sistema, un Muhammed Alì del calcio. Una scheggia impazzita. Purtroppo, come quasi tutti i geni, autolesionista e con una tendenza innata verso l'autodistruzione. Un'anima in pena, un Roberto Palpacelli del calcio, una di quelle esistenze baciate dal dono di un talento esagerato che però non riesce a lenire minimamente il mal di vivere: più vinceva, saliva in alto e crescevano l’amore e l’ammirazione delle persone, più forti erano le esigenze autodistruttive, forse per un bisogno inconscio di passare dalla dimensione sovrannaturale che tutti gli attribuivano a quella reale di uomo fragile, indifeso e con una limitata cultura qual'era. Non poteva che esser mancino di piede, come il Palpa non poteva che esser mancino di braccio.

Le tante versioni di Diego Armando Maradona; la mia preferita? L'ultima a destra of course!

Sì, lo so... lo so... Indubbiamente non è stato un santo... La cocaina mandò praticamente a puttane il suo rapporto prima con il Barcellona, e poi con il Napoli, non aiutando sicuramente a ricucire i già tesi rapporti con Ferlaino, rapporti che erano precipitati quando il presidente del Napoli non rispettò la promessa di lasciarlo libero a Coppa Uefa e scudetti vinti: sì, la piazza l'avrebbe linciato, è vero, ma lui aveva fatto una promessa e non l'aveva rispettata. E per Diego le promesse erano patti di sangue.

E poi le frequentazioni di camorra, indubbiamente in buona fede perché lui era buono ed ingenuo ed andava con tutti (e tutte), la foto nella vasca dei Giuliano, le tante donne ed i figli non riconosciuti sparsi per mezzo mondo... una vita semplicemente scellerata a base di eccessi, tanto prima quanto dopo l'addio al calcio giocato... sì, va bene, tutto quello che volete.

Il punto è che si fa un errore di fondo piuttosto grossolano: si giudicano le debolezze di un genio ma da una posizione nettamente inferiore. Il genio sfugge a qualsivoglia tentativo di comprensione, non si può minimamente capire, va amato e basta senza se e senza ma.

Come si può giudicare chi è più in alto di tutti se non si può vedere ciò che lui sta vedendo? Se non si può provare ciò che lui sta provando in vetta? Magari si sente solo come un cane... Come si può giudicare un uomo fragile ma con un'immagine da mantenere di sportivo invincibile?

No, non si può giudicare un Van Gogh, un Caravaggio o un Roger Federer. Né un Roberto Palpacelli. Si può solo rimanere in silenzio ad ammirare estasiati i loro capolavori. Non si può capire chi è arrivato in altissimo, più in alto di tutti perché non sappiamo come ci si sente lassù. Probabilmente soli, terrorizzati, consapevoli di essere unici e totalmente diversi dagli altri. E difatti Diego stesso ammise che quando era ai vertici del mondo, si sentiva l'uomo più solo della terra. Il mal di vivere è una caratteristica intrinseca dei geni e spesso non c'è l'una senza l'altra.

Ricordo dopo la sua morte tutti i giornalisti piccolo borghesi del mainstream che si sono scatenati negli insulti, considerandolo sì un grandissimo calciatore ma anche un pessimo esempio: nessun rispetto per lui e per l'immensità del suo personaggio, nessun rispetto neppure per la morte. Non possono capire, la loro mente è troppo limitata dal perbenismo e dal conformismo: sono persone normali, normalmente allineate al sistema per trarre da questo il massimo vantaggio professionale.

Hanno detto e scritto di tutto su di lui: gli hanno dato del pusher, del cocainomane, dell'evasore fiscale, del puttaniere... l'hanno chiamato indio e "cervello strappato alle favelas"... parole velenose dettate essenzialmente dal loro bisogno di attaccare e distruggere per sentirsi realizzati, dall'invidia e dal solito tentativo di screditare ed umiliare il differente pensiero.

Non ci possono passare proprio e rosicano: Diego era diverso da Platinì e Pelè, da Ronaldo e Messi. Era un rivoluzionario, un capopopolo, il più forte che ha scelto di stare con la carta sporca, col sud, con il meridione. Con Fidel Castro ed Ugo Chavez anziché con Ronald Reagan e George Bush. Ha scritto la storia e l'ha fatto a Napoli, la città che sta sul cazzo a tutti i radical chic dei Parioli o di Via Montenapoleone. E' stato argentino e napoletano, non americano e juventino oppure tedesco e milanista. Un povero diventato ricco esclusivamente per meriti suoi che ha scelto di ripudiare la causa dell'impero e sposare quella degli ultimi. Ecco perché è così amato dal popolo ed allo stesso tempo odiato dalle elite.

E questo li fa proprio impazzire. Mina tutte le loro certezze, destabilizza la loro psiche col freno a mano tirato perché mette a nudo tutta la loro sconvolgente mediocrità intellettuale.

Maradona, un leader socialista

E poi amo Maradona perché è stato un grandissimo leader sovranista e socialista, senza se e senza ma, vicinissimo a tutti i grandi politici dell'America Latina non allineati ai diktat dello zio Sam.

Diego non si è mai scordato dove è nato e cresciuto, nel fango di Villa Fiorito con case senza energia elettrica ed il tetto di lamiera; per questo appoggiava ogni movimento e personaggio pubblico che dimostrasse di lottare per gli ultimi e l'autodeterminazione dei popoli. Si è sempre schierato contro l'ideologia neoliberista e l'aggressione imperialista, non solo militare, ma anche economica e culturale.

Ecco, per l'appunto i due veri grandi nemici del fenomeno argentino si chiamavano imperialismo e neoliberismo: l'aveva capito lui, ragazzo umile e poco colto di un barrio malfamato di Buenos Aires, non lo capiscono invece gli italici colti sinistrorsi radical chic con diverse lauree e master dei vari PD, Potere al Popolo, Rifondazione, Sinistra Italiana e via dicendo, che vanno alla Festa dell'Unità, green pass rigorosamente in bella mostra, cantando Bella Ciao col le bandiere dell'Europa, della Nato, della Pace e dell'Ucraina, facendo rivoltare i partigiani sulla tomba.

Diego ha sostenuto la Kirchner nel suo paese e Daniel Ortega in Nicaragua, il quale lo ha insignito dell'Ordine Sandinista, è stato amico dell'ex presidente della Bolivia Evo Morales e dell'ex presidente dell'Uruguay Pepe Mujica. Ha sempre appoggiato la causa palestinese ed è stato anche addirittura vicinissimo a diventare allenatore di quella nazionale.

Ma soprattutto, Diego aveva una grande, profonda e sincera amicizia, coltivata negli anni, alimentata e sempre rinforzata in ogni occasione possibile, con i due veri ed indiscussi giganti del socialismo bolivariano: Fidel Castro ed Ugo Chavez. Più volte nel corso della sua vita giurò fedeltà estrema ai due condottieri, dichiarandosi “un loro soldato”, disposto a morire per la loro causa ed il loro popolo. I 3 costituiranno spesso un terzetto, un favoloso triumvirato socialista, a tratti magico e mistico, quasi divino: il padre (Castro), il figlio (Maradona) e lo spirito santo (Chavez).

