Storia della mia vita

L'infanzia e la spensieratezza

Che sarei diventato socialista lo si capì subito fin dalla prima foto della mia vita, quando avevo solo otto giorni: in braccio a mia madre, democristiana come d'altronde mio padre, manina sinistra col pugno chiuso... Il buongiorno si vede dal mattino.

Che bella infanzia che ho avuto! Una famiglia unita e serena in una casa popolare di Via Mattei a San Benedetto del Tronto, in un quartiere a quel tempo abbastanza malfamato che veniva chiamato il “Bronx”. Mia madre Maddalena era insegnante, lo è tuttora e lo sarà sempre anche se ora è in pensione: una passione sconfinata la sua per l'insegnamento che vedeva come una missione... tutt'ora capita di vederla in giro impazzita fermando passanti e spiegando loro la Divina Commedia oppure correggendo persone sconosciute per errori di grammatica. Non provate a sbagliare un congiuntivo davanti a lei perché la vedrete inorridire, trasalire, diventare rossa come un peperone per poi trasformarsi in un mostro tentacolare: la sua ira si abbatterà su di voi senza alcuna pietà! Sì, lei non sopporta gli errori di grammatica... povero me, la prima volta che leggerà questo blog saranno guai! Scritto di getto, pieno di parolacce, tutte le sere del maledetto anno covid dalle nove a mezzanotte, birra in mano, riletto una sola volta prima della pubblicazione... chissà quanti strafalcioni ci saranno... Mi farà l'elenco degli errori e dovrò ascoltare almeno un'ora di spiegazione... Va beh mamma, dammi un minuto. Un respiro profondo e sono pronto. Puoi chiamare.

Mio padre Giuseppe è perito industriale, quando le industriali equivalevano ad una laurea in Ingegneria attuale, il classico uomo casa chiesa e famiglia, uno che si è fatto da solo, partendo dal nulla; una famiglia povera alle spalle e spaccandosi la schiena è diventato qualcuno... tutt'ora lavora come se non ci fosse un domani. In realtà lui non lavora, si diverte, appartenendo a quella ristretta e fortunatissima cerchia di persone che hanno fatto del loro lavoro la propria grande passione: quando questo succede non si può che esser felici ed aver successo. Nel proprio campo inevitabilmente si è i migliori. Grazie di cuore ad entrambi: anche se spesso siamo in disaccordo, vi sono enormemente riconoscente per quello che mi avete dato in termini materiali ed affettivi facendomi diventare uomo. Ora da padre, so che quello del genitore è il mestiere più difficile del mondo. Spero di esser bravo almeno la metà di quanto lo siete stati voi.

Che belli gli anni '80. Che nostalgia... Era l'epoca del boom economico italiano, della povera liretta, quando c'era ottimismo e fiducia nel futuro, quando due onesti lavoratori potevano andare in vacanza due volte l'anno, a Natale ed agosto, comprare una casa per loro ed i loro figli ed una macchina senza grossi problemi. Erano i tempi dell'Italia quarta potenza mondiale, nonostante tutto, quando l'inflazione non era zero come adesso ma la disoccupazione reale era bassa ed un milione di lire erano... un “milione di lire”, tanta roba.

Sono il secondo di quattro figli. Sì, prima si figliava, i giovani si sposavano presto, andavano a vivere fuori casa, avevano un lavoro stabile e facevano figli. I cittadini amavano il loro paese e non la lontanissima Europa, il patriottismo era ancora un valore di sinistra mentre oggi l'informazione mainstream lo ha trasformato in becero "sovranismo fascista e populista" in barba all'art.1 della nostra bellissima Costituzione socialista, patriottica ed antifascista. Come diceva sempre nonna, la buonanima di mia nonna Gina, si stava meglio quando si stava peggio. Scusatemi, non ce la faccio proprio a non parlare di politica ed economia. Perdonatemi. Cercherò di darmi un contegno.

Di foto da piccolo ne ho pochissime, si contano sulle dita di una mano, le ho scansionate e messe in fotogallery... sono le uniche che ho. Che valore che hanno! Pensare che Leonardo e Maya hanno giga e giga di materiale che chissà se mai vedranno... Sto iniziando a cancellare senza pietà, ma è lavoro davvero impegnativo e lungo... Mia madre chiamava il fotografo, Amedeo e ci faceva mettere tutti e 4 in posizione: dice sempre che era una missione quasi impossibile perché puntualmente quando il fotografo era pronto, noi fratelli impazzivamo... oggi grazie al digitale scattiamo in maniera ossessiva compulsiva, senza pensare, dieci scatti al secondo per una stessa foto tanto poi si cancellano... e poi però le foto non le cancelliamo, non le rivediamo più, riempiono i nostri hard-disk scomparendo in cartelle e sottocartelle perdendo così ogni valore.

Infanzia serena con mio fratello e le mie due sorelle, estati lunghissime passate al mare a due passi da casa... pochissima televisione, Lady Oscar, Pollon e Bim Bum Bam ad orari prestabiliti e poi via sotto al porticato ed al giardino del condominio, che mi sembravano giganteschi, ad inventare i giochi più assurdi con Manuela, Florinda, Ilenia e tanti altri bambini del "bronx" che venivano da noi... non esistevano cellulari, tablet e diavolerie elettroniche spegni-cervello ed ammazza-fantasia. Spesso ci si annoiava e questo stimolava invenzioni, incontri, scorribande per il quartiere, risse e quant'altro... Si stava meglio quando si stava peggio.

Che gioia poi quando veniva a trovarci nostro cugino Stefano Capriotti dalla Sardegna! Io, lui e mio fratello Massimiliano eravamo e siamo tuttora molto legati. Eja! Ricordo un pupazzetto, una specie di coniglio rosa, mio fratello Massimiliano l'ha ritrovato recentemente intatto e quasi piangevo dalla commozione! Quanti ricordi! Io e lui ci sedevamo per terra, uno davanti all'altro, la mia porta era il mobile della televisione a tubo catodico, la sua l'intero divano e cominciavamo a prendere a pugni 'sto coniglietto come se fosse una pallina per fare goal... divertimento infinito assicurato per ore... ogni tanto qualche vaso saltava e volavano scapaccioni... Che belli gli anni '80, nonostante tutto, probabilmente i più belli della storia l'Italia...

