Se Yann Tiersen è il mio pianista contemporaneo preferito, il suo "antenato polacco" Fredyryk Chopin lo è in ambito classico. E' lui l'autore di alcuni dei brani più noti del mondo, il re assoluto del romanticismo musicale, non a caso definito “il poeta del pianoforte”.
Chopin tradusse le proprie passioni umane e politiche in struggenti note musicali con uno stile ed un linguaggio che tutti i più grandi esperti hanno definito come unico ed originale, sempre riconoscibile perfino nelle sue pause e nei suoi silenzi. Negli anni dei pianisti dal suono virile e potente, tutto muscoli, potenza e velocità, come se il pianoforte fosse uno sport, un puro esercizio fisico e non un moltiplicatore di emozioni, lui si poneva agli antipodi con effetti quasi "femminili", delicati e sfumati, trilli e rapidissime scale, una ossessiva ricerca della perfezione timbrica in grado di dare forma ai suoi pensieri più segreti. Puro sentimento ed istinto, accoppiati a tecnica sopraffina, tocco magico e perfezione stilistica; composizioni brevi ed incredibilmente espressive, immediatezza ed universalità del messaggio. Quale messaggio? Soprattutto inquietudine, nostalgia e malinconia, una nobilissima malinconia, mai sdolcinata o meramente sentimentale, che tuttavia a volte si alternava ad improvvisi entusiasmi ed allegri, un dualismo spesso caratteristico delle persone gravate dalla minacciosa presenza del male più oscuro e subdolo: la depressione.