L'incontro a L'Havana nel 2011 del triumvirato Fidel-Ugo-Diego; Foto Estudios Revoluciòn

L'ammirazione per la rivoluzione cubana ed in particolare per i suoi due eroici leader Fidel Castro ed Ernesto Che Guevara, era incondizionata ed è stata una costante di tutta la vita di Diego. Aveva tatuati i loro iconici ritratti rispettivamente nel polpaccio sinistro e nella spalla destra, per averli sempre dietro con lui. Sono convinto che se li avesse conosciuti il 25 novembre del 1956 nel porto messicano di Texpan pronti a salpare per dar avvio alla rivoluzione, si sarebbe imbarcato nel Granma con loro, per poi andar a combattere sulla sierra unendosi ai campesinos.

In un'intervista disse «Per me, il Comandante en Jefe è Dio. Il più grande della storia. Un monumento grande come il mondo». Alla morte del Lider maximo, confessò al mondo che stava provando il dolore più grande della sua vita dopo la scomparsa dei genitori. Fidel per Diego, come d'altronde per tutti i leader socialisti bolivariani del Centro e Sud America, era molto più che un amico: era un essere mitologico, una guida spirituale quasi extraterrestre, così affascinante per cultura ed esperienze vissute; era il modello e l'esempio da seguire, il padre di tutti i rivoluzionari, il primo a sfidare l'impero e vincere, anche purtroppo a costo di grandi sofferenze per il suo popolo. E così anche per Diego, Fidel diventò ben presto un secondo padre.

I due si sono conosciuti per la prima volta nel 1987, con l'argentino neo campione del mondo, dunque al massimo della popolarità; el Diez, come d'altronde tutti quelli che hanno avuto il privilegio di conoscere il Comandante, rimase letteralmente stregato e folgorato da Fidel per il carisma, la passione, il coraggio e la sua estrema determinazione ed abnegazione alla causa.

E' lui stesso a raccontarlo in questo spezzone del famoso e bellissimo documentario del grande regista bosniaco Emir Kusturica. Tra l'altro, nei secondi da 0:10 a 0:18, Maradona riesce a riassumere con estrema arguzia ed intelligenza, gran classe ed incredibile capacità di sintesi, tutto il mio pensiero antimperialista. Cazzo, ho scritto fiumi e fiumi di inchiostro in questo blog per esprimere lo stesso concetto! Addirittura un libro... e bastava questo video! Diego sei davvero il numero uno.

Maradona, soprattutto dopo il suo ritiro dal calcio giocato, divenne il portavoce mondiale degli ideali rivoluzionari antimperialisti di Fidel Castro. La continuità del rapporto tra i due è stata un unicum assoluto nella vita del Lider maximo, praticamente quasi inavvicinabile nel suo palazzo presidenziale di L'Havana per via dei frequenti tentativi di eliminarlo. Forse a nessun altro al mondo è stato concesso questo privilegio. Diego lo andrà spesso a trovare, in alcune occasioni anche per disintossicarsi dalla coca nelle cliniche che il comandante gli metteva a disposizione, e quando erano distanti, i due rimanevano sempre in contatto scrivendosi lettere, alcune delle quali sono state pubblicate. In una delle ultime, il 16 gennaio 2015, Maradona scriveva queste bellissime e commoventi parole: «Fidel, se ho imparato qualcosa da te lungo questi anni di sincera e bella amicizia è che la lealtà non ha prezzo, che un amico vale di più di tutto l’oro del mondo e che le idee non si negoziano».

I rapporti tra i due giunsero all'apice forse nel 2005 quando a Diego venne concesso l'onore di intervistare il Comandante per il programma argentino "La noche del 10". Un'intervista strepitosa, lunga, ma per chi mastica un poco di spagnolo, vi assicuro che vale davvero la pena e vola in un attimo; oltretutto ci sono diversi spezzoni di filmati d'epoca, discorsi pubblici di Castro, proclami di Che Guevara a Radio Rebelde, l'ingresso trionfale dei due a L'Havana a seguito della vittoria su Batista, l'abbraccio tra Che Guevara ed i suoi genitori che vengono a trovarlo a Cuba dopo il successo della rivoluzione...

Per me questo video è un vero tuffo al cuore: due fenomeni assoluti, ognuno nel proprio campo, che conversano amabilmente fra loro, scherzando ed allo stesso tempo disquisendo sui massimi sistemi.

Diego tra l'altro da intervistatore da una immensa lezione a tutti i sicari del giornalismo nostrano, non interrompendo mai l'intervistato. Immagino una trasmissione del genere fatta in Italia, in programmi tipo Presa Diretta o Report o le Iene... pezzi tagliati nei punti salienti e montati male, frasi decontestualizzate, intervistato con due palle grosse come una casa e conoscenze enciclopediche che viene deriso ed umiliato con frasi ad effetto preparate in precedenza da un giornalista che ha una cultura di una scimmia ed un cervello di una gallina, banalizzazioni e semplificazioni continue per deviare il discorso, sorrisini strategici e musichetta di sottofondo ben studiata, inquadramenti di telecamera particolari... insomma, tutte tecniche (a me) ben note. Chi le conosce le evita, spegne la TV ed accende il cervello.

Ma Maradona non è Fabio Fazio, Bruno Vespa, Giovanni Floris o Enrico Mentana: l'anima al diavolo e la dignità non l'ha venduta come questi biechi servi del potere per 4 soldi. L'intervistato può parlare. E come suo solito, va a ruota libera. 36 minuti strepitosi di pura passione, amicizia, cultura, socialismo e storia. Tanti gli argomenti trattati.

Il comandante parla inizialmente dei numerosissimi tentativi di ucciderlo da parte dei servizi segreti americani e di varie organizzazioni terroristiche anticastriste finanziate direttamente o indirettamente dagli USA di Kissinger, ricordando ad esempio il terrorista cubano ed ex agente segreto della CIA, Luis Posada Carriles, autore nel 1976 dell'attentato esplosivo all'aereo della Cubana de Aviacion dove morirono 73 persone, da lui premeditato nei minimi dettagli e realizzato con dimostrate connivenze degli Stati Uniti. Ora vive indisturbato a Miami.

Gli USA dunque proteggono nel loro suolo terroristi assassini, ma al tempo stesso costringono a vivere in qualche ambasciata, recluso come un topo, un Giornalista (con la G volutamente maiuscola per distinguerlo dal resto dei pennivendoli di regime di oggi) come Julian Assange, colpevole semplicemente di aver fatto il suo lavoro, oppure non permettono a Maradona di entrare negli USA per aver preso efedrina, un farmaco venduto senza ricetta anche nei supermercati.