Non so proprio come facessero, ma mamma e babbo riuscivano a sistemare tutti noi dentro una Fiat 500 blu, una vecchia e minuscola scatoletta di ferro a quattro ruote. A volte entravano anche altri bambini (Manu ed Ilenia ve lo ricordate?) e poi thermos per il cibo, ombrellone, sdraie, zaini per la piscina pomeridiana... via così al mare per trascorrere le lunghe giornate estive nella spiaggia libera dello chalet Alex che a suo tempo era una semplice baracca di legno di nome "Le ondine". Per noi maschietti non ancora adolescenti, il mare significava una sola cosa: il pallone. Ve lo ricordate il Supertele? Un'icona indimenticabile del tempo che fu... .costava 500 lire dal giornalaio, era leggerissimo e dunque il vero terrore dei portieri per le traiettorie impossibili che assumeva soprattutto nei giorni ventosi... appena si poteva allora lo si sostituiva con il più solido Super Santos arancione... il top del top rimaneva però l'inarrivabile Tango, che quando era sgonfio diventava una pietra. Che ricordi... Ad Agosto, quando San Beach si riempiva all'inverosimile di turisti, andavamo in vacanza con la Ritmo diesel in Trentino... di quei viaggi ho un flash assurdo, un ricordo in particolare... al finestrino nel sedile posteriore tra una scazzottata e l'altra con i miei fratelli, ammiravo estasiato le vette innevate che ci circondavano mentre nella radio della macchina la musicassetta inserita passava una bellissima canzone di Albano e Romina Power: “Libertà”. Ogni volta che penso alla montagna, ogni singola volta che ricordo i panorami pazzeschi delle Alpi, dell'Appennino, delle Ande, dell'Himalaya, in testa mi ritorna sempre questa canzone... "Libertà... quanto hai fatto piangere... senza te, quanta solitudine... fino a che... avrà un senso vivere, io vivrò per avere te"...

Questa canzone, triste ed assai romantica, mi fa venire i brividi ogni volta che la ascolto perché volo letteralmente con i ricordi. Finestrino appannato, vette innevate, boschi infiniti e "Libertà" di Albano e Romina... per me bambino piccolo, la sicurezza della famiglia unita, la felicità del contatto con la natura. L'amore per la montagna, per gli spazi aperti ed incontaminati è nato indubbiamente da lì. Mare e montagna. Libertà. Entrambi sempre con me, sempre parte di me.

La passione per la natura mi portò a fondare con gli amichetti delle scuole elementari un'associazione di nome ASAN, Associazione Salvataggio Animali e Natura. Chiedevamo a tutti 1.000 lire per l'iscrizione e riuscimmo a racimolare ben 60.000 lire che inviammo come donazione al WWF. Sorpresa incredibile, il WWF ci rispose! Ci regalò un anno di abbonamento con ricerche ambientali sul campo da fare, dove coinvolgemmo tutta la classe elementare. Scrivevamo per l'associazione anche dei libricini sulla natura: utilizzavamo dei quaderni a quadretti e li riempivamo di disegni. Sì, prima non c'erano tablet e cellulari ed i bambini facevano anche questo, c'era spazio per la fantasia. Quanta passione ci mettevamo! Ricordo che consideravo questi quaderni come vere e proprie enciclopedie ed opere d'arte! Rimasi socio del panda diversi anni. L'ambientalismo è un sentimento che mi ha accompagnato fin da piccolo; già da bambino, avevo capito il nesso strettissimo tra benessere della collettività, felicità del singolo e tutela dell'ambiente, il nesso tra capitalismo, egoismo e devastazione della natura.

La passione per il calcio e lo studio del pianoforte

Le ragnoliadi, che ricordi... una specie di olimpiade del quartiere Ragnola a cui ero e sono legatissimo. Appuntamento irrinunciabile di ogni estate. Tanto calcio per i maschietti e pallavolo per le femminucce, poi gare d'atletica e castelli di sabbia al mare, una festa popolare bellissima dove lo sport nel senso più nobile del termine e soprattutto il bambino è al centro. Grandioso... Ancora oggi è così, vi partecipano i miei figli ed io mi diverto a fare l'allenatore. Come prima, ancora calcio per i maschietti e pallavolo per le femminucce, per lo meno finché le teorie trans-gender e femministe oramai sempre più diffuse ed in voga, lo permetteranno... alle ragnoliadi 2030 magari ci saranno danza classica per i maschi e pugilato per le femmine.

Io da piccolo avevo una passione sfrenata per il calcio. Non ero sicuramente un fenomeno ma me la cavavo, diciamo pure che ero bravino. Piccolo, rapido, molto tecnico ed estroso, con la palla tra i piedi mi sentivo onnipotente. La mia discreta bravura nel calcio era anche un modo per esser più "popolare" tra i ragazzi del quartiere del "bronx", per esser introdotto nella ristretta cerchia dei bulli di quartiere senza ogni volta dover esser massacrato di botte e soprattutto un modo per rimorchiare di più, visto che con le ragazzine non ci sapevo fare un granché, anzi, direi proprio che ero un'assoluta frana. Alla prima ragnoliade ho conosciuto Augusto Feliziani, buonanima di Augusto, a quel tempo allenatore delle giovanili del Ragnola calcio. Buon passato da semiprofessionista in serie D, era il Maradona del quartiere, al quale assomigliava anche fisicamente. Piccolo, tarchiatello, 38 di piede. Un sinistro divino. Panzone ma con talento cristallino e piede telecomandato. Palla al piede faceva quello che voleva, i suoi calci di punizioni erano fucilate alla Roberto Carlos. Appena mi vide giocare si avvicinò e mi disse: « Tu vieni con me al Ragnola, ti voglio in squadra! ». Ero felicissimo, anche se ci rimasi male sul ruolo che voleva darmi perché non capivo e temevo mi mettesse in difesa, dove noi bambini relegavamo invece quelli che avevano i piedi quadrati tipo Riccardo Palmioli, mio compagno di squadra in seguito anche al Porto d'Ascoli (bambino alto coi capelli castani al centro della foto, fila in piedi... bella Riky!) ed oggi dirigente della squadra dove gioca mio figlio. Io bambino, dividendo i giocatori in due categorie, attaccanti tecnici (tipo me) e difensori muratori con i piedi a ferro da stiro (tipo Riccardo Palmioli), pensavo di esser attaccante mentre lui sosteneva, assolutamente a ragione che non fossi attaccante, ma regista centrale... « Perché vuoi fare l'attaccante? Vedi il campo, giochi di prima e dribbli bene, superi l'uomo, sei veloce e tecnico, ti piace il lancio e l'assist finale mentre non segni manco a porta vuota... tu devi stare in mezzo al campo e fare il regista! » Sì, effettivamente era quello che senza saperlo, avevo sempre fatto... Augusto era un uomo molto buono, davvero un pezzo di pane e per me aveva un debole: mi consegnò la fascia di capitano. Che felicità! Mi elogiava e mi rimproverava severamente, spesso mi cacciava dal campo o mi sostituiva quando non rendevo come lui voleva, bastone e carota per cacciare il massimo dal bambino che ero.