Gli USA continuamente destabilizzano il paese caraibico tentando colpi di stato ed imponendo al mondo un vergognoso embargo che ormai dura da decenni, e in risposta Cuba cosa fa? Offre agli Stati Uniti assistenza per i cicloni che periodicamente colpiscono le coste della Florida, aiuti che però incredibilmente vengono costantemente rifiutati. Castro spiega a Maradona che Cuba ha sempre pronti contingenti medici e civili preparati ed organizzati per assistere qualsiasi nazione colpita da qualsiasi calamità naturale o epidemia. L'abbiamo visto sotto Covid anche in Italia, o meglio, in pochi l'hanno voluto vedere, perché al solito le televisioni nazionali non hanno dato rilevanza a questo evento.

Si prosegue parlando di denaro, moneta sovrana, Fondo Monetario Internazionale, di tutti gli omicidi organizzati da Kissinger, dei vari colpi di stato a stelle e strisce in giro per il mondo come quello in Cile che ha ucciso Salvador Allende ed instaurato la sanguinosa dittatura di Pinochet... Fidel ricorda con grande nostalgia, fierezza ed enorme orgoglio l'inizio della rivoluzione, il Granma, i vari aneddoti dei tempi che furono, i 5 eroi cubani ingiustamente detenuti negli USA; parla del personaggio Che Guevara e del primo incontro tra i due.

Maradona e Fidel Castro alla fine si salutano calorosamente scambiandosi regali, ridendo e scherzando sullo stato di salute del Comandante, che i media occidentali davano sempre in punto di morte... Fidel dirà: «Lo bueno que tiene todo eso, es que el dia que me muera, ninguno lo va a creer... me han matado tantas veces... ».

Due fuoriclasse assoluti di fronte ai quali si può far una sola cosa: inchinarsi innanzitutto. E poi stare in silenzio ad ascoltare... e riflettere.

L'anno 2005 corrisponde probabilmente al momento di massima esposizione politica di Maradona. Non solo intervistò Castro a Cuba, ma partecipò anche al IV Vertice dei Popoli a Mar de Plata dell'ALBA (Alleanza Bolivariana per le Americhe), dove il triumvirato Diego-Ugo-Fidel riuscì incredibilmente ad affossare l'ALCA voluto dagli USA (Area di Libero Scambio delle Americhe), una sorta di estensione del NAFTA nord americano a tutto il continente: in soldoni, il solito trattato fortemente sbilanciato a favore di poche multinazionali, improntato ideologicamente al liberismo più sfrenato, finalizzato al solito all'imposizione dell'egemonia commerciale ed economica degli USA a danno degli altri paesi, soprattutto a danno delle classi più povere costrette a subire deflazioni salariali e compressione di diritti e tutele. La solita solfa “economicamente corretta”, ovviamente presentata dalla stampa come occasione unica ed imperdibile di crescita per tutti.

Probabilmente questo incredibile risultato fu la più grande impresa dei popoli non allineati di tutto il mondo contro l'impero di Bush ed il Washington Consensus, la rivincita di tutti i campesinos del continente contro la borghesia capitalista. E quest'impresa vide proprio la coppia Maradona-Chavez come assoluta protagonista. Ugo, davanti ad una Condoleezza Rice impassibile e carica di odio nei suoi confronti, tenne un memorabile discorso che passerà alla storia e contribuirà in modo decisivo a spostare l'ago della bilancia: il giorno che andrò in Venezuela e scriverò un articolo sullo “spirito santo”, lo tradurrò in italiano riportandolo su questo blog. Diego si mise invece alla guida del “treno anti-Bush”, mandando la folla in delirio, aizzandola e fomentandola contro l'Impero del male, ad esempio indossando magliette con sopra scritto “Stop Bush” con la S come una svastica nazista.

Qualcuno in occidente ha saputo qualcosa di questo grande avvenimento? Oppure anche dei programmi televisivi di Diego a Cuba o in Venezuela con Telesur, dove si disquisiva soprattutto di politica antimperialista? Ovviamente, manco a dirlo, zero di zero: Floris, Vespa, Mentana, Fazio erano troppo assorti nel celebrare l'atlantismo e l'europeismo della sinistra spazzatura italiana e nel buttare merda sullo spietato dittatore socialista squartabambini di turno.

Il socialismo antimperialista di Maradona è stato sempre molto scomodo al sistema. Per questo l'hanno sapientemente indirizzato e confinato in un ben preciso "frame comunicativo": la stampa ha strategicamente utilizzato il suo pensiero in modo vile e meschino, ridicolizzandolo come una delle sue tante follie ed eccentricità, esattamente come la coca, come le donne, come i sigari.

Diego è drogato. Diego è Chavista e Castrista. Ergo, solo un tossicomane fuori di testa può esser socialista o comunista. Matematicamente parlando, hanno imposto un "se e solo se", una condizione necessaria e sufficiente, all'errato sillogismo aristotelico ed alla clamorosa fallacia logica di cui sopra. Che ha un nome ben preciso: "Cum hoc vel post hoc, ergo propter hoc". Studiatela bene perché è il modo più utilizzato dai pennivendoli di regime per inserire delicatamente e dolcemente nel sacro e ben oleato deretano popolare, enormi supposte. L'ultimissima in ordine temporale (ma è stata proprio la supposta più grande della storia dell'umanità), si chiama vaccino anti Covid: un veleno assoluto, oggi responsabile di una strage silenziosa degli innocenti.

Le due squalifiche di Diego: Italia (1991) ed USA (1994)

In merito alle due famose squalifiche del 1991 in Italia e del 1994 in USA che hanno fortemente compromesso la carriera di Maradona, beh, io non ho ovviamente le prove, ma nessuno mi toglierà mai dalla testa che il campione argentino sia stato incastrato.Maradona ne aveva combinate troppe, era disallineato ed ingestibile, troppo polemico, pericoloso, sempre schierato dalla parte sbagliata. Sparava a zero in modo ossessivo e ripetitivo, contro i signori del calcio, “la mano nera” come lui spesso la chiamava che negli anni 90 guidava con corruzione, connivenze, sorteggi pilotati ai mondiali (ad esempio mediante palline a diversa temperatura nelle urne) e chi più ne ha più ne metta, la transizione del calcio da gioco popolare e stadi pieni al business dei diritti televisivi, con miliardi di dollari gestiti senza costruire nemmeno un campetto in periferia o in Africa.

Chiamava Blatter il dittatore del calcio e non perdeva occasione per criticare i suoi fedeli sudditi Platini e Pelè, strumenti per eccellenza di quel potere che lui aveva sempre combattuto, da subito ben addomesticati ed istituzionalizzati, e per questo con carriera dirigenziale ampiamente garantita. Il tempo gli diede ragione tra l'altro, perché Blatter e Platinì anni dopo furono travolti da clamorose inchieste giudiziarie.

Sì, il mondo andava a destra e Diego andava a sinistra. Pelè e Platinì frequentavano i Kissinger di turno, gli baciavano le mani ed avevano aperte tutte le porte del paradiso, lavorando in smoking come presentatori televisivi o commentatori di banalità nelle testate dei media portavoci del verbo unico; Diego invece indossava la giacca verde militare di Fidel Castro, ostentava i tatuaggi degli eroi della rivoluzione cubana ed andava negli studi Telesur a denunciare gli omicidi di Kissinger, la corruzione ed i crimini dell'impero americano, mettendo anche in luce gli innominabili, inconfessabili ma evidentissimi e strettissimi legami tra l'establishment politico mondiale atlantista, i sanguinari fantocci USA delle dittature militari di quel tempo ed i vertici del calcio della FIFA.

Maradona aveva simpatie e frequentazioni davvero imbarazzanti in quegli anni politicamente caldissimi, post guerra fredda, in cui crollava il muro di Berlino, il socialismo nel mondo perdeva quasi ovunque stritolato dalla pressa americana e si imponeva il modello unico, quello neoliberista ed imperialista a guida USA, un mondo unipolare dove la diversità d'opinione era inconcepibile e se presente, andava distrutta mediaticamente con la complicità di una stampa totalmente asservita. Il socialismo apertamente dichiarato di Diego era davvero imbarazzante per il potere. Lui era l'unico sportivo al mondo dall'altra parte della barricata; il problema è che non era uno sportivo qualsiasi, ma il più amato e seguito dal popolo. Diego era un'icona, un'assoluta star mediatica, un idolo di giovani e bambini ed aveva un ascendente fortissimo su tutti i calciatori. Un capopopolo. Ecco appunto, io credo che a Maradona abbiano fatto scontare alla grande con quelle due squalifiche proprio il suo schieramento politico sbagliato.

Riavvolgiamo il nastro. Nel 1990, i campionati del mondo di calcio vengono giocati nel nostro paese. Matarrese era il presidente della FIGC (Federazione Italiana Giuoco Calcio). Doveva e voleva portare la Nazionale alla vittoria, giocando in casa con stadi tutti ristrutturati o costruiti ex novo e dovendo giustificare la valanga di soldi spesi in tangenti ed in opere faraoniche inutili ed abbondantemente sovradimensionate. Le aspettative sugli Azzurri erano altissime, anche perché la squadra era oggettivamente molto forte, indubbiamente la principale candidata alla vittoria finale.

L'Italia venne sconfitta dall'Argentina di Maradona proprio a Napoli, al San Paolo, una partita maledetta che mai si sarebbe dovuta giocare lì, un errore davvero imperdonabile degli organizzatori del torneo: il popolo era diviso tra l'amore per il suo beniamino, che tra l'altro aveva appena regalato alla città il suo secondo scudetto, e l'Italia. E Diego cavalcò alla grande questo dualismo, ricordando al popolo napoletano alla vigilia della partita quanto tutto lo Stivale li disprezzasse (ad esempio chiamandoli terroni, appestati, terremotati...) e si ricordasse di loro solo in quel momento, quando era necessario il loro caloroso tifo. E come ampiamente prevedibile, l'Albiceleste che fino a quel momento era stata fischiata ovunque, fu invece accolta alla grande a Napoli in semifinale.

Un'uscita scellerata di Zenga, fino a quel momento imbattuto, su Caniggia (altro grande “sciatore” come El Pibe de Oro), costrinse l'Italia ai rigori ed all'eliminazione, con errori dal dischetto di Donadoni e Serena, e penalty finale e decisivo proprio di Diego.

Azzurri sbattuti fuori nei mondiali giocati in casa: la squadra più forte e bella da vedere non andava in finale. Una sconfitta che fa male ancora oggi. Matarrese è nero. Aveva fallito. E solo per colpa di Maradona, che tra l'altro non perdeva mai occasione per definirlo davanti alle telecamere mafioso e corrotto, girando e rigirando il coltello nella piaga.

Io credo che da quel momento in poi, Maradona avesse già le ore contate. Nella finalissima, Roma riservò al fenomeno di Villa Fiorito un'accoglienza impietosa: dopo il secondo scudetto napoletano e lo smacco della semifinale, Diego era davvero in quel momento il personaggio più odiato dagli italiani. Quando gli 80.000 dell'Olimpico fischiarono l'inno argentino in modo assordante, tanto da nasconderlo completamente, Diego aspettò paziente di esser inquadrato dalla telecamera per poi dire in mondovisione, con un labiale lento, scandito, chiarissimo, “Hijos de puta”. Figli di puttana ad 80.000 italiani, anzi a tutta Italia tranne Napoli. Troppo. La vendetta era vicina.

Maradona non aveva nessuna chance di vincere in finale il suo secondo mondiale. Non l'avrebbero mai permesso: difatti la Germania Ovest, tecnicamente inferiore, vinse 1-0, guarda caso con un rigore molto dubbio, anzi inesistente (come dirà anni più tardi lo stesso capitano tedesco Lothar Matthäus) assegnato da Codesal, l'arbitro della finale, che tra l'altro sarà successivamente anche indagato per compravendita di partite. Nel corso della premiazione, sul palco, da sconfitto ed il lacrime, convinto della corruzione di Codesal, nemmeno strinse la mano ad Havelange girandosi dall'altra parte. Un affronto. El Diez, che quattro anni prima alzava al cielo la coppa del mondo, oggi invece piange amaramente. Il suo secondo mondiale gli sfugge di un nulla.

Ma la vera vendetta ancora doveva consumarsi, in quanto come ben noto, è un piatto che va servito freddo. Un anno dopo Maradona, dopo una partita a Bari, contro il Bari guarda caso proprio del presidente Matarrese (incredibili coincidenze della vita, vero???), viene sorteggiato per il controllo antidoping. Positivo alla cocaina e pena severissima, mai comminata a nessun altro giocatore trovato positivo alla droga: un anno e mezzo di squalifica ad un quasi trentenne, col divieto di tornare in Italia, strumentalizzando chiaramente anche questioni fiscali per distruggergli ulteriormente la reputazione.

Lui ha sempre sostenuto di esser stato pulito e che Ferlaino e Matarrese volevano incastrarlo per liberarsi della sua presenza ingombrante. Negli anni in cui i giocatori si calavano di tutto e di più prendendo ogni sorta di farmaco, lecito e non, per aumentare le prestazioni, con i vari laboratori analisi tipo l'Acqua Acetosa di Roma che venivano indagati per corruzione, scambi ed occultamenti di provette un giorno sì e l'altro pure, a risultare positivi all'antidoping guarda caso furono soltanto Maradona prima e Caniggia poi, proprio i due che eliminarono l'Italia in semifinale a Napoli.

Vendetta completata e carriera di Diego chiaramente a forte rischio: lui, com'è ben noto, non era Cristiano Ronaldo, maniacale nella dieta, zero vizi, 4 ore di allenamento al giorno in doppia seduta, vasca di ghiaccio ogni sera per recuperare, 9 ore di sonno, vita regolare, fedeltà assoluta alla moglie, niente alcool e cura estrema dei dettagli. Seeee bbonanotte... se Maradona fosse stato così, chissà cosa avremmo ammirato nei campi di calcio!