Purtroppo Augusto non aveva fatto i conti con mia madre che da insegnante non vedeva di buon occhio la mia sfrenata passione per il calcio... nonostante vincessi senza fare grandi sforzi ogni anno il premio di miglior studente dell'istituto, ogni volta per andare al campetto era una lotta... mia madre, pensando che un giorno potessi abbandonare gli studi per tentare di "sfondare", di calcio non voleva proprio sentir parlare ed ingaggiava con lui battaglie dialettiche epiche in cui entrambi (soprattutto lui però... arrivavano allo sfinimento. Io piangevo quando non mi mandava a giocare perché ero il capitano della squadra. Augusto poi mi consolava e mi coccolava sempre. A parte i miei genitori, penso sia stata la prima persona che mi ha fatto sentire importante ed ha creduto in me. Al suo funerale, ancora giovane ma oramai alcolista, obeso e depresso, piansi. Si era lasciato andare... era in carrozzina senza più due gambe, amputate a causa del diabete, quelle gambe che una volta tiravano fucilate e gonfiavano la rete. Addio Augusto e grazie di tutto. Che la terra ti sia lieve.

Crescevo ma continuavo a vedere solo calcio nella mia vita; un pallone tra i piedi e mi sentivo felice. Purtroppo salendo di livello al Porto d'Ascoli incontrai altri allenatori che si intestardivano, nonostante le mie richieste, a farmi giocare da attaccante, spalle alla porta, ruolo che non sentivo assolutamente mio... volevo giocare al centro del gioco, a centrocampo. Così, con la pressione dei gol che non arrivavano e limitato nell'iniziativa, in partita non rendevo quanto in allenamento, le gambe le sentivo pesanti ed avevo paura di giocare e toccare palla... Cominciarono gli infortuni, due gravi a 16 e 17 anni che mi costrinsero ad operazioni successive ai legamenti delle caviglie... Nelle poche partite che riuscivo a giocare rendevo davvero poco... in allenamento volavo, il partita l'emozione mi bloccava e problemi fisici come tra le altre cose, pubalgie dolorosissime chiaramente di origine psicosomatica, mi facevano puntualmente saltare i match importanti e giocare mezzo zoppo gli altri... Una manciata di presenze in prima squadra e poi infortuni ed università mi fecero desistere da ulteriori tentativi. Due caviglie oramai erano andate distrutte dai campi sterrati di periferia: passai praticamente, dai 17 ai 19, due anni con le stampelle tra operazioni e ricadute. L'amore per il calcio metteva poi sempre in secondo piano altre due grandi passioni, il tennis ed il pianoforte. Anche nel tennis non ero un fenomeno ma me la cavavo... il problema è che questo sport è davvero mentalmente troppo difficile per un quindicenne in preda a crisi adolescenziali e con in testa solo il pallone... ho ripreso la racchetta in mano a 30 anni, tornato a San Benedetto dopo la laurea e le esperienze da ricercatore ed è risbocciato magicamente l'amore. Oggi gioco più o meno regolarmente un paio di volte la settimana e progetto sempre di allenarmi di più e meglio per tornare alle competizioni agonistiche... purtroppo il tempo è sempre più limitato. Sono tornato anche a giocare a calcio: ormai le caviglie operate vanno alla grande ed a 40 anni, allenandomi tutti i giorni, ho la salute e la forma fisica che da ragazzo non ho mai avuto! Stavolta però gioco nell'erba sintetica... basta davvero campi sterrati duri come la pietra con tombini di ferro e ciuffi d'erba improvvisi... tipo lo Squarcia... sì, c'era ad Ascoli, penso ci sia tuttora, un campo che si chiama Squarcia, di nome e di fatto. Ti squarciava! Quando cadevi praticamente dovevi mettere in conto un trapianto di pelle. Oggi quarantenne mi accontento di qualche torneo di calcetto ogni tanto e di partitelle infuocate con Edo, Nando, Cicco, Bibo, Andrea, Francesco, Roby Di Marco... amici, ma solo fuori dal campo perché dentro ti spaccherebbero le gambe in due senza ripensamenti e sensi di colpa successivi.

Ed il pianoforte? Cominciai da piccolo, con la buonanima del Prof. Salvatore Pettini, mio primo, unico ed ultimo insegnante. Due mani gigantesche alla Rachmaninov, un occhio di vetro e l'altro quasi fuori uso. Era praticamente cieco. Si ficcò da solo una matita nell'occhio da piccolo discutendo con il fratello... tira di qua e tira di là, il fratello molla la presa ed accade il disastro... incredibile davvero come poteva suonare. Ricordo doveva mettersi con l'unico occhio che aveva a 2 cm dallo spartito per riuscire a vedere le note. Mi voleva bene! Ricordo un paio di volte di nascosto, di averlo sentito parlare di me e dire che avevo un bel talento... voleva farmi iscrivere al conservatorio e mi stava preparando privatamente per questo. Si trattava dunque di fare il salto di qualità con virtuosismi, tecnicismi, studi trascendentali di Liszt, ore ed ore giornaliere ad esercitarsi ma io non provavo più nessuna emozione... studio della tecnica, scale noiosissime, io invece da inguaribile romantico, amavo la poesia dei notturni di Chopin, gli adagi di Beethoven o le atmosfere surreali di Satie ed avevo già compreso che la maggior parte della musica classica non mi piaceva, non mi emozionava. E senza emozione non suonavo. Altro che ore giornaliere, non suonavo quasi mai, sempre al campo Ciarrocchi di Porto d'Ascoli a correre dietro un pallone e spaccarmi le caviglie. La gran parte dei brani mi facevano cagare ma il prof. Pettini era bravissimo a farmi studiare la tecnica indirettamente, mettendola senza che me ne accorgessi, in pezzi di mio gradimento che lui stesso scriveva. Ma lo studio comunque latitava. Ero preso da altro, dallo sport, dal calcio in particolare che assorbiva ogni neurone del mio cervello, da problemi stupidi che a quell'età sembrano insormontabili come difficoltà con le ragazze ed incomprensioni coi genitori... E poi non sopportavo il calo di prestazioni quando suonavo in pubblico nei saggi, le mani sudate e bloccate, il cuore a mille... Tutti mi dicevano che comunque suonavo bene ma io sono sempre stato severissimo con me stesso. Sempre, troppo. Il professor occhio di vetro, giustamente mi diceva che saper suonare il pianoforte ma non farlo in pubblico condividendo e mettendo a disposizione di tutti tale talento artistico, è come non saperlo fare. Come un pittore che tiene le proprie opere chiuse in cantina a marcire, solo per lui. E' vero. Assolutamente vero.

Lasciai il piano e non lo ripresi più. Scusa caro prof. Pettini, so di averti deluso ma a 14-15 anni, in piena inquietudine adolescenziale, con un cervello ed un carattere ancora non ben definiti, non si capisce davvero un cazzo. Oggi, tornassi indietro, non lascerei mai lo studio del pianoforte. Scusami occhio di vetro e grazie di tutto! Ci vedremo in un'altra vita e tornerò a studiare con te...

Ripresi il pianoforte solo dopo anni, grazie a quel genio assoluto della musica contemporanea che prende il nome di Yann Tiersen. Vedo un film, “Il favoloso mondo di Amélie”, ed i suoi brani uno ad uno mi entrano nel cervello. Mi trapanano il cervello. Torno a suonare. Le mani inizialmente di pietra, rigide, poco a poco si sciolgono e ben presto, dopo anni di pausa tornano a volare sulla tastiera. Che errore che feci da ragazzo! Mi ero concentrato sulla tecnica e lasciai ben presto il re degli strumenti perché non provavo più emozioni, come se queste fossero direttamente proporzionali alla complessità del pezzo... Oggi ho capito che tecnica ed emozione non sempre vanno a braccetto, che a volte una manciata di semplici accordi suonati con delicatezza, intensità, passione e gestualità possano egualmente incastonare nel cuore un piccolo diamante... che sono l'immortalità, la pelle d'oca, la malinconia a rendere grande un'opera a prescindere dalla sua difficoltà di esecuzione. L'Arte deve emozionare, altrimenti è sport ed esercizio fisico. Ringrazio gli studi giovanili che mi hanno dato una discreta impostazione, ma oggi suono ciò che più mi piace: oggi non è più la difficoltà la discriminante della scelta del pezzo ma solo la magia e la poesia.

La mia passione per le scienze e la matematica mi indirizza a 13 anni verso il liceo scientifico, dove incontro molti amici che frequento anche oggi, come Fabrizio Amadio, mio attuale più fedele “compagno appenninico” di scorribande montane. Sono gli anni dell'adolescenza, quando ancora non sai chi sei, che vuoi dalla vita, qual' è il tuo ruolo nel mondo... e così vivacchi tra scuola, amici ed i perenni impacci e difficoltà con le ragazze... Incontro professori mediocri ed altri eccezionali come Saverio Ciarrocchi, un maestro di vita più che un insegnante. Oltre alla matematica amavo tanto anche scrivere temi. Alle medie vinsi diversi concorsi di scrittura. Saverio mi lasciava a briglie sciolte senza cercare di correggere stile o contenuti ed andavo alla grande... il mio modo di scrivere gli piaceva, periodi brevi, frasi senza verbo, testo un po' irriverente e polemico... Poi le cose cambiarono quando arrivò altra insegnante bacchettona che invece a me proprio non mi sopportava, a me e al mio stile. E viceversa. Continuavo a scrivere ma con le catene al piede. I temi tra l'altro ora riguardavano la noiosissima e spaccapalle letteratura italiana e non l'attualità o esperienze personali... Ed io con le catene, limitato nell'iniziativa e nei contenuti, imbrigliato nell'estro e nella fantasia, rendo pochissimo. Mi deprimo. Sperimentato più volte anche nel lavoro. Rendo al massimo quando ho carta bianca e libertà assoluta. Quell'insegnante invece mi deprimeva. Così i voti, altissimi sempre in scienze, matematica e latino, diventarono sufficienti, al massimo discreti in Italiano e materie umanistiche. Persi la passione per la scrittura. La ritrovai viaggiando.

I diari nel frattempo si trasformavano in mattoni stile elenco telefonico, con incollati ricordi di ogni tipo, disegni e dediche dei compagni, cazzate varie... che gioia quando una ragazza carina della classe ti faceva qualche dedica... Oggi i diari non esistono più, per lo meno Leonardo e Maya non lo utilizzano ricevendo i compiti su piattaforme online. La tecnologia e la tanto invocata digitalizzazione hanno fatto fuori pure il diario, il sacro diario di scuola. Che tristezza.

Il liceo comunque scorre veloce. Oltre che nelle materie scientifiche, andavo fortissimo pure in latino, che altro non è che logica matematica; lo studio del pianoforte poi, mi aiutava tanto nella lettura in metrica. Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi... ancora mi ricordo la cadenza della prima bucolica di Virgilio!

All'esame di stato passai gran parte del tempo a svolgere l'esame di matematica agli altri (vero Alessio?) e mi resi conto solo all'ultimo che avevo poco tempo per il mio...preso dal panico e dalla fretta sbagliai dei calcoli banali e così a malapena presi la sufficienza... No! Incredibile ma vero, ho toppato l'esame di matematica, il mio forte! L'insegnante di matematica non ci voleva credere...disastro all'esame di stato! Compito d'italiano anch'esso appena sufficiente: in commissione c'era la mia cara amica e l'argomento d'esame mi faceva letteralmente cagare. Stimolo ed ispirazione zero. Stimoli ad evacuare tanti. Un'orribile colonna e mezzo di foglio di protocollo. Sapete in quanto tempo ho scritto questo testo del blog sulla mia vita, rilettura compresa? 4 ore no stop, Blanche de Namur in mano, dalle nove all'una di notte del 15 febbraio 2021. Le mani sulla tastiera volavano. Ero in stato di trance. Se sono ispirato, l'argomento mi interessa e coinvolge, scrivo di getto senza pensare. Se inizio a pensare, ripensare a cosa scrivere, perder tempo, rileggere e via dicendo, con molta probabilità uscirà fuori una schifezza.