Lui si allenava poco e male, perché fino a quel momento non ne aveva avuto alcun bisogno: ore piccole, donne a più non posso, alcool, festini e dama bianca a volontà... ed era comunque un fenomeno! Per uno sportivo quasi trentenne dedito ad ogni sorta di vizio e piacere era impensabile un anno e mezzo di stop... i danni di una vita scellerata, se sei un assoluto fenomeno li puoi forse contenere a 20 anni, non a 30. E difatti il rientro sarà durissimo. Diego va a prima a Siviglia e poi torna in Argentina con i Newell's Old Boys, ma in entrambi i casi collezionerà poche presenze e con prestazioni decisamente non alla sua altezza. E' oramai l'ombra di se stesso: lento, ingrassato, cocainomane, donnaiolo. Maradona è finito, vittima di se stesso e dei suoi eccessi. O forse ancora no.

Diego voleva uscire di scena alla grande. L'occasione era unica: chiudere la carriera ai mondiali del 1994. In territorio nemico con i tatuaggi del Che e Fidel in bella mostra. Il mondiale di USA '94 sarebbe stato il più bel canto del più bel cigno calcistico mai apparso sulla terra. E così, con una fatica immensa, una dieta ferrea, allenamenti intensi e volontà assoluta di giocare da protagonista il suo quarto ed ultimo mondiale riprovando magari anche a vincerlo, si era rimesso in forma perdendo la bellezza di 15 kg. Non aveva più lo scatto bruciante degli anni passati, ma un'esperienza maggiore ed il piede sempre delizioso gli avrebbero permesso comunque di far la differenza. Era pronto per il più grande dei congedi dal calcio.

Quello americano del 1994 non era un mondiale qualsiasi: era il torneo di quel diavolo assoluto di Kissinger, il segretario di stato americano responsabile della politica estera USA, l'uomo che entra in tutte le guerre americane dal Vietnam in poi, che ha guidato, senza neppure mai nasconderlo, tutti i colpi di stato, gli omicidi, le operazioni più losche e criminali per destituire leader sovrani non allineati all'impero. Un bestia assoluta, un essere demoniaco immondo.

Tra Kissinger e la FIFA c'era una strettissima relazione di collaborazione. D'altronde tra il calcio e la politica ci sono sempre stati fortissimi intrecci e connivenze, perché lo sport più amato del mondo è anche il più corrotto del mondo: è sempre stato usato dalle elite per finalità di legittimazione, di propaganda e riciclaggio di denaro sporco. Oltretutto è sempre stato utilissimo per distrarre il popolo deviando l'attenzione dai veri problemi. Panem et circenses: dai al popolaccio un po' di pane e sport televisivo, falli scannare su Juve e Milan, oppure su Napoli ed Inter e gli puoi mettere nel di dietro tutte le supposte che vuoi.

Fatto sta, senza deviare dal tema, che quel diavolo di Kissinger chiese ed ottenne di far giocare i campionati nel mondo del '94 proprio negli Stati Uniti, nel paese al mondo meno interessato al calcio, ed ebbe carta bianca assoluta da Havelange e Blatter nell'organizzazione del torneo.

Io credo che Usa '94 sia stata l'esecuzione mediatica premeditata di Diego, sputtanato in mondovisione per sputtanare le sue idee e posizioni, soprattutto politiche.

Il primo episodio che fece salire la rabbia di Henry il macellaio (al quale hanno avuto anche la bella idea di regalare un premio Nobel per la Pace...) fu il grande rifiuto di Maradona a prostituirsi, una vicenda che davvero in pochi conoscono e di cui ho già parlato: Diego, lo sportivo più famoso, amato e chiacchierato del pianeta, doveva esser il volto della coppa del mondo. Ricompensa? Stratosferica. Gli americani non hanno mezze misure: 100 milioni di dollari sul conto corrente secchi secchi senza fare un cazzo. Unica condizione, prendere la cittadinanza americana. Un chiaro tentativo di silenziarlo per tutto il torneo ed addomesticarlo a vita. E' la tecnica che utilizzava in Colombia Pablo Escobar: plata o plomo. E per Diego, plomo fu.

Kissinger e la FIFA sapevano bene che il volto di Diego era indispensabile per far decollare un mondiale che non si cagava nessuno. Era l'unico che poteva portar gente e riempire gli stadi. Maradona era utilissimo ed indispensabile, ma pericolosissimo al tempo stesso: l'idolo dei bambini, l'eroe calcistico di tutti i popoli del mondo, con bassa cultura ma infinito carisma ed attenzione mediatica, era anche il portavoce nel mondo della rivoluzione cubana, con i suoi tatuaggi di Che Guevara e Fidel Castro sempre in bella mostra. Kissinger e gli USA avevano in Fidel Castro il loro più grande nemico, ed invece la star del mondiale Diego Armando Maradona provava per il Comandante en Jefe amore ed ammirazione smisurata, arrivando a considerarlo come un padre.

Diego non aveva peli sulla lingua e quel che pensava, diceva sempre. Che cosa avrebbe detto in finale a Pasadena? Che interviste avrebbe rilasciato? Avrebbe forse denunciato in mondovisione le decine di tentativi di assassinio di Fidel Castro da parte della CIA? Avrebbe parlato di socialismo e di ideali proprio dentro l'impero capitalista a persone che invece avevano sempre e solo ascoltato la sola campana della propaganda imperialista occidentale? Che avevano sempre sentito parlare in termini orribili di Castro, Chavez, Sankara, Allende e compagnia bella, associandoli a spietati dittatori, assassini, criminali, torturatori e stupratori di neonati?

La verità è che se c'era una sola persona al mondo che poteva far breccia nelle menti malate dei gringos, minare le loro certezze liberal-capitaliste e consumiste, portando la causa socialista rivoluzionaria proprio nel cuore dell'impero, ebbene questa persona si chiamava Diego Armando Maradona. E Kissinger e la FIFA lo sapevano bene.

Maradona doveva esser disattivato con estrema intelligenza, prima utilizzato per i loro fini e poi sbattuto in prima pagina come il mostro negativo, tossico, puttaniere, oramai lento e panzone.

L'immagine di Diego doveva esser demolita ed umiliata. Per i tanti motivi già detti, ma anche per un altro non meno importante. Ricordate il caldo infernale di quel mondiale? I giocatori stremati, le flebo reidratanti, il conteggio dei kg di liquidi persi dai giocatori a fine match? Le partite infatti venivano fatte giocare alle 2 di pomeriggio, con temperature ed umidità infernali, con l'ulteriore vantaggio oltretutto di metter fuori gioco il fuoriclasse argentino che non era più un ragazzino.