Avevo fatto tra l'altro in quinto liceo la bellezza di 80 assenze... salate, marinate, come le chiamate? Tra me e Stefano Pezzoli oramai era diventata un po' una gara a chi batteva il record di assenze... Un po' al mare, un po' in biblioteca a recuperare lezioni perse, un po' a cazzeggiare nelle sale giochi del centro e passavamo le mattinate... Ma la mia amica insegnante di italiano ci stava aspettando con molta gioia ed un bel sorrisino in commissione d'esame per farcela pagare... E ce la fece pagare cazzarola! Il voto finale non fu basso ma comunque non era in linea con la media che avevo. Ci rimasi un po' male, ma direi che me lo meritavo ampiamente.

La scienza e la ricerca

A 18 anni dopo il diploma ed il cazzeggio adolescenziale venne però il tempo delle scelte importanti. Di quelle che possono indirizzare davvero tutta la tua vita. L'università. La scelta universitaria era in realtà facilissima per me. Matematica o Fisica, direi molto meglio Fisica, leggermente più pratica e meno teorica. Forse. Così, se il mio primo decennio della vita è stata la spensieratezza, ed il secondo il calcio, il terzo è stato indubbiamente la scienza e la ricerca.

Mi iscrissi a L'Aquila, ad un centinaio di km da casa perché avevo ancora la remota speranza di tornare a giocare con la squadra della mia città; inoltre, essendoci l'INFN sotto al Gran Sasso, il capoluogo abruzzese aveva una delle migliori facoltà di Fisica d'Italia e pensavo proprio di prendere all'ultimo anno l'indirizzo di fisica nucleare. Da queste facoltà tostissime mediamente si usciva non prima dei 27-28 anni. I tempi sono leggermente cambiati. Anche la città è decisamente cambiata. Prima del 2009 era la Bologna del centro, universitari dappertutto. Dopo il terremoto invece una città fantasma. La casa dove abitavamo io e Gianpaolo Silveri a Santa Barbara non c'è più. Solo un cumulo di macerie. Ancora. Già, perché per ricostruire una bellissima città storica come L'Aquila, uno Stato in teoria sovrano come l'Italia deve chiedere il permesso ad euroburocrati non eletti dal popolo e fare spesa pubblica brutta, cattiva ed improduttiva la quale genera debito pubblico brutto e cattivo. Lo stato ex-sovrano Italia si deve mettere a pecorina e chiedere ciotola in mano, da sporco e lurido mendicante, il permesso ai nazisti di Bruxelles ben rappresentati da quel “vile affarista”, “incappucciato della finanza” (come dissero rispettivamente il presidente Cossiga ed il compianto Prof. Federico Caffè) che prende il nome di Mario Draghi; ed i nazisti di Bruxelles, magari acconsentono pure, ma a patto di...”fare le riforme”, riforme che oramai pure il radical-chic più indottrinato ha capito cosa significano. Perdonate la digressione politica, ma proprio nel momento in cui scrivo, il vile incappucciato innominabile diviene Presidente del Consiglio, l'ennesimo non eletto dal popolo ma imposto dalla governance europea (con l'aiutino del “bomba”), a capo dell'ennesimo governo tecnico di larghissime intese e praticamente senza opposizione; resta un mistero come faccia un neoliberista ex Goldman Sachs, membro e garante degli interessi delle organizzazioni massoniche elitarie più antidemocratiche come Bildelberg, Trilaterale, G30, Aspen Institute e chi più ne ha più ne metta, a fare gli interessi del popolo italiano seguendo i dettami socialisti della costituzione. Io so perfettamente ciò che ci aspetta e perché lui è stato messo lì, in piena pandemia: è il dittatore perfetto per instaurare nel paese un'orribile dittatura sanitaria vax-delirante. Vedremo se il tempo mi darà ragione.

L'università scorre più o meno veloce, studio quello che mi piace, il cervello vola, divoro i libri ed equazioni differenziali con facilità e voracità. Grandi amicizie ai tempi dell'università, che continuano tutt'ora anche se con le famiglie ci si vede sempre meno. Ciao Fabio, ciao Gianpaolo, tranquilli, non mi faccio sentire per mesi a volte ma vi voglio bene. Che bei ricordi ho con voi!

I voti sono altissimi, ma non è che io sia un granché intelligente... sono semplicemente, da sempre portato per le scienze e la logica. Molti docenti mi dicevano che sostenevo esami non normali, fuori dal comune, di laurearmi e contattarli immediatamente per dottorato e carriera successiva. Avevo tutto in testa, le dimostrazioni più assurde e tante le ho tuttora a distanza di anni. Avevo quasi tutti 30 e lode tranne uno. Rifiutai un 27 per uno screzio in sede d'esame col professore. Ma avevo ragione io, soprattutto in quel passaggio dove lui in classe aveva clamorosamente toppato; confrontai i suoi risultati con altri libri, rifeci i passaggi decine di volte e no... avevo ragione io e lo dimostrai. Non ci poteva passare ed ad un esame eccellente non mise voto massimo. Io rifiutai il 27 per una semplice questione di principio. Se ne parlò all'università per tanto tempo perché questo esame non riusciva a passarlo nessuno e bloccava studenti per anni. Molti ragazzi avrebbero pagato oro per avere un semplice 18 ed io rifiutavo un 27. E' un mio grande limite, mio enorme difetto che spesso mi ha creato qualche problema nella vita. Io per questioni di principio mi andrei a schiantare contro muri di cemento armato. Così sono. Sono fatto male. Al secondo tentativo mi mise 26. A vedere quell'esame c'era il mondo e quell'altro e l'aria si tagliava con un coltello. Per forza di cose mi dovetti accontentare ed andar avanti.

Il weekend tornavo a casa a San Beach per lavorare un po'. Servivo e pulivo al ristorante del circolo nautico, continuamente insultato e deriso da alcuni cafoni rivestiti supersnob proprietari di barche per i quali il solo possesso di un natante parcheggiato al molo turistico e frequentazione dei ricconi della borghesia locale era giustificativo per trattare un umile cameriere dall'alto in basso... Così ho capito ben presto nella mia vita che quando si incontrano bassa cultura, ignoranza e ricchezza, spesso ne esce fuori una miscela esplosiva da cui è meglio stare ben alla larga. Facevo anche l'operaio in un'impresa di pulizie ed il parcheggiatore in discoteca. E così Simona la mia bella e dolce fidanzata di quel tempo che potevo vedere solo il finesettimana, perdeva le staffe... giustamente poverina! 6 anni insieme... ma eravamo troppo diversi e troppo giovani per durare. Ciao Sim, scusami se ti ho fatto soffrire, spero te la passi bene! Appena potevo poi, via al mare a passeggiare o correre con il mio cane, un bellissimo pastore tedesco di razza di nome Whisky, a cui ero davvero molto affezionato. Ricordo le sue feste quando tornavo dall'università! Impazziva e si metteva a piangere, poi coi i suoi 40 kg di pura potenza muscolare prendeva la rincorsa e mi saltava addosso leccandomi tutto il viso! La sua gioia era davvero incontenibile...

Alla facoltà di Fisica sono un po' un marziano essendo circondato solo da sgobboni con lenti a fondo di bottiglia e mezzi disadattati sociali. Di "normali", se di normalità si può parlare, eravamo praticamente due, io e Nadia, ragazza biondissima e carinissima, la più ambita tra i ragazzi del corso. Passavamo tanto tempo insieme tra libri, passeggiate romantiche sotto i portici e sbornie nelle enoteche e birrerie del centro.

Tutti un po' mi cercano per studiare ma io invece mi allontano sempre di più da tale ambiente perché capisco esser pericoloso. Facilissimo rinchiudersi in un microcosmo di formule vivendo totalmente fuori dalla realtà in un mondo parallelo alienante fatto di alienati e matrici, quadrivettori, teorie comprensibili a poche persone al mondo. Poi però Nadia mi chiamava... « Stè ci andiamo a fare due tazze? » , e ci pensavano le sbornie al Boss a farmi ritornare nel mondo reale. Sì, mi rendo conto che non si può esser normali se si sceglie di studiare la Teoria della Relatività Ristretta di Albert Einstein, la Teoria delle Perturbazioni o l'Elettrodinamica Quantistica e passare giornate intere su una singola riga di un passaggio matematico di un'equazione differenziale alle derivate parziali. Molti esami richiedevano un intero anno di preparazione ed il libro di testo era magari solo poche pagine... Giampaolo ti ricordi il libro Giusti di Matematica? In poche decine di pagine, incredibilmente era condensato un intero corso di Analisi Matematica e vi assicuro che non mancava nulla... Su una singola riga magari stavi una settimana. Che invidia quando gli amici del liceo mi dicevano che in due giorni preparavano un esame! Alcuni lo facevano in una notte... Alcuni addirittura con test a crocette... No, la verità è che se scegli facoltà come Fisica e Matematica qualche rotella fuori posto devi averla per forza. Nemmeno Ingegneria e Medicina sono paragonabili, perché sono enormemente più pratiche ed il ragionamento e la capacità di astrazione sono meno spinte ed esasperate. Oggi posso dire che le buone capacità di “problem solving” che possiedo nei campi più disparati le ho sviluppate proprio grazie alle ore passate a pensare e ragionare su concetti super-astratti all'università.

L'ultimo anno di corso inizio ad esser stanco dell'infinita teoria un po' sterile e fine a se stessa ed inizio a cercare altro. Nel mio percorso di studi mi veniva data la possibilità di sostituire una coppia di esami complementari dell'ultimo anno con altri due di una facoltà totalmente diversa. L'interesse nella mia vita per le scienze economiche comincia proprio dagli esami di Micro, Macroeconomia e di Organizzazione aziendale sostenuti all'università. Esami conclusi!!! Tutto finito? Macché. Era richiesto almeno un anno, un anno e mezzo di tesi di laurea sperimentale per laurearsi in Fisica! Ma a L'Aquila nessun argomento attirava particolarmente la mia attenzione. Così decisi di guardar altrove. E guardai proprio nel punto giusto al momento giusto. Al CNR di Roma conosco Francesco De Angelis, giovane fisico ricercatore post-doc in ascesa, davvero una gran bella mente. Francesco all'Istituto di Fotonica e Nanotecnologie aveva preso da pochissimo in mano il filone di ricerca sui semiconduttori organici per applicazioni microelettroniche, sensoristiche e fotovoltaiche. Tutto stava nascendo proprio in quel preciso momento. Bingo. Parliamo e subito c'è grande sintonia ed intesa, negli intenti e negli obiettivi. I superiori e supervisori Luigi Mariucci e Guglielmo Fortunato, dei quali ho davvero un ottimo ricordo, accettano volentieri di avermi in organico e si parte! Francesco voleva ottenere risultati importanti prima possibile per pubblicare ed ottenere finanziamenti importanti; era solo ed aveva bisogno di aiuto. Io invece volevo laurearmi, fare esperienza ed entrare nel mondo della ricerca. Sarà lui il mio mentore ed insieme faremo grandi cose. Nascerà anche una bella amicizia che continua tutt'oggi anche se purtroppo ci vediamo pochissimo, io a San Benedetto del Tronto, lui a Genova. Bella Franz. Perdonami, è un anno che prometto che salgo a trovarti! Anche perché, lo sai, mi piacerebbe tanto immergermi in tecnica sul relitto della Haven ad Arenzano!

Mi laureo nel 2004 a pieni voti, unico in quella sessione, con lode e pubblicazione della tesi su Applied Physics Letters. Bella soddisfazione davvero anche perché prima i voti erano diversi e contavano qualcosa. Le università facevano un po' a gara per esser più selettive, dure ed appetibili. Oggi con la scellerata riforma Berlinguer del 3+2, c'è stata una proliferazione assurda di esami e corsi di laurea con contestuale riduzione dei programmi per accorciare i tempi ed notevole innalzamento generale dei voti per attirare studenti. Le università, come tutte le scuole superiori, sono diventate aziende.

Di quegli anni universitari e post-universitari non ho purtroppo praticamente foto... parliamo di solo una quindicina di anni fa ma è bene sempre ricordarlo perché oggi sembra preistoria: internet era agli albori, gli smartphone con le fotocamere performanti di oggi non erano ancora arrivati e le macchine fotografiche analogiche e digitali erano poco diffuse ed in ogni caso utilizzate solo dagli amatori della fotografia... Incredibile come il mondo sia cambiato in solo due decenni.

Ingresso nel mondo del lavoro. Ora sì che sono cazzi. Per un neolaureato in Fisica il passaggio logico inevitabile è un dottorato di ricerca, 3 anni, comunque retribuiti, ancora dentro l'università. Il mio anticonformismo vince però ancora una volta. A L'Aquila avevo diverse possibilità, molti professori mi volevano con loro ma io sentivo di dover cambiare ambiente e fare nuove esperienze. Volevo Roma, la capitale, pochi anni di ricerca e poi buttarmi in altro, magari andar all'estero. Da innamorato dell'ambiente e della natura, il mio sogno era lavorare sulle energie rinnovabili ed il cambiamento climatico. Sì, le energie rinnovabili, sono sempre state un mio pallino, fin da quando misurando all'università le caratteristiche I-V di un modulo fotovoltaico al silicio cristallino, vedevo l'ago dell'amperometro impennarsi quando le celle solari erano esposte al sole... Magia? No, puro e semplice effetto fotoelettrico einsteniano applicato alla giunzione n-p di semiconduttore drogato.