Bene, El Pibe de Oro aveva pesantemente criticato davanti a tutti il fatto di far giocare le partite in condizioni ambientali proibitive, ricordando addirittura un campione amato come Airton Senna, dopo la cui morte, e soltanto dopo, furono riviste le regole e le misure di sicurezza in pista. E se fosse successo qualcosa davvero? Mhmmm... Combinazione caldo, umidità, doping, farmaci... e meno male che il siero genico malefico anti Covid ancora non c'era altrimenti vedi gli arresti cardiaci da “non correlazione”... magari qualcuno ci lasciava la pelle davvero e Maradona sarebbe divenuto un profeta agli occhi del mondo, per di più socialista. Il nuovo Gesù Cristo socialista in terra capitalista.

Al Diego socialista ed antimperialista non avrebbero mai permesso di vincere in territorio americano. Lo avrebbero utilizzato, sfruttato al massimo, magari offrendogli anche immunità dalle procedure di test antidroga, e poi l'avrebbero buttato come 'na carta sporca napoletana, dandolo in pasto agli sciacalli della stampa, sempre affamati di menzogne. Una volta venduti i biglietti, ad Argentina ormai qualificata alla fase finale, col pubblico già in delirio, se l'avessero visto in gran forma con grosse chances di arrivare fino in fondo, l'avrebbero fatto fuori proprio all'apice, proprio quando l'attenzione del mondo era massima. Proprio quando gli avrebbe fatto più male.

Molto probabilmente invece io credo che i diavoli di Kissinger e company pensassero e sperassero che Diego si sarebbe fatto fuori da solo: lo aspettavano al mondiale lento e grasso per deriderlo agli occhi del mondo. Henry il macellaio forse si è letteralmente cagato sotto quando ha visto il goal di Diego contro la Grecia nella prima partita... era in ottima forma, perfettamente integrato in uno squadrone che tra l'altro aveva giocatori fortissimi di caratura internazionale, come Redondo, Simeone, Caniggia (alias Alberto Tomba lo sciatore), Batistuta, Balbo, Chamot. In quella rete del 3 a 0 c'è tutto: visione di gioco, rapidità nello stretto, ottima intesa con i compagni, potenza, esplosività e precisione nel tiro. Maradona c'è. El “barrilete cosmico” è tornato! E siamo solo alla prima partita...

Nella seconda giornata l'Argentina batte di misura (2-1) la Nigeria, goal della vittoria di Caniggia con assist di Diego. I due hanno avuto sempre un gran feeling nello sport,anzi, negli sport, calcio e sci: basta vedere il gol spettacolare contro il Brasile ad Italia '90, con una progressione pazzesca di Maradona quasi simile a quella di 4 anni prima contro gli inglesi nonostante giocasse con una caviglia lesionata, e contemporanea strepitosa diagonale di Caniggia a tagliare la difesa brasiliana per poi insaccare in rete. Due fenomeni assoluti, del calcio e dello sci. Dentro e fuori dal campo.

A fine partita con la Nigeria, il 25 giugno 1994, Diego mano nella mano viene guidato da un'infermiera al controllo antidoping. Guarda caso, è stato estratto lui. Ma è tranquillo perché non ha nulla da temere, ha lavorato duramente, si è disintossicato a Cuba, è pulito. Le campane a morto però stanno suonando. Din Don, Din Don Din Don...

Nessuno lo ha mai notato, ma Maradona in quel mondiale aveva 33 anni compiuti. Esattamente come Gesù Cristo quando è stato crocefisso. Lui quel giorno è come Gesù. Mano nella mano, lui non lo sa, ma si sta avviando sul Golgota, dove verrà inchiodato. L'unica differenza rispetto al Figlio di Dio di 1994 anni prima è che sarà solo, senza ladroni a suoi lati a soffrire con lui: quelli stanno in tribuna a bere champagne e si stanno sfregando le mani allertando già le agenzie di stampa per indirizzare l'informazione, che dovrà ovviamente esser a senso unico.

Il mondiale di Maradona è finito. I suoi mondiali finiscono per sempre al Foxboro Stadium: gli mancava un solo match per superare il record di partite ai campionati del mondo. La partita per incastrarlo l'hanno scelta decisamente bene.

Quella passeggiatina mano nella mano decreterà anche la fine del mondiale dell'Argentina perché l'Albiceleste privata del suo condottiero, non si qualificherà ai quarti, perdendo la terza partita del girone con la Bulgaria e poi gli ottavi di finale successivi con la Romania di Hagi. E' l'inizio della fine del più fedele amico di Fidel Castro.

Ma esattamente, a cosa era risultato positivo Maradona? Alla coca come tutto il mondo sapeva e sa tuttora per via della solita propaganda a stelle e strisce? Certo che no! Era vizioso ma non stupido, non voleva rovinare l'ultimo mondiale della sua vita! Voleva chiudere in bellezza. Poi magari si sarebbe sfasciato eh... per carità, questo non lo mette in dubbio nessuno... tipo Toni Montana, alias Al Pacino nel film di Scarface prima dell'arrivo dei suoi killer.

No Diego era risultato positivo all'efedrina, una sostanza utilizzata per dimagrire. Non una droga, addirittura permessa in molti sport agonistici, venduta negli USA nei supermercati senza ricetta e presente naturalmente in molti farmaci da banco di uso comune.

La domanda delle domande, che sorge spontanea ad una qualsiasi persona che abbia un minimo di sale in zucca è: perché Maradona, dopo tutti gli sforzi fatti, i tanti kg persi, la faticosissima disintossicazione, il giuramento fatto a moglie e figlie di non assumere sostanze di nessun tipo, avrebbe preso una sostanza classificata calcisticamente come doping, ma assolutamente ininfluente nelle prestazioni sportive, rischiando tutto, per se stesso e per l'Argentina, senza alcun beneficio?

Perché avrebbe dovuto mandar a puttane tutto l'immane lavoro fatto, con l'Albiceleste ormai agli ottavi, per uno stupido ed inutile farmaco? Ovvio. L'hanno incastrato. Impossibile aver le prove di questo, ma impossibile razionalmente pensare ad altro che non sia questo.

La vicenda è davvero complessa, assi losca e vede al centro il suo preparatore atletico Daniel Cerrini il quale somministra, volontariamente o involontariamente chissà, sotto pressione o meno chissà, al posto del solito integratore dall'effetto blandamente dimagrante e perfettamente lecito secondo la FIFA, un altro uguale, dal nome simile ma contenente guarda caso efedrina. Maradona era all'oscuro di tutto, ma aveva già capito.

Questo sarà il suo commento: «Mi hanno ucciso quando volevo rientrare per dimostrare alle mie figlie che posso lottare con i ventenni. Nel paese della democrazia non mi hanno lasciato parlare e non mi hanno permesso di dire ciò che sento. Con la mia uscita dal mondiale, è uscito un intero paese e sono usciti anche quelli che mi vogliono bene. Avevo detto che la Fifa mi aveva tagliato le gambe. Adesso dico che ha finito di tagliarmi il corpo, mi ha ucciso».