E così, attendendo il dottorato giusto che mi calzasse a pennello, pensavo di buttarmi sul silicio o sui materiali innovativi per applicazioni fotovoltaiche, dunque sul microscopico/nanoscopico. Oppure sul macroscopico degli enormi specchi parabolici del solare termodinamico del premio nobel Carlo Rubbia. Puntai in alto ed andai da Rubbia al centro ENEA della Casaccia sulla Cassia... appena vidi quella lunga fila di oltre 30 metri di specchi curvi lucidissimi colpiti dal sole ebbi una folgorazione e capì che quella poteva esser la mia strada. Andai anche in Spagna a Siviglia per vedere con i miei occhi gli impianti solari giganteschi da 50 MW elettrici di Abengoa Solar... Mi scontrai presto però con la dura realtà. A Roma non c'era proprio "trippa pe' gatti"... diversi ricercatori addirittura quarantenni erano da stabilizzare, i fondi erano terminati ed il progetto Archimede procedeva a singhiozzo. Bene che andava mi sarei trovato di fronte 10 anni di precariato. Con molta probabilità avrei avuto accesso ad un dottorato di ricerca ma sicuramente sarebbe stato senza borsa, non retribuito. E comunque avrei dovuto aspettare mesi per il bando.

Cambiai direzione passando dalle macro alle nanotecnologie. Sì, come al solito niente mezze misure. Vinsi il concorso al CNR e tornai a lavorare con Francesco. Ma lui era in partenza, avendo ricevuto un'offerta economicamente ben più allettante altrove. Così rimarrò solo, con tutto il know-how sui semiconduttori organici. Tutto ora era sulle mie spalle. Una bella sfida, una palestra incredibile. Il massimo. Subito belle responsabilità, appena laureato e totale fiducia da parte dei superiori: condizioni ideali per mettermi alla prova e rendere al massimo. Quello che volevo. Un paio di anni, tre al massimo al CNR per poi iscrivermi ad un dottorato di ricerca di prossima attivazione alla Ca' Foscari di Venezia. Sì, l'avevo trovato. Era lui che volevo. Una ricerca però tirava l'altra, un risultato richiedeva il successivo, una pubblicazione necessitava ulteriori studi, l'esperienza, i viaggi e le conoscenze crescevano sempre di più, l'ambiente era sereno e stimolante... rimasi così al CNR 4 anni. Indubbiamente uno dei periodi più belli della mia vita nel quale tra le altre cose scopro anche la bellezza del viaggiare solo.

Ritrovo anche Gianpaolo, esuberante ed eccentrico caro amico degli anni universitari, unico uomo al mondo capace di sposarsi in completo rosso fuoco entrando in chiesa con la musica di Sweet Child of Mine dei Guns N' Roses a tutto volume... anche lui dopo la laurea in Matematica si trasferisce a Roma. Andammo a vivere insieme io, lui e Marzio in Via San Polo dei Cavalieri, occupando un gigantesco ex centro di fisioterapia in stato di abbandono da tempo... Non mi chiedete come sia stato possibile, ma tutto è accaduto davvero... chiunque entrava lì ne rimaneva sbalordito! 500 metri quadri, noi tre baldi ragazzi e due dita di polvere dappertutto in zona Stazione Tiburtina... un anno senza pagare un euro di affitto! Dentro a volte ti perdevi... c'erano stanze enormi in alcune delle quali giocavamo addirittura a racchettoni o tennis... Costruimmo un bagno, una cucina, ci adattammo alla meglio. In precedenza vivevo da solo a Piazza Bologna in un monolocale di 20 metri quadri con un cucinino a due fuochi dentro un armadio... ora, in questo enorme centro dismesso di fisioterapia devo ricordarmi la strada per andare dal bagno alla camera! Al solito niente mezze misure... Io dormivo nella sala “manipolazioni vertebrali” ed ogni tanto mi faceva compagnia la sera (e la notte) una dolcissima messicana tutto pepe, sale e tequila conosciuta nella capitale. Gabriela.

Gaby è psicologa, a Roma studiava un master e contemporaneamente lavorava in un call center di Fastweb. La sera ci faceva il resoconto di tutti gli insulti coloriti che prendeva nelle telefonate. Guadagnava poco, solo il fisso, perché per prendere provvigioni doveva fare contratti ma questo significava dover mentire spudoratamente su condizioni e prezzi; lei non era in grado ma ci raccontava divertita le mirabolanti invenzioni telefoniche del suo amico Valentino mentitore seriale, lui si che guadagnava bene! Gaby venne ben presto a vivere con noi, troppo alti gli affitti a Roma e noi poi avevamo spazio in abbondanza! Furono mesi grandiosi, spensieratezza e libertà totali. Io, Gianpaolo e Marzio andavamo già molto d'accordo, Gaby fu l'ulteriore collante del gruppo; cuoca provetta, festaiola ed ipersociale. Così la sera, dopo la giornata di lavoro, cominciava la fiesta perché per i messicani ogni giorno è fiesta. E noi ci adeguammo.

Terminato il master però anche per Gaby arriva il momento delle scelte. Una chiamata importante dal governo dello stato di Guanajuato, una chiamata che attendeva da un anno ormai: le offrono il posto che aveva sempre sognato all'IMUG, l'istituto governativo della donna della più bella cittadina coloniale dell'intero Messico. L'istituto si occupa di prevenzione e formazione delle donne relativamente al problema della violenza nei loro confronti essendo il machismo, nel centro-sud America, un problema fortissimo.

Gaby è in crisi perché a Roma sta bene, ma sa che deve partire. E' il lavoro che ha sempre desiderato. I treni nella vita passano una volta sola. Lei sa che deve prendere quel treno. La bacio, la abbraccio e le prometto che a Natale, tra solo 3 mesi, andrò a trovarla. La sera prima dell'aereo per Mexico City non volava una mosca in casa. Lei non parlava. Era emozionata per la nuova sfida lavorativa ed il posto che sognava da tempo, ma allo stesso tempo tristissima, consapevole che probabilmente la nostra storia terminava lì. Da domani tutto cambiava. Finiva la giovinezza e cominciava l'età adulta. Cominciavano le responsabilità, il lavoro vero, si tornava a casa.

Anche per me era tempo di cambiamento. Avevo oramai 28 anni, quasi 29 e sentivo che dovevo fare un ulteriore salto. Il momento di cambiare arrivò quando la spending review obbligò il nostro istituto ad un accorpamento con l'IMM, Istituto di Microelettronica e Microsistemi con relativo trasferimento nel centro di ricerca di Roma 3 Tor Vergata. Cazzo, anni a metter a punto processi replicabili, a fare oltre ai ricercatori anche gli elettricisti, i muratori, i tornitori, gli idraulici per metter a punto complessi macchinari ed apparati in clean room ed ora si doveva ricominciare da capo! Minimo un anno intero per il trasferimento e la rimessa a punto di processi, macchine e metodi... Tutto inoltre all'IMM era più burocratizzato, lento e dispersivo. Avevo uno scarso feeling e compatibilità lavorativa con la nuova collega. E poi c'era lui, un ricercatore pallone gonfiato iperlogorroico, tronfio e pieno di sé alla Matteo Renzi, uno di quelli che amava spararle grosse e lodarsi all'inverosimile; non perdeva mai occasione per rompermi il cazzo. Devo fare il salto. Ora. O adesso o mai più. Ho quasi 30 anni ed un discreto bagaglio di esperienza e pubblicazioni. E' il momento. Via, spicco il volo, non prima di aver mandato affanculo, chiaramente e con enorme gioia e soddisfazione, Matteo Renzi. La mia vita da ricercatore praticamente finisce così. Con un vaffanculo a Matteo Renzi. Direi che sono uscito dalla scienza e dalla ricerca davvero in bellezza.

La famiglia, i viaggi ed il pianoforte

E' il momento del dottorato che mi calza a pennello, a Venezia, quello che ho atteso per 4 anni dopo la laurea: "Science and management of Climate Change", in collaborazione con il CMCC e soprattuto l'IPCC, l'Intergovernmental Panel on Climate Change, il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici. E' molto selettivo, ma ho tutti i titoli necessari per accedervi, laurea con lode e già 4 anni di ricerca pieni all'attivo. Il dottorato è tutto in inglese, il che non mi dispiaceva affatto perché era anche l'occasione per approfondire la conoscenza di una lingua sempre un po' trascurata. Voli pindarici con la mente alle Isole Svalbard o in Antartide a studiare lo scioglimento dei ghiacciai... Ma la vita per me aveva in serbo tutt'altra strada. Inizio ad informarmi per l'iscrizione a Venezia quando Gaby dal Messico mi manda una mail con un allegato.

Panico. Mi siedo. Panico. Un bicchiere d'acqua. Cazzo! Silenzio... Leonardo, la più bella sorpresa della mia vita, era in arrivo ma io quel momento ero su altra dimensione. Totalmente impreparato. Non immaginavo... C'è poco da pensare Stè... Lascio tutto, CNR, Venezia, voli pindarici alle Svalbard e quant'altro. Sistemo un appartamento a San Benedetto del Tronto con l'idea di tornare a vivere nel mio luogo natale ed aiutare nell'azienda di famiglia in rapida crescita. E parto per il Messico. Leonardo si presenterà per la prima volta ai miei occhi con l'ecografia dei 3 mesi: la sua testolina e la spina dorsale perfettamente visibile, il corpicino rannicchiato già tutto formato. Che emozione assurda. Ti ho amato fin da questo giorno, Leonardo.

Mi trasferisco un po' in Messico per aiutare Gaby nel lavoro. Era impegnativo! Preparazione delle conferenze ed incontro con gli uffici stampa, ore di macchina per raggiungere i paesini più sperduti nell'altipiano messicano, incontri molto forti con le persone del posto e consulenze psicologiche gratuite con i casi umani più gravi da cui Gaby usciva emozionalmente provatissima... ritorno all'IMUG e report finali... Il tutto nell'incanto di Guanajuato, la più bella cittadina che io abbia mai visto. Tutto sembrava una favola. Una fiaba. Gaby incinta, era benvoluta e coccolata al governo da tutti, in particolare dalle splendide sue superiori Caro e Lulù che ogni volta che entravo all'IMUG mi accoglievano manco fossi il papa... Ciao Caro, ciao Lulù! Grazie ancora, vi voglio bene! Leonardo nasce il 21 Agosto del 2008 a Leòn, in un giorno dove sembrava cascasse il cielo. Mai vista una pioggia così intensa. Secchiate d'acqua. Il diluvio universale. Prendo mio figlio in braccio per la prima volta e piango come un bambino, scaricando in quel pianto tutto l'incredibile turbine di emozioni degli ultimi mesi vissuti a 300 all'ora. A Leonardo si aggiungerà ben presto Maya, la mia patatina, una forza della natura, una Gaby in miniatura...

Così, se il primo mio decennio della mia vita è stata la spensieratezza, il secondo il calcio, il terzo la scienza e la ricerca, il quarto è stato indubbiamente la famiglia ed i figli, gli incredibili viaggi per il mondo, la riscoperta del pianoforte ed il lavoro nell'azienda fondata da mio padre, una piccola impresa ascensoristica; qui ho cercato tra le altre cose, di dare il mio piccolo contributo ambientalista smuovendo le coscienze, sviluppando il settore delle energie rinnovabili e rendendo l'azienda ad impatto zero mediante costruzione di impianti solari aziendali ed adesione a progetti di riforestazione. Oggi i miei splendidi figli, mia moglie, le tante passioni sportive, gli 88 tasti bianchi e neri riempiono la mia vita. Ed una nuova grande sfida lavorativa mi attende.

Appena posso però, un weekend, un ponte, una settimana libera, un mese d'estate, due settimane a Natale e fuggo via, in famiglia o molto più spesso solo, per perdermi e ritrovarmi, per cercare di curare, scalando qualche vetta o immergendomi in qualche relitto, la mia perenne inquietudine. Gaby, molto religiosa, dice che sarà solo Dio a curarla. Ma io ho al momento ho incontrato solo San Michele e continuo ad invocarlo contro i demoni del neoliberismo; Dio ancora non l'ho incontrato. E nel mentre, Fiumicino mi aspetta. Soprattutto mi aspetta lui, il pianoforte acustico Yamaha mezza coda nella sala d'attesa del gate di partenza.

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