Diego venne sbattuto in prima pagina come un mostro assassino senza alcuna possibilità di replica. La federazione calcistica argentina poteva benissimo salvare il suo capitano e permettergli per lo meno di finire il mondiale, per via di errori grossolani ed omissioni nei procedimenti del controllo antidoping, davvero loschi e controversi, sui quali è sempre sceso un velo di omertà intoccabile, anche a distanza di anni. Bastava davvero pochissimo, ad esempio che il medico della squadra si assumesse la responsabilità dell'errore come avvenuto in tanti altri casi in passato.

Il problema è che il presidente della Federcalcio argentina era anche il vice presidente della FIFA, colluso fino al midollo con i poteri forti del calcio e della politica imperialista occidentale, e Maradona, manco a dirlo, era in pessimi rapporti anche con lui.

Non solo. Maradona era in pessimi rapporti con tutto l'establishment capitalista ed imperialista mondiale, il che significa anche col presidente argentino in persona, Carlos Menem, il presidente dell'insabbiamento e degli indulti ai criminali della dittatura di Gualtieri e Videla, ai responsabili dei desaparecidos e dei voli della morte. Diego non aveva più santi in paradiso; aveva tutti, ma proprio tutti contro. Non lo poteva salvare proprio nessuno.

La Fifa condannò Maradona ad altri 15 mesi decretando praticamente la sua fine calcistica definitiva. Non solo: gli USA vietarono per sempre l'accesso di Diego in territorio americano; follia pura se si pensa che l'efedrina non è una droga... il che dimostra più di qualsiasi altra considerazione, che l'ostracismo dello Zio Sam verso El Pibe de Oro non aveva nulla a che vedere con il calcio. Le motivazioni erano solo politiche ed ideologiche.

A parte brevi e tristi parentesi successive, col mondiale USA '94 finiva così per sempre la vita sportiva del calciatore e cominciava quella successiva. Scellerata indubbiamente. Ma rivoluzionaria. Meravigliosamente rivoluzionaria. Una vita dannata ma dalla parte giusta della storia.

Tavolata celeste tra i 5 giganti del socialismo

I popoli non dimenticano mai chi ha lottato in prima linea a favore degli ultimi. Ricordano ed omaggeranno in eterno chi si è immolato sulla croce nel pubblico ludibrio, un po' come ha fatto Gesù. Ecco perché il “barrilete cosmico” volerà sempre alto nel cielo, libero e senza padroni, e sarà sempre il calciatore più amato di tutti i tempi.

Già lo vedo, seduto su una nuvoletta, con i suoi cari amici Fidel, Ugo ed Ernesto in una tavolata a 5 fra giganti del socialismo, disquisendo sui massimi sistemi...

A capotavola siede Gesù, occhi verdi, capelli lunghi castani, barbetta incolta e tunica bianca. Bellissimo, talmente bello che tutte le angiolette del paradiso impazziscono per lui. Dio, il Boss, grande, grosso e burbero con una folta barba bianca, non c'è. E' andato a dormire, in quanto già ampiamente provato dai vizi terreni che il magico quartetto non vuole abbandonare e dalle solite discussioni e battaglie socialiste ed antimperialiste che i quattro vogliono condurre anche in Paradiso. Sono selvaggi, chiassosi ed indisciplinati, a tratti insopportabili...

Il Padre Eterno li ha appena promossi in blocco tutti quanti dal Purgatorio perché sa che sono buoni ed hanno sempre lottato per gli ultimi; meritavano oggettivamente la ricompensa del Regno dei Cieli, ma ora sta già rimpiangendo la scelta perché non riesce più a contenerli: loro erano rivoluzionari in vita, e lo sono ancor di più pure nell'aldilà. E poi, appena Dio ha visto Fidel arrivare dal Purgatorio con una vecchia e scassata Chevrolet cubana, sigaro in bocca, bottiglia di rum in mano anziché il vangelo, indossando una vecchia giacca militare verde con la falce ed il martello anziché la tunica bianca in dotazione, si è incazzato a morte, talmente tanto che i due già non si parlano più. A cena sulla nuvoletta così ha mandato il Figlio, con l'obiettivo di impartire ai quattro neopromossi le prime lezioni di catechesi.

Che tavolata pazzesca... le ottime pietanze, a base di aria pura celeste ed ostie benedette, sono servite da splendide angiolette celesti, sempre sorridenti, felici e castamente disponibili, per le quali è obbligatorio un abbigliamento decorosamente paradisiaco (o paradisiacamente decoroso): maglietta aderente con casta ma vertiginosa scollatura, minigonna striminzita bianca celestialmente trasparente, e divini tacchi a spillo. Capelli lunghi e rigorosamente sciolti.

Le regole celesti vietano di bere alcolici ed anche fumare per non sporcare la nuvoletta bianca di catrame così le bellissime cameriere servono solo acqua e rametti d'ulivo. Ma tutti sbuffano ed hanno musi lunghi, Gesù compreso, che ha l'anima un po' ribelle ed anticonformista del Che. Ed allora il Figlio di Dio si ricorda del suo miracolo terreno alle nozze di Cana, avvenuto circa 2020 anni prima. Dopo un paio di tentativi a vuoto per togliersi un po' di ruggine nei quali trasforma erroneamente l'acqua prima in tè e camomilla poi in Fanta e Coca Cola imperialista (con lo sdegno di tutti i presenti), finalmente riesce nell'impresa: l'acqua come per magia diventa rum Matusalem ed i rami d'ulivo, sigari cubani paradisiaci. Cicchetto in mano e sigaro acceso per tutti: “Choiba splendido” per Fidel e Diego, “Montecristo” invece per Erny, Ugo e Gesù.

La fiesta celeste può così cominciare! L'atmosfera del Regno dei Cieli si scalda, la gioia è incontenibile e la felicità alle stelle... Gesù poi ha preparato una sorpresa pazzesca per Diego. Rullo di tamburi... rullo di tamburi.... Nooooo!!! Nooooo!!! Rodrigo!!! Pure lui qui!!! El Diez celeste piange di commozione quando vede arrivare con bonghi e chitarra il suo vecchio amico cantante, sempre a petto nudo, capelli blu e l'aureola in testa... Si abbracciano fortissimo ridendo a crepapelle, ricordando l'ultima volta che si erano visti a Cuba, sciando in spiaggia a 30 gradi nella stazione invernale di Varadero... Parte la musica di El Potro, manco a dirlo “La Mano de Dios” ed i fazzoletti bianchi cominciano a ruotare come millenni prima a Cuba inneggiando al celestiale Pibe de Oro; le angiolette prendono a ballare e danzare sopra al tavolo sculettando e twercando in modo paradisiacamente casto, con Diego che tra un “olè, olè olè” e l'altro, comincia ad osservarle, bava alla bocca, come farebbe un leone affamato con una giovane gazzella.

Pure Gesù, tra una preghiera e l'altra, tra un salmo ed un versetto, tra un cicchetto di rum cubano ed il successivo, balla con la gnocca celeste e si diverte un mondo, pensando però un po' preoccupato alla scusa che dovrà inventarsi il giorno celeste successivo con suo Padre... La prima catechesi ai magici quattro è andata ufficialmente a puttane e va rimandata a tempi migliori.

La puzza di fumo ed alcool nonché il grande baccano svegliano però il Padre Eterno che sopraggiunge e rimane pietrificato. In silenzio, quasi sotto choc, lancia un'occhiata fulminante al Figlio, che oltretutto aveva pure fatto castamente sedere sulle sue gambe l'angioletta celeste, con immane invidia di Diego che ormai da un paio d'ore tentava qualche palpatina senza però riuscirci. Ugo gli ha già spiegato più volte che sono impalpabili, che non sono di carne ma eteree. Gnocche ma eteree. Niente da fare, Diego insiste sempre... lui quando vede la figa (terrena o eterea che sia) impazzisce e non capisce più niente.

«Ma che cazzo! Doveva esser un incontro di catechesi tra anime pie neopromosse ed invece mi sembra una bisca clandestina nei Quartieri Spagnoli di Napoli! Dove cazzo sta Diegooo!!!Sicuramente è tutta colpa sua!! Porco mò se ne vàààà...»

Il Padre Eterno diventa rosso come un peperone, gli sta scappando pure un Dio colossale, ma poi si rende conto che imprecherebbe contro sé stesso... No, deve mantenere la calma. In Paradiso è vietato bestemmiare ed urlare, figurati se può farlo Lui... Lui è il Boss dei boss e deve dar l'esempio.

Un respiro profondo. Due respiri profondi. Tre respiri profondi e si siede anche lui a tavola. Sbuffa, ma comunque essendo magnanimo e comprensivo, chiude un occhio. Anzi, tutti e due. E si fa pure un cicchetto. Ed il bis. E pure il tris.

Manco a farlo apposta, si siede proprio a fianco di Fidel, l'anima del Regno dei Cieli che meno sopporta. Fidel al contrario lo adora profondamente perché fin dal suo arrivo si è convinto che il burbero Interlocutore con la folta barba bianca con cui si scanna sempre sia Karl Marx redivivo. I due cominciano al solito a discutere animatamente.

Il Boss, al terzo cicchetto cerca di togliergli di mano il Capitale sostituendolo con la Bibbia e minacciando di rispedirlo indietro all'inferno tra gli eretici senza passare neppure dal Purgatorio.

Fidel comunque si sta impegnando... ce la sta mettendo davvero tutta per esser degno del Regno dei Cieli: poco a poco (molto poco) sta diventando credente, anche se ancora non capisce, o non vuole capire un cazzo di salmi e versetti e fa confusione tra i santi apostoli ed i “barbudos” del Granma.

Un po' di ripetizioni gratuite di religione di base gliele dà il suo caro amico Ugo, il quale è, ed è sempre stato molto cattolico. Ma anche Ughetto mette a dura prova la pazienza del Padre Eterno perché non vuole togliersi il suo iconico berretto rosso per mettersi l'aureola, ed agitando il pugno chiuso sta già organizzando un “treno celeste” contro il TLSPP (Trattato di Libero Scambio tra le anime belle del Paradiso e quelle del Purgatorio) con dentro Diego pronto ad aizzare il popolo celeste.

Dal canto suo, El Pibe de Oro ha ancora un panzone cosmico ed il piede fatato; ci prova sempre e senza successo con la bella gnocca angelica in minigonna e tacchi a spillo, talmente bella che anche a Dio ogni tanto gli scappa qualche fugace occhiatina... ma lei invece guarda solo Gesù, folgorata dai suoi incredibili occhi verdi.

Diego ha pure una striscia di coca bella pronta sul tavolo. Il Boss, al terzo cicchetto di rum, ha perso la scommessa con lui su chi avrebbe fatto più palleggi e così l'angelico Pibe de Oro ha ottenuto in via del tutto eccezionale, il permesso di una “sciata” al giorno con la “dama bianca”. Una sola, a patto però di chiedere scusa al Papa per il suo “hijo de puta” e con l'obiettivo di una veloce disintossicazione, rigorosamente in una clinica cubana paradisiaca.

Diego in ogni caso, a parte le splendide angiolette che non gliela danno (e non ci può passare essendo abituato in terra ad averle tutte ai suoi piedi...), è davvero molto felice nel Regno dei Cieli: organizza partitelle di calcio, dove da regolamento però, la sua mano sinistra deve esser legata dietro alla schiena, in quanto tra le nuvolette bianche non sono ammesse scorrettezze e soprattutto non deve esserci confusione tra la vera mano di Dio e quella di Diego.

Quanto ad Ernesto, non si tiene proprio... continua a ripetere in modo ossessivo le stesse cose, gridando come un pazzo «Paraiso o muerte!», scalpita e si agita perché appena promosso nel Regno dei Cieli, vuole già abbandonare il gruppo per andare nell'inferno imperialista ad esportare anche lì la rivoluzione cubana paradisiaca... ha già studiato come sconfiggere i guardiani dei gironi infernali, che ora non si chiamano più Caronte, Minosse, Cerbero, Gerione, Pluto, Flegias e Minotauro, ma Bush, Obama, Kissinger, Blatter, Havelange, Matarrese e Platinì. Cerca disperatamente armi ma in Paradiso non le trova perché Dio ha autorizzato l'esportazione della rivoluzione socialista paradisiaca solamente con vangelo in mano, crocifissi e rami d'ulivo.

No ragazzi... Vabbè... e che ve devo dì... Loro hanno già vinto, hanno sempre vinto, fin dalla loro nascita. Sono sempre stati coperti di fango e merda perché, nonostante i tanti ed innegabili errori, si sono sempre battuti per gli umili, gli ultimi e gli indifesi pagando di persona il proprio disallineamento al sistema. Se davvero esiste Dio, beh, meritano di star lassù insieme a Lui in quella nuvoletta. Spero che il Padre Eterno, essendo buono e misericordioso, guarderà alle loro innegabili virtù e chiuderà un occhio (anzi due...) davanti ai loro vizi, errori e debolezze terrene. Dai Boss, fatti un cicchetto di rum Matusalem e perdonali dei loro peccati, se lo meritano davvero!

Scherzi a parte, grazie infinite Fidel, Ernesto ed Ugo per la vostra magnifica ed eroica esistenza e resistenza. Grazie Diego per le emozioni calcistiche e politiche che ci hai regalato. Non vi dimenticheremo. Io personalmente spero di vedervi un giorno su quella nuvoletta celeste e magari partecipare pure al banchetto in quella strepitosa tavolata di socialismo puro. A patto però che a Gesù riesca nuovamente la trasformazione miracolosa dell'acqua e dei rametti d'ulivo in rum e sigari cubani paradisiaci. Ed a patto che ci siano ancora a servire le bellissime ed eteree angiolette celesti in minigonna e tacchi a spillo. Hasta la victoria siempre muchachos.

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